Messaggio del 25 dicembre 2014

Cari figli! Anche oggi vi porto tra le braccia mio Figlio Gesù e cerco da Lui la pace per voi e la pace tra di voi. Pregate e adorate mio Figlio perché nei vostri cuori entri la sua pace e la sua gioia. Prego per voi perché siate sempre più aperti alla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.  

« Ecco perché nessuno vuole ricordare il centenario del gulag comunista » di Antonio Socci

Proprio in questi mesi l’inferno compie cento anni. Ma è un centenario che non troverete ricordato quasi da nessuna parte, infatti parlare del Gulag sovietico è tuttora scomodo e imbarazzante in un Paese come il nostro, in cui il comunismo è stato così pervasivo, un paese le cui élite affondano le loro radici generazionali perlopiù in un passato comunista mai criticamente elaborato e mai sostanzialmente condannato.

Eppure è quello il grande abisso che ha inghiottito il Novecento e che – specialmente in Asia – perdura anche nel XXI secolo. Il Gulag comunista resta la grande rimozione collettiva

Anche il recente documentario “Women of the gulag”, che pure è stato candidato all’Oscar nella categoria Best Documentary, non ha ricevuto quasi nessuna attenzione (è una struggente testimonianza di sei donne russe che vissero quell’orrore).

Perché questo silenzio imbarazzato sul centenario del Gulag? Un motivo può essere questo: perché cento anni ci riportano al 1918-1919, cioè un’epoca in cui non era Stalin a dominare, ma erano Lenin e Trockij.

Il fatto che proprio a loro vada ascritta l’invenzione del Gulag e del Terrore, come i sistemi di dominio del regime comunista, spazza via completamente l’idea – affermatasi in questi anni sui media – che il Gulag sia una perversa creazione di Stalin e che tutte le colpe ricadano su di lui.

Questa mistificazione passa anzitutto dal linguaggio. Basta fare attenzione e ci si accorgerà facilmente che sui media, nelle rare occasioni in cui si parla dei crimini del comunismo, si tenderà sempre ad evitare la parola “comunismo” e si userà invece la parola “stalinismo”.

Dando così ad intendere che se vi furono orrori (e oggi non è più possibile contestarli) essi furono dovuti alla perversa degenerazione di un uomo, di un tiranno, Stalin, non al comunismo in quanto tale che – a sentire il coro dei salotti illuminati – sarebbe comunque un nobile ideale, un’utopia buona, purtroppo tradita o non realizzata.

No. Ripercorrere l’instaurazione del comunismo in Russia significa, fin dall’inizio, imbattersi nel sistema del Terrore generalizzato.

E’ connaturato al comunismo stesso. Infatti si è poi replicato nello stesso modo totalitario e stragistaa tutte le latitudini, dovunque sia stato impiantato(dalla Cina a Cuba, dalla Cambogia alla Polonia, dal Vietnam all’Ungheria, dalla Corea del Nord alla Germania Est, dall’Albania al Tibet).

Il Terrore ha forse la sua radice nella natura gnostica del comunismo che disprezza la vita (altrui)e pensa di poter rovesciare la natura umana in qualsiasi modo: “Dell’uomo si può fare quel che si vuole”, diceva Lenin.

E’ stato il più gigantesco tentativo planetario di costruire il Paradiso in terra senza Dio e in odio a Dio (Lenin soleva “sputare sul crocefisso e calpestarlo”). Per instaurarlo occorreva il Gulag.

Certo, omicidi e stragi iniziarono subito, con la rivoluzione d’ottobre, ma, ancor prima di consolidare il potere bolscevico, uno “spietato terrore di massa” viene “istituzionalizzato”, diventa un “terrore rivoluzionario eretto a istituzione di Stato”.

Attraverso il lager, il campo di concentramento. “Spetta a Trockij l’onore di aver utilizzato per primo questo termine. In un suo ordine del 4 giugno 1918” (Nekric-Geller).

