Ci provavano anche nel 1930 – di Pio XI


Il dibattito che si è innestato – anche in casa cattolica – sul riconoscimento delle convivenze, nell’immaginario collettivo è un fatto nuovo. Spesso si dice che bisogna prendere atto di una situazione sociale che è cambiata e quindi non chiudere gli occhi davanti alle nuove realtà. Certo, il livello odierno di disgregazione della famiglia è indubitabilmente più alto di quello di 40-50 anni fa. E però sorprenderà certamente sapere che la teorizzazione della convivenza e del suo riconoscimento giuridico è molto antica, al punto che ne parla l’enciclica Casti Connubii, scritta da papa Pio XI nel 1930.

E il Papa dà un giudizio molto chiaro su questa pretesa, un giudizio che vale anche per oggi, perché – sia detto per i “revisionisti” – l’enciclica è un documento del Magistero e quindi sempre valido visto che il Magistero non va in prescrizione. Per questo ve lo proponiamo:


“Tale natura, affatto propria e speciale di questo contratto (il matrimonio, ndr), lo rende totalmente diverso, non solo dagli accoppiamenti fatti per cieco istinto naturale fra gli animali, in cui non può esservi ragione o volontà deliberata, ma altresì da quegli instabili connubii umani, che sono disgiunti da qualsivoglia vero ed onesto vincolo di volontà e destituiti di qualsiasi diritto di domestica convivenza”.

“…Movendo da tali princìpi (la riduzione del matrimonio a istituto esclusivamente umano, soggetto alla volontà dell’uomo, ndr), alcuni giunsero al punto di inventare altre forme di unione, adatte, come essi credono, alle presenti condizioni degli uomini e dei tempi, e propongono quasi nuove forme di matrimonio: l’uno «temporaneo», l’altro «a esperimento», un terzo che dicono «amichevole», e che si attribuisce la piena libertà e tutti i diritti del matrimonio, eccettuato il vincolo indissolubile; escludono la prole, se non nel caso in cui le parti vengano poscia a trasformare quella comunione di vita e di consuetudine in matrimonio di pieno diritto.

E ciò che è peggio, non mancano coloro i quali pretendono e si adoperano perché simili abominazioni siano coonestate dall’intervento delle leggi o, se non altro, vengano giustificate in forza delle pubbliche consuetudini di popoli e delle loro istituzioni; e sembra non sospettino nemmeno che simili cose, lungi dal potersi esaltare quali conquiste della «cultura» moderna, di cui menano sì gran vanto, sono invece aberrazioni nefande, che ridurrebbero senza dubbio anche le nazioni civili ai costumi barbarici di alcuni popoli selvaggi”.

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana