Messaggio del 25 dicembre 2014

Cari figli! Anche oggi vi porto tra le braccia mio Figlio Gesù e cerco da Lui la pace per voi e la pace tra di voi. Pregate e adorate mio Figlio perché nei vostri cuori entri la sua pace e la sua gioia. Prego per voi perché siate sempre più aperti alla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.  

« Benedetta, beata colei che ha abbracciato la croce » di Ermes Dovico

Il 7 novembre papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare diversi decreti, tra cui quello riguardante il riconoscimento del primo miracolo attribuito all’intercessione della venerabile Benedetta Bianchi Porro (8 agosto 1936 – 23 gennaio 1964), che quindi sarà presto proclamata beata. Il miracolo riguarda la guarigione dell’allora ventenne Stefano Anerdi, andato in coma il 21 agosto 1986 dopo un gravissimo incidente con la moto e dichiarato cerebralmente morto dai medici, che avevano pure dato il via libera all’espianto degli organi.

Intanto, però, la madre aveva iniziato a recitare una novena con familiari e amici per chiedere l’intercessione di Benedetta, della quale aveva letto una biografia. Il 3 settembre Stefano si risvegliò. Oggi è padre di due figli.

Una commissione di sette medici, incaricata nel 2013 di studiare i referti, ha definito l’improvvisa guarigione scientificamente inspiegabile.

Questo il primo miracolo ‘canonico’, eppure tutta la vita di Benedetta è stata un insondabile mistero di Grazia, che lei ha ricevuto e trasmesso abbandonandosi alla volontà di Dio, da vero agnello innocente, a immagine di Gesù crocifisso.

Prima dei cinque figli di Elsa, una donna dalla grande fede, e Guido, Benedetta viene alla luce a Dovadola, un piccolo paese in provincia di Forlì. Già alla nascita inizia la sua lunghissima serie di sofferenze, con una grave emorragia che spinge la madre a conferirle il Battesimo di necessità.

A tre mesi si ammala di poliomielite, che le lascia la gamba destra un po’ più corta dell’altra, costringendola a più interventi correttivi. I bambini la chiamano «la zoppetta» ma lei non ne fa un’offesa: «Dicono la verità».

Cresce con un animo sensibile, le piace ammirare le bellezze del creato, ridere con i fratellini, suonare il piano, nuotare nel lago di Garda – nella sua Sirmione – dove si trasferisce con la famiglia a 15 anni.

Intanto ha iniziato ad accusare problemi all’udito ed è costretta a portare il busto per evitare malformazioni alla schiena. Non le mancano i momenti bui, ma è grata del dono di vivere. «Io penso che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili) e la mia anima è piena di gratitudine e di amore verso Dio per questo».

Riflette questa gratitudine verso l’eterno nella considerazione che ha dell’amicizia, molto chiara nelle sue parole ad Anna: «Tu sei la mia prima amica e amica per me vuol dire qualcosa di più di quel che gli altri intendono. L’amica deve essere qualcosa di noi stessi e tu sei per me la metà dell’anima mia, l’acqua in cui mi specchio».

A 17 anni, per compiacere il padre, si iscrive alla facoltà di fisica all’Università di Milano, ma ben presto si accorge che quegli studi non fanno per lei e passa a studiare medicina. «Avevo sempre sognato di diventare medico. Voglio vivere, lottare, sacrificarmi per tutti gli uomini».

Per questo sacrificio Dio sceglierà un’altra via.

Benedetta studia con grande impegno, supera diversi esami, ma la sua sordità avanza (diverrà totale) e le difficoltà motorie la costringono a servirsi di un bastone.

A 19 anni si presenta all’esame di anatomia, confida al professore i suoi problemi di udito e gli chiede la gentilezza di porle le domande per iscritto. «Non si è mai visto un medico sordo!», le risponde furioso il docente, che scaglia a terra il libretto della ragazza. Alcuni studenti ridono. In silenzio, con le lacrime agli occhi, Benedetta si alza per raccogliere il libretto, congedandosi poi pacatamente da colui che l’aveva umiliata: «Scusi, professore, non volevo offenderla».

Anni dopo, nei pensieri messi nero su bianco (con l’aiuto della madre) per obbedienza, dirà: «L’umiltà è la porta per entrare in cielo».

La salute peggiora, i consulti si moltiplicano, fino a quando è lei stessa, grazie agli studi fatti, a farsi da sola la diagnosi: ha la malattia di von Recklinghausen, un morbo rarissimo che la porterà a poco a poco a perdere totalmente la vista.

