« Ecco chi sconfigge le élite: “La famiglia, che meraviglia” » di Andrea Zambrano

Eccoli, i facinorosi. Dopo settimane di caccia alle streghe hanno parlato loro. Con un biberon e un braccio molesto ai fianchi: «Papi, ci avevi promesso il gelato». Sono bambini e bambine, i più stanchi viaggiano sulle spalle di papà mentre mamma spinge il passeggino che diventa un deposito di giacche e felpe. Verona.

Poco dopo le 13.30, quando parte da Piazza Bra la marcia conclusiva del XIII Congresso Mondiale delle Famiglie fa già caldo.I più previdenti, quasi tutti, si sono portati i panini da casa perché qua, intorno all’Arena, i bar e ristoranti sono trappole per turisti “crucchi” scesi dal Brennero: sono capaci di pelarti anche solo per un caffè. Sandwich e Estatè per la prima domenica di primavera.

Sono famiglie in marcia, l’oggetto del contendere di giorni e giorni di estenuante propaganda media-politica: oscurantisti, medievali, donne schiave, odiatori di donne, “con la vostra vita di merda” e il metodo che non piace ai vertici della Chiesa.

Incuranti di Forza Nuova, degli infiltrati, di chi si mette in favor di telecamera per dire di esserci. Sospettosi delle mirabolanti sviolinate di Salvini, ma disposti anche stavolta a concedere credito, come hanno fatto con tutti gli altri. Preoccupati fin dalle prime ore del mattino soltanto di trovare una messa a Verona e predisporre qualcosa da mettere sotto i denti quando a mezzogiorno i bambini inizieranno a tirare la manica dicendo: “Ho fame”.

Eppure sono tanti, il solito balletto: 50mila per gli organizzatori, 10mila per Repubblica. Facciamo 20mila?

Ma in fondo che importa? Sono già tante le famiglie di mamma, papà e figli, tanti figli, che sono arrivate a Verona ieri mattina: dopo la campagna mediatica devastante, dopo il terrorismo che “A Verona c’è il rischio di scontri e di farsi male” è già un miracolo che ci siano “solo” 10mila o 20mila persone.

Perché non li ha convinti la Cgil offrendo panini alla frittata e un comodo pullman, nemmeno sono arrivati spinti dalla foga di ascoltare il leader politico di turno, né sono stati convinti dall’ambone di parroci e vescovi incredibilmente assenti per ordine partito dall’alto. Ordine politico, niente a che fare con la guida e i pastori.

Sono scesi sulle rive dell’Adige liberamente, chiamati a raccolta dal tam tam di una community che non vive di social e like, ma si alimenta di un sentimento comune che travalica gli interessi e le convenienze.

Si chiama identità: sposarsi per amore e per amore, mettere al mondo i figli accettando quello che la Provvidenza dona.

Di solito a questo punto scatta il sorrisino sarcastico, “eccoli i bigotti”, “chiediamo allora perché non usano il preservativo…”, provoca un tizio con una telecamera in mano che si atteggia a giornalista.

Ma stavolta come per gli altri Family Day, l’identità è la stessa: «Dicono che vogliamo richiudere le donne in casa, ma se stamattina mia moglie non mi avesse buttato giù dal letto io a Verona non ci arrivavo», ci dice Valerio, 34 anni, di Trento, con tre figli e la moglie Sonia poco più avanti che urla a squarciagola il leitmotiv di giornata: «La famiglia, che meraviglia, la famiglia, che meraviglia».

E poi cartelli e striscioni: «Dio, patria e famiglia: che meraviglia».

Così, all’infinito, senza sosta. E’ l’unica concessione alle polemiche di questi giorni, la risposta pacata e dignitosa alle Cirinnà e alle Boldrini, al Partito Unico Mediatico, agli odiatori militanti di una Sinistra che accomuna Pd, Cgil, femministe radical e antagoniste, associazioni Lgbt e che cerca di riemergere dal vuoto cosmico della sua ideologia, imponendo la sua visione della vita sulla famiglia. Invece ieri nessuna volgarità, nessuna offesa.

Anni luce – alla fine un paragone bisognerà pur farlo – con l’odio propugnato il giorno prima: “Meglio falli di gomma che feti di gomma”.

Che poi, vedendo la bruttezza di certe manifestanti di sabato, forse si capiva anche il perché.

