Grido ai vescovi: “Basta politica, educateci alla fede” – di Benedetta Frigerio

CeiOttobre 2009: venti pidiellini firmavano una lettera aperta contro il ddl alla Camera sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento” (Dat, note come “testamento biologico”) spiegando che “l’infinita casistica materiale e morale che emerge nelle relazioni di cura non può essere infilata a forza in una legge fatta di norme astratte”. 

Ad intervenire ogni giorno furono diversi medici e associazioni, fra cui Verità e Vita e Medicina e Persona, che ricordavano che ogni norma in questo campo era da rifiutarsi come una “relativizzazione della vita”.

Ma anche personalità come Giuliano Ferrara e noti bioeticisti come Adriano Pessina ribadivano lo stesso. La legge non passò ma fu ripresentata nel 2011. Anche questa volta diversi intellettuali alzarono la voce di fronte al pericolo.

Lucetta Scaraffia, ad esempio, definì l’introduzione del testamento biologico una “forma leggera della legalizzazione dell’eutanasia”.

Insomma, sebbene nel 2008 la Cei aveva aperto alla possibilità di una norma (mentre nel 2007 il cardinal Giuseppe Betori, segretario della Cei, dichiarava giustamente che “una legge sul testamento biologico non serve”), arrendendosi al mondo perché spaventata dall’eventualità di una legge peggiore, l’universo cattolico (e non) discuteva animatamente.

Con alcuni movimenti ecclesiali come Comunione e Liberazione e la Comunità Papa Giovanni Paolo II che intervennero, anche a seguito dell’omicidio di Elunana Englaro, riportando la questione al suo livello più profonfo ed educativo, al senso della vita e della sofferenza.

Oggi la legge sulle Dat, che per ora prevede la sospensione eutanasica di alimentazione e idratazione e l’assenza dell’obiezione di coscienza e che creerà una cultura che relativizzata la vita trascinandola in tribunale, viene votata nel silenzio generale, così come è stata discussa.

La paura della Chiesa di apparire sovversiva, incapace di dialogo e divisiva (quindi vergognandosi di Gesù “segno di contraddizione”), ha probabilmente contribuito a spegnere del tutto i riflettori su un testo normativo di portata epocale, che apre all’omicidio di Stato.

Una paura mondana, appunto, che l’ha portata a fallire nella sua missione primaria: annunciare al mondo Gesù Cristo e il suo sguardo sull’uomo e sulla malattia.

Quel che è più grave, però, è che l’assenza del giudizio cristiano dei fatti, non manca solo di missionarietà ma viene meno nell’educare i cattolici stessi che, pertanto, non si rendono conto della gravità della situazione.

Le uniche parole udite in questi giorni sono quelle del papa, che ha detto “no all’accanimento terapeutico”, e di qualche prelato sulla differenza tra “accanimento terapeutico” ed eutanasia da calibrare bene nella legge.

Preoccupandosi più di fare politica (piuttosto ingenua, dato che sappiamo bene che la scusa dell’ “accanimento terapeutico” serve solo a far passare l’eutanasia) che di proclamare la verità cristiana sul valore della sofferenza e del limite.

Così, in nome dell’accoglienza e dell’apertura al mondo, sono sempre meno coloro che parlano ai fedeli di come Cristo intenda la sofferenza, del mistero di un’anima anche in un corpo incosciente, delle tentazioni della ribellione nel dolore, del come superarle e del valore di tutto questo per la salvezza dell’anima.

Solo di questo i fedeli (e anche il mondo) avrebbero bisogno, non di pastori impegnati in una politica di bassa leva del compromesso, che assicuri al gregge uno spazzietto che presto verrà eroso del tutto, ma di essere educati alla fede.

Sì, è solo questo il pane di cui è affamato il popolo cristiano tenuto da anni in astinenza forzata, non di scranni di potere, non di riconoscimenti, non di escamotage per cavarsela, ma della comunicazione della Verità di Gesù Cristo, l’unica che sazia la sua brama di vita eterna ridonandogli il vigore necessario ad infiiammare il mondo.

 

La Nuova Bussola Quotidiana