Al-Qa’ida fase Tre: «Eliminare i cristiani» – di Massimo Introvigne

Ogni volta che si pensa che al-Qa’ida, l’organizzazione terroristica fondata da Osama bin Laden (1957-2011), sia finita, si ripresenta più forte di prima. È vero anche oggi, e per comprenderlo dobbiamo distinguere tre diverse fasi. Fino al 2001, «al-Qa’ida I» è un movimento che addestra terroristi, sceglie le missioni e le porta a termine gestendole direttamente.

 

Dopo l’11 settembre e la guerra in Afghanistan «al-Qa’ida II» è un network che opera secondo il principio del franchising. Gruppi autonomi, non creati da al-Qa’ida, progettano gli attentati «ispirati» dai documenti del movimento. Quindi si rivolgono alla «cupola» di al-Qa’ida per suggerimenti, armi, denaro, talora ricevendo addestramento in aree tribali del Pakistan o in Somalia. Infine, eseguono gli attentati autonomamente.

Già durante la vita di bin Laden, però, al-Qa’ida pensa a un superamento della seconda fase e alla propria trasformazione in una rete che coordina non solo gruppi terroristici ma anche forme di guerriglia legate a cause locali. L’obiettivo, molto ambizioso, è di controllare territori dove si formino «emirati», piccoli Stati con un proprio esercito, una polizia, una bandiera, talora anche una moneta, anche se ovviamente privi di riconoscimento internazionale.

 

Il primo esperimento è Al-Qa’ida nella Terra dei Due Fiumi (o Al-Qa’ida in Iraq, AQI), un pezzo di Iraq sunnita controllato dal terrorista giordano Abu Musab al-Zarqawi (1966-2006). Un terzo di tutti gli attentati in Iraq dopo l’intervento americano è opera di AQI, che fa circa trentamila morti. Ma il prezzo è altissimo. La strategia della «carta moschicida» del Segretario di Stato americano Condoleeza Rice attira consapevolmente in Iraq terroristi del network di al-Qa’ida da tutto il mondo, e oltre 15.000 sono uccisi. Alla fine l’esperimento fallisce, perché Zarqawi non solo perde troppi uomini ma è incontrollabile, e le sue sistematiche uccisioni di sciiti danneggiano il delicato gioco diplomatico che al-Qa’ida persegue con la casa madre dell’islam sciita, l’Iran. Il 7 luglio 2006 Zarqawi è ucciso dagli americani. Benché Bin Laden celebri il «martire» e il «leone del jihad», molti pensano che sia stata la stessa al-Qa’ida a fare arrivare negli Stati Uniti le informazioni che hanno permesso di localizzare e uccidere l’ormai scomodo Zarqawi.

Ma il sogno di una «al-Qa’ida III», che controlli veri e propri staterelli ultra-fondamentalisti, non muore com Zarqawi e neppure con bin Laden, e oggi è perseguito dalla cupola di Al-Qa’ida, che si trova ancora nelle aree tribali del Pakistan, e dal suo principale ispiratore religioso, il mullah Omar, il capo dei talebani afghani, che a sua volta non è mai stato catturato e non dispera di riprendere il controllo dell’Afghanistan dopo l’annunciato ritiro delle truppe occidentali.

 

Afghanistan a parte, al-Qa’ida dopo bin Laden appare articolata in quattro principali organizzazioni: Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI), Al-Qa’ida nella Penisola Arabica (AQAP), Al-Qa’ida in Palestina (AQP) e Al-Qa’ida nell’Est Africa (AQEA). Ci sarebbe anche Al-Qa’ida in Iraq (AQI), ma è ridotta ai minimi termini. Questi gruppi costituiscono propriamente «al-Qa’ida III». Ciascuno mira a prendere il controllo di un territorio e a fondare un emirato. Rimangono alleati nel network – ma non tecnicamente parte di questa al-Qa’ida versione III – i gruppi in Cecenia, Kashmir, Filippine, Indonesia, Thailandia.

E in effetti oggi al-Qa’ida controlla quattro territori. Al-Qa’ida nel Maghreb, fondata nel 2003 dall’algerino Nabil Sarahoui (1964-2004) come erede del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), un tempo molto potente ridotto a poca cosa dopo la sconfitta nella guerra civile in Algeria e la durissima repressione governativa, profitta della rivoluzione in Libia – dov’è molto attiva, come dimostra l’attentato all’ambasciata americana di Bengasi dell’11 settembre 2012 – per impadronirsi del Nord del Mali, dove i separatisti di etnia tuareg non sono più controllati dagli interventi di Muammar Gheddafi (1942-2011). Così, i separatisti s’impadroniscono del Nord del Mali – la cui capitale è Timbuctù – e il 6 aprile 2012 lo dichiarano indipendente con il nome di Azawad. La guerra continua fra separatisti laico-nazionalisti e separatisti ultra-fondamentalisti islamici. Gli ultimi vincono quando un massiccio contingente di Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico interviene ad aiutarli, e finisce per impadronirsi del Paese.

 

Nel frattempo, un secondo emirato si è costituito nello Yemen, dove varie zone non sono più controllate dal governo centrale ma da al-Qa’ida nella Penisola Arabica (AQAP). Il suo fondatore, Anwar al-Awlaki (1971-2011), figlio di un ministro yemenita, ha anche organizzato diversi attentati negli Stati Uniti ed è stato ucciso da un drone americano il 30 settembre 2011 nel Nord dello Yemen. I suoi successori si sono più concentrati sulla costruzione di un emirato nello Yemen che sugli attentati in Occidente.

Il terzo emirato è quello che Al-Qa’ida in Palestina (AQP) ha annunciato di avere costituito nel Sinai. Questo emirato esiste, nel deserto ma non troppo lontano dal paradiso dei turisti italiani a Sharm el Sheikh. Tuttavia non è chiaro se lo controlli al-Qa’ida o tribù di beduini che non accettano nessuna autorità superiore.

Il quarto emirato si trova in territorio somalo, dipende da al-Qa’ida nell’Est Africa ed è legato ad al-Shabaab («Movimento della gioventù combattente»), un gruppo che rappresenta la fazione più radicale delle Corti Islamiche, le quali nel loro complesso controllano gran parte della Somalia.

Nel mese di maggio 2012 è stipulato un patto di coordinamento fra Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico, Al-Qaida nell’Est Africa e un movimento ultra-fondamentalista che non fa parte di al-Qa’ida, il nigeriano Boko Haram, ma va a prendere in Mali e in Somalia armi e odio. Per la prima volta l’obiettivo esplicitamente indicato è la «pulizia religiosa»: l’eliminazione dei cristiani dalle aree a maggioranza islamica dell’Africa subsahariana. «Non ci sono cristiani in Somalia, ci sono solo apostati.

 

Un musulmano non può diventare cristiano: può solo diventare apostata. Non c’è posto per gli apostati in Somalia: non riconosciamo loro il diritto di esistere, solo quello di morire, e li uccideremo tutti». Queste parole di Nur Barud, esponente di Al-Qa’ida nell’Est Africa, riassumono il programma di persecuzione dei cristiani che, dal Mali alla Somalia passando per la Nigeria, è diventato un marchio di fabbrica di al-Qa’ida III.

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana