C’è un abisso fra papa Benedetto e papa Francesco sul concetto di peccato – di Antonio Socci


Nel ritiro spirituale in occasione del giubileo dei sacerdoti – terza meditazione – nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il 2 giugno 2016, papa Bergoglio ha di nuovo fatto trasparire la sua (singolare e personalissima) concezione della Legge di Dio e del perdono. Lo ha fatto commentando il passo evangelico dell’adultera (VEDI QUI ). Su questo stesso passo “Il Timone” ha confrontato QUI l’insegnamento (soggettivo) di Bergoglio con quello di Benedetto XVI (che è conforme a tutta la tradizione cattolica). E’ un confronto illuminante e impietoso.

Dunque sull’episodio evangelico dell’adultera, Benedetto XVI mette in rilievo che Gesù “è soprattutto amore: se odia il peccato, è perché ama infinitamente ogni persona umana”. E la grandezza di Gesù emerge proprio nel saper legare insieme la condanna assoluta del peccato con l’amore infinito per il peccatore.

Infatti, Benedetto cita sant’Agostino che dice: «il Signore, rispondendo (ai farisei), RISPETTA LA LEGGE e non abbandona la sua mansuetudine».

Ebbene, Bergoglio dice invece l’opposto di sant’Agostino e di Benedetto XVI. Bergoglio arriva a sostenere che Gesù, per essere misericordioso, “mancò rispetto alla legge”.

Ecco le sue testuali parole: “Mi commuove sempre il passo del Signore con la donna adultera, come, quando non la condannò, il Signore MANCO’ rispetto alla legge; in quel punto sul quale gli chiedevano di pronunciarsi – ‘bisogna lapidarla o no?’ – NON SI PRONUNCIO’, NON APPLICO’ LA LEGGE. Fece finta di non capire…”.

Così, più che Gesù, sembra Bergoglio. No, Gesù non è uno che “faceva finta di non capire”, Gesù non faceva il furbo, come capita a qualche ecclesiastico sudamericano. Al contrario. Come scrive sant’Agostino, Gesù applicò precisamente la legge quando li invitò a dare esecuzione alla legge: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei»

Non tolse nulla alla legge, semplicemente richiamò anche gli accusatori al loro peccato facendo loro capire che sarebbero stati tutti meritevoli di quella pena (cioè della condanna di Dio). Ma Dio – che è giustizia e condanna i peccati di tutti – è anche misericordia, quindi perdona i peccatori.

Infatti Gesù ama e perdona il peccatore, condannando però il peccato, non abolendolo. Per questo comanda alla donna di “non peccare più d’ora in poi”. Il suo comando ribadisce la Legge di Dio e il suo amore dà la forza (la grazia) per osservarla.

Per questo Benedetto XVI cita ancora sant’Agostino che dice: «Il Signore condanna il peccato, non il peccatore. Infatti, se avesse tollerato il peccato avrebbe detto: Neppure io ti condanno, va’, vivi come vuoi… per quanto grandi siano i tuoi peccati, io ti libererò da ogni pena e da ogni sofferenza. Ma non disse così» (Io. Ev. tract. 33,6)”.

Invece Bergoglio sembra avere in uggia quelle parole di Gesù (“vai e non peccare più”), forse perché ricordano che il perdono sacramentale istituito da Gesù implica la condanna del peccato.

Bergoglio ha un’idea (sua) del perdono sacramentale che sembra prescindere dalla condanna del peccato, dal proposito di staccarsi da esso e perfino dal dovere di confessare tutti i peccati (come ha detto il 9 febbraio 2016 in un incredibile discorso ai “missionari della misericordia”).

Dunque, a proposito della conclusione dell’episodio evangelico dell’adultera, Bergoglio dice: “A volte mi dà un misto di pena e di indignazione quando qualcuno si premura di spiegare l’ultima raccomandazione, il ‘non peccare più’. E utilizza questa frase per ‘difendere’ Gesù e che non rimanga il fatto che SI E’ SCAVALCATA LA LEGGE”.

Non si tratta di difendere Gesù. Piuttosto si tratta del caso di un vescovo di Roma che “accusa” (di fatto) Gesù di aver “scavalcato” la legge di Dio. PROPRIO COME FACEVANO SCRIBI E FARISEI: INFATTI ERANO GLI SCRIBI E I FARISEI CHE ACCUSAVANO GESU’ DI ABOLIRE LA LEGGE,

Gesù invece ribadisce di non voler abolire nemmeno uno iota della legge: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli” (Mt 5, 17-19).

