Aridatece il gallismo – di Rino Cammilleri

C’era un volta il Merlo Maschio e Lando Buzzanca si assumeva il duro fardello di portare in giro per lo Stivale l’icona per eccellenza della sicilianità: l’uomo seduttore, mai sazio di femmine, baffuto e impomatato. Era la prima volta che il Mito dilagava al livello popolare. Prima, aveva avuto i suoi fasti letterari nel Don Giovanni in Sicilia, nel Bell’Antonio e perfino in Sedotta & Abbandonata. Insomma, l’Homo Siculo era il vanto di una terra che, per il resto, aveva poco altro di cui andar fiera.

 

Poi la scena si incupì e, dopo le lotte femministe e la ribellione di Franca Viola, l’equazione Sicilia=gallismo dovette cedere il passo, nell’immaginario collettivo, a quella Sicilia=mafia, debitamente supportata da veri e propri professionisti dell’-anti. Per i decenni successivi siamo stati plasmati all’idea che in Sicilia la politica e la mafia fossero strettamente intrecciate, e che nell’isola non si muovesse foglia senza che il boss voglia. Dal «la mafia non esiste» si era passati, quasi senza accorgercene, al «tutto è mafia».

In Sicilia – ci abituammo a pensare – la politica la fa la mafia, perché è la mafia che porta voti. Così, diversa gente finì in galera perché «non poteva non sapere» o per «concorso esterno in associazione di stampo mafioso», due nuove fattispecie di reato create apposta per quella disgraziata terra, l’«amara terra mia» di modugnana memoria.

A mettere la pietra tombale e finale sul concetto, tanto da farlo diventare idée reçue, ci pensò Montalbano, con le sue avventure televisive vendute in tutto il mondo (essendo i romanzi intraducibili per via dell’uso massiccio del dialetto). Oggi, com’è noto, la Mafia ha cambiato parere; anzi, politica. E ha ordinato ai siciliani di non andare a votare. I siciliani, usi a obbedir tacendo, hanno eseguito compatti. Non si sa bene qual sia il piano, ma di certo deve essercene uno, perché la Piovra, come tutti sanno, è più astuta del Demonio. In attesa di vedere qual esso sia, il piano, in Sicilia si è intanto registrato un clamoroso ribaltamento d’immagine, essendosi essa ritrovata con al vertice – e, dunque, rappresentante ufficiale nel mondo – un omosessuale dichiarato.

I siciliani non l’hanno certo voluto, dal momento che hanno disertato le urne nella spaventosa percentuale dell’87%. Però è quel che adesso si ritrovano. Verrebbe da dire, visto che siamo in Sicilia, «cornuti e mazziati». Ma l’avvisaglia l’avevano avuta, visto che nell’altrettanto meridionale Puglia un omo-catto-com c’era già, e pure con l’orecchino. Questo, al contrario, votato, e ben due volte.

 

Che sta succedendo, dunque, al Sud? Se è vero che la Sicilia è una sorta di «laboratorio» di quel che avverrà altrove, dobbiamo aspettarci un ex Regno delle Due Sicilie a marchio gay? Staremo a vedere. Intanto, però, è il turismo sessuale a soffrirne, con conseguente depauperamento delle tasche meridionali. Se, il cielo ne scampi, le inglesine saranno dissuase dal trascorrere le loro vacanze estive in Sicilia, l’Ente Turismo dovrà ripensare l’immagine della Trinacria, che fu un tempo terra caliente popolata di fusti bollenti e galanti, e praticamente priva di concorrenza, giacché le sicule dovevano stare chiuse dietro le persiane.

 

E dire che lo scricchiolio avrebbe dovuto essere avvertito da tempo, poiché Ferribotte, l’icona del maschio siculo lanciato dai Soliti ignoti (early anni Sessanta), era un attore sardo. E sua sorella, Claudia Cardinale, era nata a Tunisi. Per quanto riguarda, infine, Lando Buzzanca, in vecchiaia si è ritrovato a interpretare il padre di un gay. Giusta nemesi o segno dei tempi? Propendiamo per la seconda ipotesi, e ci si perdoni la nostalgia canaglia per il gallismo che fu, quello della nostra lontana giovinezza nell’Isola dei Vulcani.

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana