Avete il mito della vita a contatto con la natura selvaggia? Ecco, qui ve lo sfatiamo


Mio suocero mi racconta spesso di quando, in un paesino del basso mantovano,  loro in campagna, i micini messi al mondo in sovrannumero dalla gatta di turno e  presto abbandonati al loro destino sull’aia, li eliminavano a badilate. Avete  mai fatto caso a come l’ambientalismo sia un fenomeno perfettamente cittadino?  Chi infatti nella campagna ci vive ha una immagine parecchio diversa da quella  da cartolina che s’immagina la gente ecologista di città, quella che non ha la  minima idea di cosa voglia dire sgobbare quotidianamente a contatto sul serio  con la natura, con la natura vera, quella che significa sempre e solo fatica,  pericolo e insidia, e solo molto dopo, semmai, frutto da cogliere a patto di  averlo coltivato senza vedere esiti per tempi assai lunghi.

Per l’agricoltore, il contadino o l’allevatore i parassiti sono una minaccia  grave. L’agricoltore, il contadino e l’allevatore sanno bene che persino i  boschi occorre siano puliti e rassettati, altrimenti finisce che si rimangiano  in un solo boccone le terre strappate con il sudore della fronte al regno  selvatico.

Il fatto è che, lontani dalla campagna e stretti nelle città, è facile  rappresentarsi in maniera idilliaca ma irreale la vita della natura, persino il  lavoro della campagna. E tenendo presente che la maggior parte della gente vive  oggi in città, e che verso le città la popolazione mondiale si sposta con un  movimento a crescita esponenziale (nel 2011 gli abitanti della Terra hanno  raggiunto i 7 miliardi e si prevede che nel 2050 il 70 per cento di loro abiterà  in agglomerati urbani, ma già oggi nei paesi industrializzati vive nelle città  tra il 70 e l’80 per cento della popoalzione) è facile spiegarsi l’insorgere di  una sorta di nostalgia collettiva per la natura abbandonata per necessità ma con  qualche sospiro, per lo più confezionata in una idea del tutto mitizzata di  quello che, oramai quasi con un marchio di denominazione di origine protetta,  viene chiamato wildlife.

In questa chiave, la natura smette però di essere ciò che davvero è, vale a  dire selvatica, pericolosa e ostile, per tramutarsi in un quadretto neoromantico  che però nemmeno le fiabe autentiche descrivono davvero. A voler citare i nomi  grossi, ci sarebbe da chiamare sul banco degli imputati per responsabilità  culturali oggettive il ginevrino Jean-Jacques Rousseau: lui e quella sua  invenzione di uno incontaminato “stato di natura” primigenio in cui il “buon  selvaggio” scorrazzava come un’ape nel miele e a cui occorre presto fare ritorno  abbattendo le corrette e corrosive strutture della civiltà. Ma anche lì c’è del  dolo.

Rousseau ripeteva infatti certe frasi fatte che al tempo suo erano assai  comuni; e se un copyright a quell’idea si dovesse proprio trovare, il suo  detentore sarebbe piuttosto l’inglese Thomas Hobbes, il quale però, animato da  ben diverso realismo, persino cinico e utilitaristico cantore di una incipiente  forma di coercizione statalistica qual era, nel suo Leviatano lo “stato di  natura” se lo ipotizzava ben altrimenti: «terribile e brutale», una guerra  immane e continua di tutti contro tutti, dove la vita dell’uomo era «solitaria,  povera (…) e breve».

Ma anche il rousseauvismo à la page che imperava all’alba del movimento  ecologista contemporaneo va oggi stretto ai borghesissimi ambientalisti nuovi.  Con loro, infatti, il quadretto arcadico imperniato sul “mito del buon  selvaggio” si trasforma in un desolato paesaggio senza figure. Vista con i loro  occhi dalla città, la campagna è sì un bene da proteggere, ma soprattutto dalla  gente che vi abita: contadini e agricoltori, allevatori e mandriani, montanari e  pescatori, che lavorando faticosamente la terra o le coste, inevitabilmente  modificano il paesaggio (come avviene da che l’uomo ha preso ad abitare il  tempo) e quindi sporcano quell’immagine incontaminata della natura che invece si  vuole conservare così, immacolata e intonsa, soprattutto priva d’impronta e  volto umani.

