Bagnasco: decisione di un uomo di fede​

Ha preso parte al Concistoro di ieri mattina che resterà scolpi­to nella storia della Chiesa. Nel suo cuore, certamente, rimarranno in­cise le parole del tutto inattese di Be­nedetto XVI, un tumulto nel cuore di tutti che in un attimo si è esteso al mon­do. Il cardinale Angelo Bagnasco, pre­sidente della Cei, poche ore dopo l’an­nuncio del Papa racconta l’incontro cui ha partecipato, i sentimenti che l’han­no accompagnato, e ci aiuta a legger­ne il senso con lo sguardo limpido del cristiano.

Eminenza, cosa può dire dell’evento di cui è stato testimone?
Il Concistoro si stava svolgendo come previsto, ma prima della benedizione finale il Santo Padre ha letto un suo te­sto in latino, breve, nel quale ha an­nunciato l’intenzione di concludere il servizio petrino il 28 febbraio. C’è sem­pre un grande silenzio di attenzione quando il Papa parla, ma dopo queste parole è calato su di noi un silenzio an­cor più palpabile, misto a sorpresa, sconcerto, grande rincrescimento. Quando poi il Santo Padre è uscito, do­po un momento nel quale nessuno parlava, ci siamo quasi timidamente scambiati i nostri sentimenti, sco­prendoli profondamente condivisi.

Come va accolta la scelta di Benedet­to XVI?
Siamo tutti dentro una profondissima emozione, ma dobbiamo collocare questo avvenimento dentro l’orizzon­te della fede: Cristo è il pastore dei pa­stori, la Chiesa è solida nelle mani di Gesù che si serve degli uomini scelti da Lui. Insieme al primo sconcerto, che resta nel cuore, emerge un grande ab­braccio a Benedetto XVI, da credenti e non credenti, perché sta svettando più nitida ancora la statura di quest’uomo che il Signore ci ha donato per 8 anni, per il suo profondo magistero offerto con una tenerezza di animo e di tratto, di rispetto e di umiltà riconosciuta da tutti, specialmente in queste ore.

Cosa possiamo leggere nelle parole pronunciate dal Pontefice?
Questa decisione nasce da un’anima – percezione crescente in questi anni – profondamente umile, che vive di fe­de e nella libertà del proprio cuore, che non ha da affermare se stesso ma sa di dover solo annunciare Gesù Cristo. Tut­to ciò che lui compie – gesti, parole, scelte – l’ha vissuto esclusivamente per questo. L’Anno della fede comprova la preoccupazione che ha annunciato fin dall’inizio del suo pontificato: la que­stione principale della Chiesa oggi è la fede. Al Papa non importa essere conforme all’opinione dominante, per­ché è un uomo libero e quindi corag­gioso. La decisione appena annuncia­ta è dentro questo humus profondo della sua anima, che è il suo respiro quotidiano e che lo ha portato a valu­tare l’avanzare degli anni – come lui di­ce – in rapporto ai bisogni crescenti del­la Chiesa contemporanea.

C’è una parola tra quelle pronunciate dal Papa che può aiutarci a leggere dentro i suoi sentimenti e le sue in­tenzioni?
Non presumo di conoscerlo così profondamente, ma nella frequenta­zione di questi anni nei quali ho potu­to avvicinarlo anche in circostanze molto difficili e di grande sofferenza – come il momento di massima esplo­sione delle vicende dolorosissime le­gate ai casi di pedofilia – mi ha sempre colpito la serenità e la fiducia. Mi por­to dentro l’impressione fortissima di un uomo che vive tutto ciò che accade con uno sguardo di fede. Il suo è l’e­sempio di come si vive il cristianesimo: vedere le cose con gli occhi del Signo­re. Il suo magistero di questi anni, in­sieme alla sua persona, è un richiamo, un esempio e una predicazione della fede. Che al suo centro ha Gesù Cristo.

Lo stato d’animo di tanta gente è di sorpresa e di dolore, forse molti pen­sano anche a Giovanni Paolo II che portò il suo servizio fino alla fine. Per­ché questa differenza tra i due Papi?
Le circostanze sono diverse, come le personalità. Ognuno ha valutato da­vanti a Dio, nella preghiera, la propria situazione e quella della Chiesa cui è consacrato come servitore. Sarebbe in­debito fare confronti così delicati e, al­la fine, ritengo anche impossibili per­ché ci porterebbero dentro il sacrario della coscienza personale.

Questa decisione – come già dice qual­cuno – mostra una Chiesa più fragile ed esposta a chi la vorrebbe diversa da come è?
Al contrario. L’«incapacità» di cui par­la il Papa non è riferita alle virtù mora­li o a poco coraggio, scarsa attenzione, volontà di ritirarsi a una vita meno pe­sante. Le considerazioni del Papa sono riferite alle forze fisiche e al passare de­gli anni, con un logorìo che in questi ul­timi mesi è stato anche visibile. Di cer­to non si può dire che questo non sia un Papa coraggioso: se qualcuno pen­sa a una ‘fuga’ dovrebbe chiedersi al­lora perché non lasciò nel mezzo della tempesta per la pedofilia.

