20.mo del Catechismo: Gesù scese agli inferi non per liberare i dannati ma per salvare i giusti


Cristo “non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti”. Lo afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica nelle pagine dedicate a questo aspetto della fede cristiana. Su di esse di sofferma la 28.ma puntata del ciclo di riflessioni del gesuita, padre Dariusz Kowalczyk, a 20 anni dalla pubblicazione del testo. Il Simbolo degli Apostoli parla della discesa di Cristo agli inferi. Come dobbiamo intendere quell’affermazione?

Il Catechismo dice che prima di tutto essa significa che “Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini” (n. 632). Dio allora è veramente fino alla fine solidale con l’uomo. Gesù non soltanto sperimenta la sofferenza del morire, ma anche va tra i morti, privati della visione di Dio.

Alcuni teologi contemporanei vogliono vedere nella discesa di Cristo agli inferi il culmine della kenosi, cioè dell’abbassamento del Figlio di Dio. Sulla Croce Gesù soffre, ma è sempre attivo, mentre nell’abbassarsi agli inferi Egli sperimenterebbe una radicale passività della sofferenza e della morte. In quel modo si renderebbe più vicino al peccatore, per “disturbarlo” e strapparlo dall’infernale solitudine.

Il Catechismo segue però l’insegnamento tradizionale della Chiesa e parla di Gesù che scende agli inferi come del vittorioso Salvatore che proclama la Buona Novella ai morti (cfr. nn. 632-634). In un’antica omelia si parla di Gesù che negli inferi chiama l’uomo: “Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti” (CCC 634).

Il Catechismo precisa anche che “Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti” (n. 633). Dio infatti opera per salvare tutti gli uomini, ma non può costringere l’uomo ad accettare la sua misericordia.

La Chiesa insegna che la persona, cioè ogni libera creatura può dire “no” a Dio, consapevolmente e nel modo definitivo. La dannazione è quindi in realtà un’auto-condanna.

Paradossalmente anche l’inferno sarebbe il segno dell’amore di Dio. Di quell’amore umile che non annienta il peccatore accanito nella sua malvagità, ma gli permette di vivere secondo le proprie scelte.

 

Testo proveniente dal sito di Radio Vaticana