Dubbi nuovi e crescenti sulla “rinuncia” di Benedetto XVI – di Antonio Socci

“Ho conosciuto personalmente numerosi preti internati nelle prigioni e nei gulag staliniani. Sacerdoti che sono tuttavia rimasti fedeli alla Chiesa… conducendo una vita degna alla sequela di Cristo, loro divino Maestro”. Si presenta così l’arcivescovo cattolico Jan Pawel Lenga, vescovo emerito di Karaganda (Kazakhistan) in una lettera accorata che in queste ore rimbalza su vari siti cattolici dall’America all’Italia.

 

IL TESTIMONE

“Io stesso” prosegue “ho compiuto gli studi in un seminario clandestino nell’Unione Sovietica, lavorando con le mie mani per guadagnarmi il pane quotidiano. Sono stato ordinato prete in segreto, di notte, da un Vescovo che aveva a sua volta sofferto a causa della sua fede. Dopo il mio primo anno di sacerdozio sono stato espulso dal Tagikistan ad opera del Kgb”.

Monsignor Lenga, che ha partecipato a due Sinodi con Giovanni Paolo II, sente il dovere di esprimersi “circa la crisi attuale della Chiesa Cattolica”. E ha scelto “la forma della lettera aperta, dato che qualsiasi altro metodo di comunicazione si scontrerebbe con un muro di silenzio totale e con la volontà di ignorare”.

Il vescovo precisa: “Sono del tutto cosciente delle possibili reazioni alla mia lettera aperta. Ma la voce della mia coscienza non mi permette di tacere, mentre l’opera di Dio viene oltraggiata”.

Egli ricorda infatti la lezione degli apostoli martiri, per cui bisogna “obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.

Spiega che “oggi diventa sempre più evidente come in Vaticano attraverso la Segreteria di Stato si è intrapresa la via del politicamente corretto”.

E che si propaga il “modernismo” cosicché gli stessi vescovi non hanno più voce “per difendere la fede e la morale”.

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