Le radono i capelli, viene operata alla testa e un errore del chirurgo le causa la paralisi della parte sinistra del volto.

Va perdendo lentamente il senso del gusto, dell’olfatto e del tatto, ma in quella sofferenza indicibile la sua vita interiore cresce via via d’intensità. Come un sole che squarcia ogni tenebra.

Confida all’amica Maria Grazia, tra le più vicine negli anni di maggior dolore: «Mi accade di trovarmi a volte a terra, sotto il peso di una croce pesante. Allora Lo chiamo con amore, ai suoi piedi e Lui dolcemente mi fa posare la testa sul suo grembo. Capisci, Maria Grazia? Conosci tu la dolcezza di questi istanti?».

Continua faticosamente gli studi fino a quando, nel 1960, ormai al 5° anno di medicina, è costretta a inviare al rettore la sua rinuncia.

I suoi progetti iniziali sono completamente sfumati, ma tra una lotta e l’altra imparerà a farsi perfettamente docile al grande disegno che Dio ha su di lei.

Nel 1961 così scrive alla mamma: «Quanto a me sto come sempre. Ma quando so che c’è Chi mi guarda lottare cerco di farmi forte: Com’è bello così mammina! Io credo all’Amore disceso dal Cielo, a Gesù Cristo e alla Sua croce gloriosa. Sì, io credo all’Amore!».

Benedetta ha compreso di essere amata. In modo simile a santa Teresina di Lisieux, una santa che le era carissima, è consapevole di questa verità: «Dio vuole che ci affidiamo a Lui come bambini». Allora è già costretta a letto, dove passerà pressoché ininterrottamente, ormai paralizzata, gli ultimi quattro anni della sua vita.

Negli ultimi tempi, a parte un filo di voce, riuscirà a muovere solo le dita della mano destra, che la aiuteranno a comunicare attraverso un alfabeto muto.

La sua stanzetta diventa come un piccolo cenacolo vivificato dallo Spirito Santo, dove gli amici vanno a trovarla: piuttosto che consolare lei, sono loro a beneficiare delle grazie del suo abbandono in Dio.

Maria Grazia la chiamerà in una lettera «il volto stesso della speranza», rivelandole: «A quelli che mi parlavano di Lui non ho creduto. Ma a te, che hai sofferto e soffri insieme con Lui, io non posso non credere. Hai vinto. Io ormai credo, con tutto il mio essere… Credo nella Comunione dei Santi e nella vita eterna».

Benedetta, dimentica del suo io, riassumeva questa comunione così: «La carità è abitare gli uni negli altri». E, nell’amore al Corpo mistico di Cristo, diceva che «la Chiesa è Dio fra gli uomini».

Nella sua scelta di abbracciare definitivamente la via del Calvario furono fondamentali due viaggi a Lourdes, con l’Unitalsi. Nel primo, era il maggio del ’62, aveva chiesto la guarigione fisica perché desiderava farsi suora: non guarirà ma vedrà alzarsi improvvisamente dalla barella una giovane donna paralizzata, che lei stessa aveva confortato, esortandola a chiedere la grazia alla Madonna.

Nel secondo, l’anno seguente, va ‘solo’ con l’intenzione di «attingere forza dalla Mamma celeste» per vivere il buio che le è richiesto nella cooperazione al disegno del Redentore.

Il suo alla croce è ormai pieno. «Dalla città della Madonna si torna nuovamente capaci di lottare, con più dolcezza, pazienza e serenità. Ed io mi sono accorta, più che mai, della ricchezza del mio stato, e non desidero altro che conservarlo. È stato questo per me il miracolo di Lourdes, quest’anno».

Per lei, che amava recitare il Rosario («l’aiuto della Madonna ai suoi figli»), ben valgono le parole di don Divo Barsotti: «Tutta la vita di Benedetta sembra più o meno coscientemente modellarsi sulla Vergine, ritta, sulla montagna, ai piedi della Croce».

Il mattino del 23 gennaio 1964, giorno dello sposalizio di Maria Santissima, Benedetta chiede alla madre di leggerle la pagina conclusiva di Storia di un’anima di santa Teresina.

Il genitore le comunica poi che una rosa bianca, fuori stagione, è spuntata nel giardino. «È un dolce segno…», le dice la figlia (aveva sognato quella rosa bianca l’1 novembre precedente, «illuminata da una luce tanto forte», confidando il sogno a un’amica).

Ancora alcuni momenti e arrivò l’incontro con lo Sposo. Ma prima doveva ancora trasmettere la sua ultima parola terrena: «Grazie».

 

La Nuova Bussola Quotidiana

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