Lucio viene dalla provincia di Modena, ha dieci figli e subito dopo Castelvecchio tiene in braccio Sofia, la più piccola della covata, col ciuccio in bocca. Gli altri figli si fanno intorno come dei pretoriani quando vedono le telecamere che si accendono sul padre: «E’ dura? Diciamo che se non ci fosse Gesù sarebbe impossibile, ma io ai politici chiedo solo di poter vivere dignitosamente del mio lavoro senza sentirmi in colpa», ci racconta.

Un gruppo di giovani mamme e papà è euforico: urlano in continuazione lo slogan di giornata poi alla domanda sul perché sono venuti qui ribattono senza alcun timore: «Per difendere i nostri figli, per dare loro un futuro migliore, perché li amiamo. Medievali? Siamo orgogliosi di esserlo allora, siamo libere, stiriamo e siamo emancipate, non è strano, vero?».

Sul palco gli organizzatori si alternano all’inizio e alla fine con alcuni relatori, da Massimo Gandolfini a Toni Brandi e poi Filippo Savarese, Simone Pillon, Pino Morandini, Peppino Zola parlano di eroi e di futuro. «Sì, eroi, perché il matrimonio è sposarsi è una sfida e restare sempre insieme è il futuro, tutto questo ci dà speranza», dicono Mariana e Vittorio di Bologna.

A loro fanno eco, senza conoscersi neppure, Roberto e Claudia, con le loro due figlie, da Bergamo: «A loro abbiamo detto che oggi siamo qui per testimoniare che la famiglia vale sempre la pena. Senza paura di parlare di apertura alla vita, di fedeltà, di educazione cristiana, di progetto di vita. Questo è ciò che ci spinge ad essere felici perché la nostra vita è piena, ma se ci si discosta da tutto questo non c’è alcun futuro».

Eccoli, i facinorosi. Aborto? Semplicemente non contemplato; Divorzio? Escluso; Figli? Una chiamata, un dono, un progetto di vita.

Eroi del quotidiano, ignorati dal banco libri Feltrinelli, silenziati nei talk in radio e dimenticati nelle aule parlamentari. Sono le famiglie italiane e chi manifesta in piazza è solo una piccolissima rappresentanza.

Cattoliche? Sì, in Italia si può ancora dire di sì. Si può aver paura di chi scende in strada per testimoniare che una vita felice nel matrimonio è possibile? Si può considerare un nemico chi costruisce il proprio quotidiano nel sacrificio, ma sapendo che dalla politica non potrà mai aspettarsi la risoluzione di tutti i problemi?

«Il primi a dover risolvere i problemi siamo noi – ci dice Paolo Maria, tre ore e mezzo di auto sulla Milano-Venezia -, quando si ha una famiglia numerosa non si può aspettare che arrivino aiuti dall’alto che non arrivano mai, bisogna rimboccarsi le maniche e basta».

Tornati davanti all’Arena, sul palco, gli organizzatori del Congresso lanciano una moratoria internazionale sull’utero in affitto, chiedono misure alternative all’aborto, una diversa politica educativa e affettiva nella scuola.

E ancora: il riconoscimento dell’umanità del concepito, il diritto dei minori ad avere una mamma e un papà, la remunerazione per il lavoro casalingo e la lotta alla droga.

Avvenire sprezzante lo definisceun libro dei sogni”, dopo aver chiesto in passato una a una tutte le misure, ma il panico per quella vicinanza così temuta con la Lega di Salvini è grande.

Antonio Spadaro, lo spin doctor del papato li bolla come culture warrior, e così fa la Stampa, immaginando con un filo di paranoia che Lucio, Valerio, Mariano, Roberta, Claudio e tutti gli altri siano venuti a Verona perché gli americani hanno detto che bisogna combattere Papa Francesco.

I vaticanisti di Repubblica definiscono la famiglia di Nazareth “imperfetta”, figuriamoci: il figlio di Dio e due santi del calibro di Giuseppe e Maria. Paralizzati ormai dal ridicolo, incapaci di vedere la libertà, la gioia e la dignità negli occhi di chi qua è venuto per confermarsi nella quotidianità, non certo per ricevere prebende.

Sotto al monumento di Mazzini ormai sono le 16, Gandolfini e Brandi continuano ad arringare: «Papà ci avevi promesso il gelato», dicono i figli di Vittorio. «Va bene, che poi magari si fa una capatina sotto il balcone di Giulietta».

 

La Nuova Bussola Quotidiana