Corruzione e rimedi


Sembrava che il federalismo potesse esser la soluzione se non di tutti di molti dei mali che affliggono la Repubblica. Perfino un partito sostanzialmente giacobino e, quindi, centralista come il Pd vi si era convertito tanto che nel giugno 2001, a fine legislatura (era presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e presidente del consiglio Giuliano Amato) apportò rilevanti modifiche al titolo V della Costituzione (“Le Regioni, le Province, i Comuni”) nel senso di attribuire nuovi importanti poteri agli enti locali, in particolare alle Regioni.

Adesso, di fronte allo scandalo delle spese folli dei consiglieri regionali della Regione Lazio (e i sospetti su quelli di altre Regioni) il vento è cambiato e sull’onda dello sdegno dei cittadini, il governo dei tecnici sembra propenso a nuovi interventi sul titolo V, ma in senso riduttivo per le autonomie. Se è davvero così l’Italia imboccherebbe una strada opposta a quella della maggior parte dei paesi europei. Perfino la Francia ha attenuato il suo tradizionale centralismo, la Germania è federalista da sempre, in Spagna e in Gran Bretagna l’autonomia concessa alla Catalogna e alla Scozia sfiora l’indipendenza fino a sembrarne l’anticamera.

Il diverso percorso che si prospetta per l’Italia ha motivazioni e giustificazioni etniche (razziali è una parola politicamente scorretta che è preferibile non usare) e antropologiche. Gli ultimi scandali sembrano avere definitivamente convinto gli italiani che la nostra classe politica è irriformabile e che i virus nefasti da cui è affetta sono talmente contagiosi che chiunque la frequenti, per quanto onesto fosse in precedenza, ne viene irrimediabilmente contagiato. I politici leghisti coinvolti nelle operazioni del tesoriere Belsito erano in origine duri e puri. Il consigliere regionale Fiorito, ribattezzato er Batman, era da giovane fra i più accesi sostenitori dei magistrati impegnati nell’operazione “Mani Pulite”, che segnò la fine della Prima Repubblica, minata da un eccesso di corruttela.

Di fronte alla constatazione dell’impossibilità di avere una classe politica onesta e all’insignificanza delle eccezioni individuali di politici particolarmente resistenti al virus si è diffusa nell’opinione pubblica la convinzione che l’unico, sia pure parziale rimedio, sia quello di sfoltire la classe politica. I parlamentari, i consiglieri regionali e via via tutti gli addetti alla politica continueranno ad abusare del loro ruolo, ma riducendone il numero e tagliandogli un po’ le unghie con una fitta rete di paletti e di controlli quanto meno si ridurrà il danno. Ovviamente si tratta di un rimedio che non verrebbe mai spontaneamente adottato dai politici, dal momento che nessuno o quasi può avere aprioristicamente la certezza di non rientrare nel numero dei tagliati, ma è convinzione comune che il governo dei tecnici possa costringerli a fare ciò che mai farebbero di propria iniziativa.

Forse è davvero l’unico rimedio, ma è anche la rinuncia al sogno di un paese passabilmente (la perfezione non è di questo mondo) onesto, di una democrazia passabilmente pulita, di un personale politico che, pur con tutte le inevitabili imperfezioni e i cedimenti propri della natura umana, non dimentichi del tutto l’impegno preso con i cittadini.

Non era (e non è) chiedere troppo ed è un peccato che non si sia colta l’occasione delle celebrazioni del centocinquantenario (sprecate invece nella riverniciatura di affumicati santini laici e nello sventolio da stadio di tricolori) per risalire fino al 1860 alla ricerca delle radici del male, delle ragioni per le quali allora si seminò gramigna invece che grano o si provvide ad estirpare questo in luogo della malapianta che nei successivi centocinquant’anni ha purtroppo così profondamente inciso i nostri costumi e il nostro carattere.

Francesco Agnoli

Fonte: Libertà e Persona