Arthur, un’altra vittima del trattamento di fine vita inglese. «Nessuno merita di morire come un cane randagio»

Non si placano le polemiche e le storie di pazienti coinvolti nel Liverpool  Care Pathaway, il programma di trattamento fine vita. Dopo la storia di Margaret, una nonnina inserita all’insaputa  dei parenti in questo protocollo perché ritenuta in fin di vita, e invece poi  vissuta in modo dignitoso, ecco la storia di Arthur Oszek, un signore di 86 anni  morto perché, dice la figliastra, inserito nel Liverpool Care Pathaway.

La figliastra ha voluto  raccontare al Daily Mail il percorso doloroso in cui ha visto morire il  suo amato patrigno.

CURE INTERROTTE ALL’IMPROVVISO. Il padre di Ann Murdoch,  ricoverato all’Ayr General Hospital, soffriva di diabete. Per molti giorni gli è  stato tolto il cibo, le bevande e anche alcune delle sue medicine, pur essendo  lui un diabetico. Quando ha chiesto spiegazioni ai medici che lo seguivano, ad  Ann è stato risposto che era stato inserito nel Pathaway, al fine di aiutarlo ad  andare verso la morte. Ann ha chiesto più volte perché fosse stata presa questa  decisione per suo padre e ha protestato affinché il trattamento fosse  interrotto. Dopo bene 20 ore di discussione, i medici hanno stabilito che  avrebbero ridato alimentazione e idratazione al povero Arthur, ma ormai era  troppo tardi, e il 25 agosto dell’anno scorso il signor Oszek è deceduto.

PARENTI IGNARI. Quando Ann ha sentito, nei mesi successivi,  che c’erano tante altre storie come quella del suo patrigno ha deciso di rendere  pubblica la sua vicenda. Proprio in questi giorni l’associazione inglese per la  medicina palliativa ha chiesto una revisione del Liverpool Care pathaway, per  l’ingiustizia che i pazienti subiscano l’avvio del protocollo senza il consenso  dei cari. «Nessuno merita di morire così, nemmeno un cane randagio. Eppure mio  padre se n’è andato da solo, soffrendo per la mancanza di cibo, acqua e medicine  per il suo diabete. Mia nipote ha tristemente documentato il tutto con la  macchina fotografica. Le sue labbra disidratate, il blocco della circolazione  negli arti inferiori, il suo calvario», conclude la signora Ann. Eppure Mandy  Yule, una dei responsabili del Pathaway dell’ospedale di Ayr in cui il signore  era ricoverato, continua a sostenere che i parenti vengono sempre informati. Sul  caso di Arthur, però, nessun commento.

 
Fonte: Tempi.it