« A proposito di giovani (e di sinodi) » di don Elia

No, ragazzi cari, non ci siamo proprio. Ma non è tutta colpa vostra. Il vuoto morale, intellettuale e spirituale in cui vi hanno tirato su vi costringe ad annaspare nella pressoché completa assenza di riferimenti e di punti fermi per le vostre scelte, facendovi al tempo stesso presumere di potervi dare da soli risposte alle domande fondamentali. Nel numero di maggio scorso del glorioso Bollettino salesiano, fondato (come si ricorda in copertina) da san Giovanni Bosco nel 1877, subito dopo il Messaggio del Rettor Maggiore, proprio in apertura sono riportate, senza alcun commento, le riflessioni di tre di voi riguardo alla cosiddetta legge sul fine-vita (qui), che in Italia ha da poco aperto il varco a pratiche eutanasiche.

È un classico esempio da finestra di Overton: un agire impensabile, una volta ammesso che se ne parli, è reso a poco a poco accettabile, fino a diventare normale e perfino obbligatorio.

Ciò che di primo acchito lascia di stucco in una pubblicazione cattolica – a parte il totale capovolgimento educativo di chi fa salire in cattedra chi dovrebbe essere istruito – è la riduzione di un tema così serio a soggetto di dibattito e di opinioni, come se la legge naturale e la verità rivelata non esistessero e si fosse autorizzati a prender posizione in modo personale su qualsiasi questione.

Ma, inoltratisi nella lettura, si rimane sgomenti di fronte al grado di confusione e contraddittorietà che regnano nelle tenere menti interpellate.

I nostri filosofi in erba affermano sì di amare la vita, tradendone però una concezione prettamente utilitaristica (come di un bene da sfruttare il più possibile) ed esclusivamente orizzontale, senza alcun riferimento all’eternità.

Un’esistenza in cui gli svantaggi prevalgano sui benefici, in questa prospettiva, diventa una non-vita, dato che non consente più di fare ciò che si faceva in salute e, di conseguenza, non può più essere considerata un dono né si riesce a coglierne lo scopo.

In questo agghiacciante immanentismo di chi pure è cresciuto in oratorio, la scelta di morire (come se fosse lecita) finisce con l’essere considerata un abbracciare la morte con dignità e rispetto, mentre la soppressione di un paziente può diventare un necessario liberare la felicità di un malato, anche se (attenti!) «non decidiamo noi il momento di morire, altrimenti sarebbe considerato un suicidio»…

A parte qualche frase così oscura da risultare incomprensibile ai comuni mortali, bisogna darvi atto, ragazzi miei, che avete assimilato bene il gergo ecclesialese e bergogliano, sia nella forma che nel contenuto; ma non sarà il caso di schiarirvi un po’ le idee?

La vita umana non è in potere né dell’individuo, che non può disporne come vuole, né dei medici, che hanno invece il sacrosanto dovere di prestare sempre cura e assistenza al malato, quand’anche non possa guarire.

L’unico che ha autorità sulla vita è Colui che l’ha data; l’autodeterminazione ha limiti ben precisi, che non è lecito travalicare a detrimento dei diritti del Creatore.

Anche la pratica – ormai da tempo corrente, a prescindere dalle leggi – di “sedare” un paziente terminale privandolo definitivamente dell’autocoscienza è un grave attentato sia alla sovranità divina, che proprio negli ultimi istanti può concedere grazie decisive per la salvezza, sia alla libertà dell’individuo, privato della possibilità di vivere coscientemente i momenti che determinano la sua sorte eterna.

Tutte le culture tradizionali pagane riconoscono la sacralità del supremo passaggio; e noi cristiani, che pur possediamo la verità nella sua pienezza, ne siamo divenuti incapaci?

La coscienza individuale non può non riconoscere i precetti fondamentali della legge naturale; per respingerli deve ricorrere a false argomentazioni o a discorsi confusi cui solo l’assuefazione alla dialettica hegeliana, alla mentalità marxista e alla manipolazione psicanalitica dà una parvenza di rispettabilità e di credibilità.

Inoltre l’autorità (che sia di ordine divino o ecclesiastico o umano), così come la competenza, sono qui completamente annullate a favore di un soggettivismo assoluto regolato dalla “pancia” anziché dalla testa, cioè da emozioni e sentimenti mutevoli piuttosto che dal corretto ragionare; persino il carattere normativo e obbligante della Rivelazione divina, contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, nonché del Magistero che la interpreta e la applica, è totalmente misconosciuto, come avviene anche nel trattamento di altre questioni sensibili.

Di conseguenza, ormai, molti si illudono di essere cattolici pur senza aderire a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato, oppure chiedono i Sacramenti, per sé o per i loro figli, ignorandolo completamente e vivendo in modo totalmente contrario, senza la minima intenzione di istruirsi in proposito né di correggersi in conformità a quanto conosciuto.

La ricezione dei Sacramenti, in questo contesto, è un atto sacrilego, perché compiuto da soggetti privi di fede e dello stato di grazia.

Lo stesso Battesimo, richiedendo la triplice rinuncia a Satana e professione di fede, è molto spesso amministrato in modo disonesto: genitori e padrini dichiarano a parole di rinunciare al peccato (quando invece ammettono tranquillamente, anche a livello pratico, convivenza, divorzio, aborto, contraccezione, eutanasia, sodomia e quant’altro) e di credere una dottrina che ignorano del tutto o quasi e che comunque non vivono, dato che non vanno mai in chiesa, non pregano e non osservano i Comandamenti.