Non è più, dunque, un contrasto d’antan fra il sentimento della campagna e la  freneticità delle aree urbane, ma una guerra senza quartiere all’uomo e alla sua  attività sul territorio. Un nuovo modo, insomma, d’intendere ciò che è bene e  ciò che è male definito da ciò che è “naturale” (il bene) e ciò che è toccato da  mano umana (il male). Il contadino, l’agricoltore e l’allevatore non sono più  visti, cioè, come garanzia e tutela della campagna, presidio intelligente e  operoso delle sue peculiarità, custodia di una risorsa (un bene) per tutti, ma  come i nemici primi e giurati della “naturalezza”. Curioso questo ritorno  d’impeto a favore della natura selvatica in un frangente storico in cui invece  si calpesta, forse proprio in nome della medesima visione delle cose, la natura  intima, data e pertanto immutabile dell’essere umano.

Gli uomini della campagna sono infatti nemici del wildlife poiché  intervengono fisicamente sul territorio, spostano zolle, modificano perimetri,  deviano corsi d’acqua, spianano e accumulano, disboscano qui e rimboscano là,  rimodellano coste per farvi ormeggi, rinchiudono bestie per terra e per acqua, e  irreggimentano i campi. Gli animali addirittura li uccidono: per cibarsene o  venderne le carni, per operare selezioni, per alterare il corso della natura.  Nulla di fatto li distingue dai cacciatori di terra e di acqua, uccisori per  puro diletto, coloro che invece, in un ordine autenticamente naturale di cose,  sono in realtà degli ottimi guardiani degli equilibri esistenti.

Pagine sapide  al tema le hanno dedicate due inglesi, il filosofo Roger Scruton e il sociologo  Frank Furedi; a quest’ultimo si deve l’efficace immagine delle fattorie che agli  occhi dei neoambientalisti di estrazione tutta urbana diventano «campi di  concentramento rurali, dove gli animali, detenuti contro la propria volontà,  vengono sistematicamente sottoposti alle pratiche più barbariche».

Il mito urbano della natura incontaminata sacrifica dunque il nemico umano  sull’altare di una nuova morale, quella che per esempio ritiene peccato grave  consumare carne animale (il culto conosce diverse espressioni, dai vegetariani  ai vegani integrali), ma che pure ritiene un reato di lesa maestà non solo le  biotecnologie ma l’impiego di fertilizzanti e di antiparassitari.

Ma come le bugie hanno le gambe corte, anche le  illusioni vanno poco lontane. Una volta espunto l’uomo dal paesaggio naturale,  dal lavoro nei campi e dalla tutela del paesaggio in nome di un’idea astratta di  wildlife, costruita al tavolino di un ufficio del centro cittadino, finisce che  l’ambiente selvaggio non più calmierato e raffrenato dall’azione di continua  bonifica svolta sul territorio dall’unico soggetto che la può pensare e  realizzare, l’uomo, si trova dirimpetto alle aree urbane senza più il cuscinetto  offerto dagli spazi coltivati.

La pressione del wildlife sulla città si fa in  questo modo diretta e così, oltre a non potere in prima battuta più godere degli  indispensabili frutti dell’agricoltura e dell’allevamento che la campagna  garantisce anche alla città, l’ambientalista radicale urbano prepara il proprio  destino inesorabile spalancando le porte a una natura terribile e brutale che  reclama il sopravvento.

Nella lingua inglese, la coltura dei campi s’indica con il sostantivo  husbandry, derivante da husband, marito, termine usato però nel secolo XIII  anche per indicare il contadino, l’allevatore e l’agricoltore: cioè il  capofamiglia che garantisce la casa e la sua economia (la “regola della casa”) “sposando” la natura che a lui si sottomette. Un matrimonio impegnativo come lo  sono tutti, ma immancabilmente fecondo. L’antidoto alle chimere del  neoinselvatichimento antiumano erano già tutte contenute in quel concetto.

Articolo tratto dallo speciale Più Mese di Tempi di dicembre

Fonte: Tempi.it