Che tristezza la maturità boldriniana – di Gianluca Veneziani


MaturitàMa siamo sicuri che le tracce della maturità siano state volute e approvate dal ministro Giannini? No, perché a leggerle così, pare che dietro ci sia la longa manus di sua eccellenza, madama Laura Boldrini. Dando un’occhiata ai temi proposti, appare evidente la matrice culturale che nutre e corrode le tracce, infarcite di un’ideologia politicamente corretta, tardo-marxista e neo-femminista, comunque terzomondista.

Dalla scelta degli argomenti al taglio che viene proposto fino al linguaggio che ne consegue, non resta che constatare la presenza egemone e il trionfo dell’Unico Pensiero oggi accettabile: quello boldriniano.

Nella traccia di attualità affiora ad esempio il tema sui “confini”, in cui bisogna affrontare, a partire dal testo di Piero Zanini Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali, il problema di “confini, muri reticolati, costruzione e superamento dei confini, le guerre per i confini”.

La morale della traccia è che occorre porre un limite ai confini e abbattere i muri, visto che – come scrive Zanini nel saggio – i confini “muoiono e risorgono, si spostano, si cancellano”.

Non sono mai stabili e definitivi. Quindi, largo ai migranti, frontiere aperte ai profughi, basta a reticolati e recinzioni, e stop a identità nazionali e appartenenze territoriali. Facciamoci invadere… La Boldrini sorride.

Poi il suo volto si fa ancora più compiaciuto quando legge la seconda traccia, quella di taglio storico, sul tema del voto femminile a partire dal 1946.

E qui vengono citate come fonti la poetessa partigiana Alba de Cespedes, una che ha scritto paginate sulla coscienza femminile e la lotta per la conquista dell’identità, e la scrittrice femminista Anna Banti che celebra nel suo romanzo la pittrice Artemisia e il diritto per una donna “di essere libera come un uomo”.

Qua si condensa tutta la retorica boldriniana – sebbene nobilitata da due firme letterarie di calibro – sulla parità di genere, sulle quote rosa, sulle desinenze rigorosamente con la -a, sul femminismo che continua a rivendicare diritti in una società fortunatamente parificata come la nostra e tiene colpevolmente gli occhi chiusi sulle violenze e gli stupri che subiscono le donne in altre culture, vedi quella islamica…

Ma se le donne – e certe donne, quelle intrise di ideologia femminista, sia chiaro – sono da mettere sul piedistallo, gli uomini, i padri nella fattispecie, sono da denigrare, da considerare retaggio di una cultura maschilista e reazionaria, sinonimo di dispotismo e colpa, di autorità da rinnegare e destituire, come predicava il vecchio lessico sessantottino.

Ecco allora comparire, nella traccia su arte e letteratura, il tema del rapporto tra padri e figli declinato attraverso quattro letture tutte “di genere”: quella di Kafka nella Lettera al padre, che descrive il genitore come una figura inquietante e autoritaria, intollerante e vicina al padre-padrone; quella di Umberto Saba che esordisce nella sua poesia con un significativo “Mio padre è stato per me l’assassino”, ricordando l’abbandono subito dal padre prima ancora di nascere, la sua figura gaudente e irresponsabile, al contrario di sua mamma che ha dovuto portare su di sé “tutti della vita i pesi”.

Si arriva quindi al padre violento, burbero e bruto, del romanzo di Federigo Tozzi Con gli occhi chiusi, in cui il protagonista Pietro finisce per subire nella vita l’effetto delle violenze fisiche e psicologiche di origine paterna.

E si conclude col ritratto Il figliol prodigo di Giorgio De Chirico, in cui il padre da cui il pittore-manichino ritorna è rappresentato coma una statua di gesso, immobile, simbolo della tradizione inerte e di una rigidità pallida e mortuaria.

Naturalmente tra le tracce, giusto per restare nel solco del pensiero politically correct e radical chic, non poteva mancare la presenza del papa laico da poco scomparso Umberto Eco, sommo riferimento per una certa cultura legata ai cliché del “giusto pensare”, del corretto vivere”, a una superiorità intellettuale autoproclamata che coincide con la autoconvinzione di una superiorità morale

Si potevano e dovevano notare queste cose. E invece guardando le tracce, o più probabilmente non guardandole, Matteo Renzi ha commentato come uno studentello ingenuo: “le tracce della#maturita2016 prima prova mi sembrano belle, ricche di spunti”.

Che possano essere “belle”, le tracce di un tema, c’è da discutere. Al massimo possono essere belle le opere cui fanno riferimento, e possono essere belli i temi che ne vengono sviluppati. Ma la traccia di per sé non è mai “bella”, almeno secondo i canoni estetici della letteratura.

Che poi siano “ricche di spunti” è ancora più discutibile perché, anziché favorire un pensiero libero e critico, queste tracce paiono incanalare il giudizio dello studente, indottrinarlo su un certo ordine di valori e (dis)valori, educarlo al pensiero del gregge, buonista, uniforme ed eticamente accettabile.

Se questa è “maturità”, forse era meglio restare immaturi….

Fonte: L’Intraprendente