I ministri sacri, pur rendendosene perfettamente conto, persistono in una stanca prassi che ha finito col gettare in totale discredito la Chiesa e i suoi Sacramenti: a parte il modo, spesso ridicolo e mondano, in cui sono celebrati, è l’atmosfera stessa di palese finzione a privarli di ogni rilevanza, a meno che non li si concepisca come meri riti di ammissione o di passaggio di una qualsiasi aggregazione con valenza puramente sociale…

In ogni caso, essi sono ridotti a una farsa, ma, trattandosi di azioni compiute da Cristo stesso mediante i Suoi ministri, è una farsa sacrilega e blasfema che abitua la gente al disprezzo delle cose più sacre, compresa la vita umana, e indurisce così ancor di più la sua coscienza già offuscata.

Parlare di ciò, alle riunioni del clero e nell’elaborazione dei programmi pastorali, è semplicemente tabù: non è permesso mettere il dito nella piaga purulenta, che pur tutti vedono, ma si deve continuare a far finta che non ci sia.

La fede è pressoché scomparsa, persino fra i praticanti, ma, ben lungi dall’affrontare il male alla radice, se ne curano i sintomi.

La ricetta magica che oggi dilaga nelle curie diocesane è quella delle cosiddette unità pastorali, le quali, dove già applicate, sono state nettamente rifiutate dal popolo e han spento quel po’ di pratica religiosa che ancora sopravviveva, nonostante tutto.

Poi hanno anche la faccia di raccontarci che non è una pezza alla scarsità di clero, bensì una via innovativa che dovrebbe favorire la comunione e il coordinamento delle attività parrocchiali (di carattere per lo più socio-ricreativo).

Ma, a Pastori formatisi con una mentalità marxista, la realtà oggettiva e i risultati effettivi dei progetti, per quanto catastrofici, non interessano affatto: sono le idee che contano; chi non le accetta va rieducato o escluso.

La soluzione di qualsiasi problema consiste in nuove strutture e nuove forme, imposte dall’alto e applicate dai commissari del regime secondo i dettami dei capi del partito; se, per farlo, bisogna violentare la realtà, poco male, perché la realtà è sbagliata e va rifatta da capo, con buona pace di due millenni di storia e di continuità.

Quel che resta del popolo fedele e del clero sano non troverà mai ascolto alle sue legittime richieste; viene anzi trattato con diffidenza – se non con aperta ostilità – perché è un ostacolo alla creazione del mondo nuovo in cui Dio non ha più alcun posto, se non come puntello nominale di una “religione” dell’uomo e della natura.

Il clero promotore di questa vile commedia, tolta la parola a Colui che dovrebbe rappresentare, ora la dà a giovincelli che, senza alcuna competenza in materia, pontificano su problemi morali fra i più delicati, come se il loro infallibile verbo costituisse il nuovo metro su cui regolarsi.

La perfida strumentalizzazione è più che evidente: si usano i giovani – come nel sinodo attualmente in corso – per propagandare idee eversive che i preti non possono sostenere apertamente senza grave scandalo dei fedeli; ma non si presterebbero a ciò ragazzi meno privi di fede, incompetenti e presuntuosi, meno oppressi dall’insostenibile peso del nulla in cui sono cresciuti.

Questo, però, è il bel frutto delle nostre parrocchie e oratori – e c’è chi ne va fiero proprio fra i figli di don Bosco, molti dei quali, a quanto pare, sono ormai diventati agenti di un’educazione invertita al servizio del sistema.

Per il vero bene dei giovani, non sarebbe il caso di tornare sul serio al suo metodo e ai suoi scritti, anziché farne una bandiera per incrementare la sacrilega farsa servendosi di loro, nel generale oscuramento della ragione e della fede?

Ma i vertici della Chiesa sembrano non averne la minima intenzione, visto come, prendendoli a pretesto, stan portando avanti l’accanito lavoro di demolizione dell’opera di Cristo. Ci vuole un bel coraggio per porre a dibattito le relazioni omofile, con questo dilagare di scandali sessuali del clero sodomita.

Il buon senso suggerirebbe, come minimo, di tenersi bene alla larga da simili argomenti: è come se individui che han contagiato migliaia di persone tentassero di convincerle della normalità dell’AIDS… Che sciocco: i chierici allegri son totalmente sprovvisti del senso comune.

Il pudore, poi, non sanno neanche dove stia di casa: se ne avessero anche solo un barlume, non si abbandonerebbero a condotte abominevoli che profanano persone consacrate e non ne farebbero propaganda con tanta disinvoltura.

Il fatto è che questi soggetti, le cui abitudini sono ben note da decenni, con totale sprezzo di documentati rapporti negativi sono regolarmente promossi alle più alte cariche, anziché esser puniti come meritano.

Un esempio fra tanti: il primo segretario personale di “Francesco”, che nella sua diocesi (Buenos Aires), a causa delle denunce dei fedeli, era stato spostato dal vescovo di parrocchia in parrocchia e, spedito infine a Roma, nel 2013 si è fatto sequestrare il computer dai Carabinieri nell’ambito di un’indagine sulla pornografia infantile.

Nonostante tutto, tali individui continuano a imperversare come se niente fosse… finché una folla inferocita non provveda a fare un po’ di pulizia, prima che esploda il tremendo castigo divino.

È un’ipocrisia enorme deprecare l’abuso, dire di piangere per le vittime, e però rifiutarsi di denunciare la causa principale di tanti abusi sessuali: l’omosessualità. […] Al Papa: Ammetta i suoi errori, si penta, dimostri di voler seguire il mandato dato a Pietro e, una volta ravvedutosi, confermi i suoi fratelli (Lc 22, 32). […] A quanti sanno e non parlano: Vi esorto a considerare quale scelta, sul letto di  morte e davanti al giusto Giudice, non avrete a pentirvi di aver fatto (monsignor Carlo Maria Viganò, 19 ottobre 2018).

 

La Scure