Commercianti, ospedali e luoghi pubblici: esponete il Crocifisso, non ve ne pentirete.


“Ti dispiace se, invece che a casa mia, ti invito al ristorante? – mi chiese gentile l’amica che, in una tiepida domenica d’inverno, era venuta a prendermi alla stazione della metropolitana – Sai, mio marito è in ospedale e siamo noi due sole. Ma non preoccuparti – mi rassicurò prima che potessi farle delle domande – è ricoverato solo per dei normali controlli.” Mi condusse a passo veloce nei pressi della sua abitazione, fino alla porta di un locale che a stento avresti chiamato pizzeria per la mancanza totale di arredi che rimandassero alla sua funzione, salvo una gran quantità di tavoli coperti da semplici tovagliette bianche.

Si componeva di tre stanze disadorne, dove erano sedute circa un centinaio di persone, festose e vocianti. Era rimasto un unico tavolinetto vuoto al centro di una di quelle piccole sale e il cameriere ce lo indicò come quello prenotato per noi.

Dopo aver ordinato le nostre pizze, mi accorsi che sulla parete bianca di fronte a me campeggiava l’immagine di una Madonna col Bambino. Poiché la mia amica, pur dichiarandosi credente, non frequentava le chiese, le domandai scherzando: “Cos’è? L’hai scelto di proposito per farmi sentire a mio agio?”

Serissima, mi rispose: “Se ti volti indietro c’è anche un Crocifisso. Devi sapere che, da dieci anni che abitiamo qui, tornando dai nostri viaggi ci fermiamo sempre a mangiare in questa pizzeria, ma non hai idea di quanti gestori siano cambiati. E’ sempre andata male, però da quando ci sono questi egiziani, e sono ormai un paio d’anni, c’è sempre il pieno.”

Ragionai tra me infatti che, per essere una normale domenica mattina, senza alcuna ricorrenza festiva particolare, era molto strana una tale affluenza.

Mesi dopo, una sera infrasettimanale, mi capitò di recarmi con amici in una pizzeria gestita anch’essa da egiziani. Era vasta, elegantemente arredata e con ben pochi tavoli liberi. Nell’andare a pagare mi accorsi che dietro alla cassa il muro era interamente coperto di immagini di Madonne, di Gesù, di Santi conosciuti e sconosciuti e di un bel Crocifisso.

Lo stesso mi capitò di notare successivamente in un altro ristorante, sempre gestito da egiziani. Tornata altre volte negli stessi locali, mi ha sempre stupito il fatto che, in qualsiasi giorno dell’anno, li ho trovati sempre strapieni.

Accadde poi qualche anno fa che una brava famigliola prese in gestione un bar, molto poco frequentato, della mia zona. Essendo tutti molto socievoli ed ospitali, ogni volta che mi capitava di entrare notavo che cercavano un contatto personale con i clienti, per cui, di fronte ai resoconti delle loro difficoltà di avvio dell’attività, un giorno mi sentii di domandare: “Siete cattolici, praticanti?”

Non parve loro vero di potermi raccontare tutte le devozioni che avevano a cuore e gli episodi di aiuti divini che avevano costellato la loro vita. Dopo aver ascoltato con attenzione tutto quanto mi riferivano, ricordandomi delle pizzerie egiziane, detti loro due consigli: esporre, anche se in maniera discreta, i simboli della loro fede ed essere costanti nella frequentazione dei Sacramenti, santificando la domenica come lo richiede il Signore.

Nel giro di poche settimane accadde che gli avventori, visti il bel Crocifisso in legno chiaro e l’immagine della Madonna apparsi dietro alla cassa, cominciarono a portare statuette di Padre Pio, oggetti comprati durante i loro pellegrinaggi, corone, acque benedette… il tutto poi disposto dai gestori sugli scaffali in modo molto discreto, ma ben visibile. Inoltre la famiglia aveva subito iniziato ad essere ligia ai doveri cristiani, benedicendo il Signore del fatto che il loro bar aveva cominciato ad essere frequentatissimo ed anche ora, in cui vi è un’indubbia crisi economica, non dà problemi.

 

Ma il Crocifisso non ha solo la funzione di benedire e proteggere le attività umane di coloro che lo venerano e lo amano, il Crocifisso salva le anime.

E qui devo dare una testimonianza personale di quanto sia particolarmente importante la sua presenza nei luoghi di sofferenza.

Un giorno di Santo Stefano di molti anni fa mi ritrovai all’Ospedale Careggi di Firenze con l’effetto psicologico di una bomba scoppiata nella testa. Ero seduta accanto al letto di mia sorella, di soli venti mesi maggiore di me, appena uscita dalla sala operatoria per un intervento al cervello che non era riuscito ad eliminare il suo male, lasciandole una condanna di soli tre mesi di vita.

Eravamo entrambe sposate da poco ed entrambe molto giovani, lei aveva anche un bimbo piccolissimo. E, soprattutto, eravamo affezionatissime l’una all’altra.

Quel dolore non ero capace di sopportarlo, quei mesi non avrei saputo come viverli, non ero in grado di affrontare tutti i problemi che sarebbero sorti e non accettavo di essere lì. L’unica soluzione per sfuggirne fu un pensiero, seppur fugacissimo, di morte.

Non ho mai giudicato Dio e non lo feci nemmeno quella volta, ma il Signore non c’era più per me, nonostante non avessi perso la fede nemmeno per un giorno della mia vita. Ora ero abbandonata completamente a me stessa, ghiacciata e paralizzata dal terrore di quello che ci aspettava.

Poi ad un tratto, nell’alzare gli occhi, lo vidi: era sulla parete di fronte a me nella piccola stanzetta occupata solo dal letto e da una finestra da cui entrava molta luce. Era grande, di metallo lucente su legno scuro.

Cominciai a gridargli dentro di me: “Se esisti, aiutami!” Non ci volle molto perché una voce cominciasse a martellarmi nella testa, prima piano, poi sempre più forte: “Prega! Prega! Prega!”

Durante l’intervento chirurgico avevo recitato il rosario insieme a mio marito, ma ora non ricordavo più nessun mistero, non sapevo nemmeno che giorno della settimana fosse.

Così, nella mia mente, senza distogliere lo sguardo da lui, iniziai a recitare un’Ave Maria dietro l’altra, dapprima automaticamente, poi sempre con maggior intensità man mano che sentivo il sangue ricominciare a circolare nelle vene, il cuore riprendere a battere regolarmente e la mente snebbiarsi.

Qualcuno continuava a parlarmi, a tranquillizzarmi e a dirmi cosa dovevo fare, Qualcuno aveva preso in mano il timone della mia vita e stava guidando al posto mio.

Da quel giorno per tre mesi non feci che pregare ed ebbi tutte le forze fisiche, psichiche e spirituali di cui ci fu bisogno.

Lei se ne andò in Cielo dando una testimonianza di fede che edificò anche i sacerdoti che la conobbero, riuscendo perfino, quando ormai non era quasi più in condizioni di parlare, a convertire una compagna di stanza che bestemmiava per il dolore e che morì pochi giorni prima di lei completamente pacificata con il Signore.

Suo marito e suo figlio sono stati ricompensati dalla vita ottenendo anche di più del necessario.

Io, se non fosse stato per quel Crocifisso, forse oggi non potrei darne testimonianza.

 

Paola de Lillo