Questo evento imprevedibile ha un nesso con l’Anno della fede?
Si può vedere come un annuncio del primato della fede e della centralità di Cristo. Noi uomini siamo strumenti e servitori, certo impegnandoci a esser­lo in modo intelligente e responsabile, ma il grande timoniere resta Cristo. Se questa è la nostra fede, la scelta di co­scienza che il Papa ha fatto diventa u­na proclamazione ulteriore e visibile di cosa vuol dire avere Cristo al centro.

 

È come se il Papa ci indicasse una vol­ta ancora Cristo…
Sì! A ben considerare, ancora una vol­ta lui che è così schivo con questo ge­sto sembra voler spostare l’attenzione da sé al Signore.

Un altro sentimento che si tocca è l’im­pressione di molti di perdere un pa­dre. Come si affronta questo stato d’a­nimo?
Anzitutto ringraziamo il Signore, per­ché è bello sentire in modo più espli­cito e diffuso quanto Benedetto XVI sia entrato nei cuori. Non solo teologo ma padre. Gesù ha fondato la Chiesa come espressione del suo amore e della pa­ternità di Dio verso il mondo, e la e­sprime anche attraverso i suoi pastori, in primo luogo tramite il suo fonda­mento Questo è stato per me un grandissimo dono e privilegio. Gli incontri con lui sono stati una grazia di conferma nel­la fede e di indirizzo per la Chiesa ita­liana. Il Papa ha sempre ascoltato con estrema attenzione e discrezione, sug­gerendo e incoraggiando, mostrando grande stima e affetto per l’episcopato italiano e il nostro Paese. L’udienza più recente, verso la fine di gennaio, è sta­ta particolarmente lunga – un’ora. Il Santo Padre, con la parola e lo sguar­do, si è informato con un’attenzione tutta particolare. Un’esperienza che ho riferito ai miei confratelli in Consiglio episcopale, perché mi è sembrata u­na grazia specialissima.

Nelle sue parole al Concistoro il Papa ha anche indicato ai pastori uno sti­le per guidare la Chiesa?
Il Papa ha richiamato la consapevo­lezza che la missione affidata da Dio richiama all’essenza della fede cristia­na. Che è ‘stare con Gesù’ nel mondo senza essere del mondo.

 

Che significato ha il giorno scelto dal Papa, una festa mariana così popola­re e amata come la Madonna di Lour­des?
È un elemento certo non casuale. La scelta è precisa, anzitutto come devo­zione filiale alla Madonna. Nei suoi viaggi il Santo Padre ha sempre visita­to santuari mariani. A Lourdes la de­vozione mariana si esprime come a­more misericordioso, che guarisce i corpi quando Dio vuole e le anime sempre. L’amore di Dio a Lourdes si fa misericordia per le afflizioni del nostro mondo, per le malattie del corpo e del­l’anima. Mi pare una sottolineatura particolarmente bella e importante per l’umanità di oggi che ha estremo biso­gno di sentirsi amata. Se il mondo a volte è tanto violento è perché forse non sa di essere amato nella miseri­cordia.

Non è l’ora dei bilanci, ma c’è un fat­tore che lei ha visto cambiare più in­tensamente sotto la guida di Benedet­to XVI?
Diversi sono i fattori ed è presto per va­lutarli. Però mi sembra che, insistendo sulla centralità della fede e quindi di Gesù Cristo, il Santo Padre negli anni ha pazientemente richiamato l’attenzio­ne su quello che ci ha indicato il Con­cilio Vaticano II, cioè il primato della li­turgia, luogo e spazio del mistero, do­ve l’uomo s’incontra con il Signore e nella sua libertà si lascia afferrare dal mistero di Dio, per esserne trasforma­to. Il Papa ha messo a tema sin dall’i­nizio del pontificato la centralità della liturgia eucaristica come fonte e cul­mine di tutta la vita cristiana e della missione della Chiesa. Ci ha costante­mente ricordato che l’Eucaristia gene­ra il popolo di Dio. Mi pare che questa sottolineatura stia passando nella vita delle comunità e nella coscienza del popolo cristiano.

Come affrontare questo tempo inedi­to di attesa che precede il Conclave per l’elezione del nuovo Papa?
Con un atteggiamento di grande fidu­cia e serenità. Il rammarico e lo scon­certo iniziali sono il segno che mostra come Benedetto XVI sia entrato nei cuori portandoci Gesù con la sua per­sona, la luce della sua parola e il calo­re della sua mitezza. Ma questi senti­menti devono essere vissuti dentro a un orizzonte più grande: la serenità ra­dicata nella fede. Lasciamo stare tanti discorsi: il credente ha fiducia in Cristo. Non rincorriamo ipotesi, pronostici, il­lazioni che in questi giorni si faranno. Preghiamo, con lo sguardo fisso su Ge­sù, perché la Chiesa continui la sua sto­ria di fedeltà a Cristo e all’uomo. Pre­ghiamo per Benedetto XVI, e per il fu­turo successore di san Pietro.

Francesco Ognibene  

 

Fonte: Avvenire