NON SOLO GESU’ NON ABOLISCE LA LEGGE DI DIO, MA LA PORTA A COMPIMENTO. RENDENDOLA PIU’ RIGOROSA, NON PIU’ “MISERICORDIOSA”. EGLI, NON E’ CONNIVENTE CON I NOSTRI PECCATI, MA DONA LA FORZA PER OSSERVARE LA LEGGE, PER VIVERE DIVINAMENTE E AD OGNI NOSTRA CADUTA CI RIALZA E CI RIMETTE IN CAMMINO.

EGLI INFATTI NON DICE “AD IMPOSSIBILIA NEMO TENETUR” (COME BERGOGLIO, IL 9 FEBBRAIO), MA DICE: “SIATE PERFETTI, COME E’ PERFETTO IL PADRE VOSTRO CHE E’ NEI CIELI” (Mt 5, 48).

INFATTI ARRIVA PERFINO A PERFEZIONARE E CORREGGERE LA LEGGE DALLE SUE MODIFICAZIONI “MISERICORDIOSE”, PER RIPORTARLA ALL’ORIGINARIA LEGGE DI DIO.

IL CASO ESEMPLARE E’ QUELLO RELATIVO ALLA QUESTIONE DEL DIVORZIO: GESU’ E’ MOLTO PIU’ RIGOROSO DI SCRIBI E FARISEI I QUALI AVEVANO CANCELLATO L’INDISSOLUBILITA’ DEL MATRIMONIO (COME TENDE A FARE OGGI BERGOGLIO).

 

Post scriptum.

L’omologazione di Bergoglio a scribi e farisei è emersa clamorosamente nella sua omelia del 20 maggio, nella quale, commentando lo scontro fra Gesù e i farisei proprio sulla questione del divorzio, è arrivato a ribaltare completamente le posizioni facendo apparire Gesù d’accordo con la “concessione” del ripudio da parte di Mosè.

Ovviamente è del tutto falso. E’ vero l’esatto contrario: Gesù abolisce quella concessione “misericordiosa” data da Mosè ad uso e consumo degli uomini.

Gesù si contrappone a scribi e farisei proprio su questo e ristabilisce l’indissolubilità del matrimonio voluta da Dio Creatore. In realtà non è Gesù, ma Bergoglio che accede all’idea mosaica del ripudio.

Come scrive QUI Sandro Magister a proposito di quell’omelia:

“par di capire che la comprensione cara al papa arriva a ritenere valida anche oggi la concessione mosaica del ripudio per chi commette adulterio ‘per la durezza del cuore’ “.

Inoltre, recentemente, sempre Magister, QUI , ha citato il lavoro di una canonista (che in passato mi aveva attaccato sul tema del Conclave del 2013) a proposito del Motu proprio di Bergoglio sulle “nullità matrimoniali”. Quel “Motu proprio” che – ad avviso mio e di altri – attacca l’indissolubilità del matrimonio e di fatto legittima il “divorzio cattolico”.

Ecco cosa riferisce Magister:

“Geraldina Boni è ordinario di diritto canonico e storia del diritto canonico all’Università di Bologna ed è consultore del pontificio consiglio per i testi legislativi. Scrive, a proposito dei processi brevi di nullità affidati ad ogni singolo vescovo, in alternativa alla procedura giudiziaria normale:

‘Personalmente non avremmo alcuna avversione teorica al rilancio della giustizia diocesana: ma pensiamo che ciò andasse per lo meno dipanato per tappe susseguenti, oltre che, naturalmente, meglio confezionato. Infatti, non può essere messa a repentaglio la possibilità del giudice di approdare all’accertamento della verità, per il quale duemila anni di storia hanno tuzioristicamente additato quella giudiziaria come la via più sicura. Se essa non è più percorribile, diviene difficile sostenere la natura dichiarativa delle pronunce, le quali finiscono per ‘costituire’ la nullità del matrimonio, compromettendone irreparabilmente l’indissolubilità: ciò che neppure il papa, in virtù della sua ‘plenitudo potestatis’, può fare’ “.

Come si vede, avevamo visto giusto.

Antonio Socci

 

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