Messaggio del 25 dicembre 2014

Cari figli! Anche oggi vi porto tra le braccia mio Figlio Gesù e cerco da Lui la pace per voi e la pace tra di voi. Pregate e adorate mio Figlio perché nei vostri cuori entri la sua pace e la sua gioia. Prego per voi perché siate sempre più aperti alla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.  

« La prigionia di Alfie, il suo esercito e la paura del potere » di Benedetta Frigerio

Alfie EvansLIVERPOOL – Thomas è grato di vederci. È grato perché spera che suo figlio possa partire per l’Italia e perché è capace di aprire le braccia a chiunque voglia bene a suo figlio e alla sua famiglia. Sulla strada dell’albergo per raggiungere l’Alder Hey Hospital ci spiega che «potevano staccare la ventilazione già a febbraio, ma siamo ad aprile perché non abbiamo mollato. Farò di tutto perché mio figlio non sia ucciso».

Ha 21 anni Thomas. E si vede: è testardo, deciso. Non è ancora stato domato dalle dinamiche politiche del mondo adulto. Ma nel suo volto c’è qualcosa di già vecchio. Un dolore, come quello di chi lo ha accumulato per anni e anni, mentre lui ne è rimasto segnato solo in pochi mesi. Forse anche questo lo ha reso un uomo tenace e paterno.

Passiamo in taxi per la via di fronte all’ospedale: la stampa è schierata, il popolo di Alfie’s Army grida dalla mattina alla sera: «Rilasciate Alfie»; «Non è vostro figlio»; «Liberate Alfie».

E non scherzano. Entrando, infatti, incontriamo quattro poliziotti: «Sì, sono qui da ieri per Alfie», spiega Thomas alla NuovaBQ. Altri sono posizionati sulle altre porte, mentre «alcuni sono davanti alla stanza di mio figlio a vigilare su ogni nostro singolo movimento».

Thomas prosegue raccontando che «ieri sera mi hanno imbrogliato, mi hanno detto che c’era un ordine del tribunale che mi impediva di portare fuori mio figlio e hanno bloccato tutte le porte dell’ospedale». Thomas si riferisce a quando, giovedì sera, ha provato con un medico polacco a trasferire Alfie su un’aeroambulanza munita delle attrezzature necessarie per il volo.

Ma il personale dell’Alder Hey, probabilmente già istruito sull’eventualità, ha subito chiamato la polizia, detenendo Alfie senza alcun provvedimento giudiziario. Infatti, come ci mostra Thomas, «questo è il fax che il giudice ha mandato solo dopo qualche dal tentativo di liberare Alfie e che lo pone sotto la custodia del tribunale». Leggiamo dal documento che se qualcuno proverà ancora a spostare dalla sua stanza Alfie verrà arrestato».

Thomas ripete lo stesso alla folla fuori dall’ospedale, rispondendo con pazienza ma con grande tenacia ai giornalisti: «Dicono che vogliono rimuovere la ventilazione al più presto ad Alfie, ma lunedì presenteremo un ricorso al giudice perché la libertà personale di Alfie è stata lesa». Alfie è davvero un detenuto.

Le famiglie di Thomas e Kate stanno riunite da giorni nell’hall dell’Alder Hey, con restringimenti importanti sulle visite al piccolo. Thomas raggiunge Kate e Alfie.

Più tardi torna fuori: sono molti ad avvicinarsi. La maggioranza sono donne giovani con bambini. «Quando Alfie starà bene – dice timidamente a Thomas una bimba bionda con le trecce – gli dirò che noi siamo l’esercito di Alfie». Thomas le dà una carezza e fa lo stesso con la più anziana dei suoi sostenitori. È una signora sull’ottantina dai capelli bianchi che passa le ore seduta sul marciapiede dell’ospedale.

Maria Grazia invece viene da Manchester, lavora nel campo della radio astronomia, e dopo il lavoro ha guidato un’ora e mezza fino a qui. Si inginocchia e recita il Rosario, per caso c’è anche una donna della sua stessa parrocchia e cominciano a pregare insieme rivolte verso l’ospedale. «Voglio fare qualcosa – spiega – tutte le parrocchie dovrebbero parlarne. Perché nessuno dice nulla? Paura? Ma Gesù è andato in croce!». È la domanda che la spinge a parlare a tutti di Alfie e di tutti i bambini che sono finiti e che potrebbero finire nella sua situazione.

Danielle è un’inglese sulla quarantina con tre figli. È diventata amica di Thomas e Kate «perché mesi fa ho visto Alfie e ho capito che le sue non sono reazioni meccaniche agli stimoli». Danielle lo sa perché anche lei, come Alfie, soffre di convulsioni: «Da piccola erano frequentissime. So riconoscere bene la differenza fra le reazioni meccaniche e quelle comandate dalla persona». Danielle è entrata nella camera di Alfie: «Cercavo di togliergli il ciuccio ma lui non lo mollava e quando Thomas gli ha detto: “Alfie sputa!”, lui ha obbedito». Esattamente come nel video in cui Alfie obbedisce a Thomas che gli chiede di muovere la spalla.

Mentre le proteste continuano Kate raggiunge la sua famiglia e scoppia a piangere. I poliziotti abbassano la testa: «Mi viene voglia di morire – singhiozza – ho chiesto all’infermiera se non le interessa che la mia famiglia non possa visitare Alfie in questi giorni e lei mi ha detto: “No”. Quindi mi sono messa a piangere e mi hanno detto di andare a casa».

Kate, stremata, questa notte non ha potuto dormire nella stanza di Alfie. Il dolore ha reso troppo grande anche lei.

Si capisce che chi fa compagnia a Thomas e Kate non si stupisce più di nulla ormai: «Questo ospedale è tremendo, ce ne hanno fatte di ogni», dicono. Una giovane mamma di 28 anni, il cui più piccolo di quattro figli è stato operato per seri problemi al cuore, consola Kate.

Oltre alle negligenze di cui abbiamo già detto, come i tubi della ventilazione di Alfie sostituiti solo dopo 5 mesi (invece che 6 settimane) e pieni di muffa, come l’errore nella somministrazione degli antibiotici, il sovra-dosaggio dei farmaci che provocano pesanti effetti sedativi, c’è «una grande arroganza di tutti», continua Danielle che ricorda: «Nemmeno io da adulta prendo i farmaci anti convulsivi nelle dosi di Alfie», che quando sono ridotte mostrano la maggior vitalità del piccolo.

Verrebbe da disperarsi se non si guardasse all’amore di una famiglia che passa le giornate in ospedale, di un popolo che resta fuori a gridare al freddo fino a notte quello che desidera: la vita. Anche quando tutto sembra perduto e c’è chi, come Maria Grazia, non smette un attimo di pregare: «Noi dobbiamo bussare fino alla fine se vogliamo che Lui apra, poi farà Lui…».

Fuori un centinaio di persone, rivolte verso l’ala dell’ospedale dove c’è la stanza di Alfie canta con le luci dei cellulari accese: «When you try your best, but you don’t succeed…When you feel so tired…And the tears come streaming down your face. When you lose something you can’t replace, when you love someone, but it goes to waste. Could it be worse? Lights will guide you home, and ignite your bones, and I will try to fix you».

Ma, nulla, per il giudice la vita di Alfie «è inutile». Una piccola vita che tenuta ferma in un letto ha già convertito centinaia di migliaia di cuori e un potere che ha avuto bisogno di decine di poliziotti per “detenere” un bimbo come Alfie.

 

La Nuova Bussola Quotidiana

torna su▲