In agosto anche Lenin usò quella stessa espressione in un telegramma ai commissari di Pensa, per reprimere una rivolta anti bolscevica, ordinando di “applicare spietatamente il terrore su vasta scala contro i kulaki (i contadini), i preti e i bianchi” rinchiudendo “tutti i sospetti… in un campo di concentramento fuori dalla città”.

Quindi lo stesso Lenin, nel Memorandum del 3 settembre 1918, proclama essere “necessario preparare in segretezza e con urgenza il terrore”.

Due giorni dopo i “campi di concentramento” sono citati – scrive Anne Applebaum – “nel primo decreto in assoluto sul terrore rosso, in cui si ordinava non solo di arrestare e incarcerare ‘eminenti rappresentanti  della borghesia, latifondisti, industriali, commercianti, preti controrivoluzionari, ufficiali antisovietici’, ma anche di isolarli in ‘campi di concentramento’. Anche se non esistono dati certi alla fine del 1919 in Russia c’erano 21 campi registrati, mentre un anno dopo erano 107, cinque volte di più”.

Nella primavera del 1919 “furono pubblicati i primi decreti ufficiali sui campi speciali”. Iniziava così il vero terrore di massa, nasceva quel Gulag che inghiottirà la vita di decine di milioni di persone.

Non era necessario neanche un motivo per essere arrestati. Negli anni di Stalin il tiranno decideva un certo numero di vittime e lo si doveva raggiungere. Per questo si poteva incappare nell’arresto senza ragione o per futilissimi motivi, sparendo nel nulla siberiano senza alcun regolare processo.

Questo sistema di “sacrifici umani” serviva sia per paralizzare nel terrore tutto un popolo perché qualunque rapporto (anche tra familiari), poteva essere pericoloso. Sia per avere una grande massa di lavoro schiavistico a disposizione con l’obiettivo dell’industrializzazione dell’Unione Sovietica.

Qua in Italia il più grande partito comunista d’occidente, per anni, ha indicato nell’Urss la patria del Socialismo e il paradiso dei lavoratori, alimentando per decenni il suo incrollabile mito.

Poi, una volta venuto alla luce il fallimento del sistema e l’orrore che aveva prodotto, con milioni e milioni di vittime, grazie alle opere di giganti come Aleksandr Solzenicyn Varlam Salamov, si è evitato di fare i conti con la dolorosa verità.

Anzitutto (come ho detto) si è cercato di scaricare tutto sulla personalità di Stalin. Poi si è preteso di imputare il Terrore al cosiddetto dispotismo asiatico, come se il comunismo fosse paragonabile all’autoritarismo zarista.

Questo è smentito non solo dall’inferno provocato dal comunismo a tutte le latitudini, ma anche dalla realtà della Russia prerivoluzionaria.

Scrive Paolo Sensini nell’introduzione al “Terrore rosso” di Sergej Mel’gunov: “un’altra favola tenacemente radicata in Occidente è quella che descrive l’epoca zarista come un ‘mondo avvolto nelle tenebre’, in cui regnavano padroni incontrastati l’‘oscurantismo’ e l’‘assolutismo’ più totali. Nulla di più falso. La realtà è invece che nella Russia prerivoluzionaria la società civile esisteva e stava strutturandosi anche grazie a una libertà di stampa che si estendeva ogni giorno di più”.

Nel 1912 Lenin fa uscire “La Pravda”, “vi erano i sindacati, i partiti politici e il parlamento, la Duma”. L’incremento della produzione industriale era straordinario. E il 4 aprile 1917, il giorno dopo il suo rientro in patria (prima di prendere il potere), Lenin dichiarava: “La Russia è oggi il paese più libero del mondo”.

Scrive Solzenicyn:

“Se agli intellettuali di Cechov, sempre ansiosi di sapere cosa sarebbe avvenuto fra venti-quarant’anni, avessero risposto che entro quarant’anni ci sarebbe stata in Russia un’istruttoria accompagnata da torture, che avrebbero stretto il cranio con un cerchio di ferro, immerso un uomo in un bagno di acidi, tormentato altri, nudi e legati, con formiche e cimici, cacciato nell’ano una bacchetta metallica arroventata, schiacciato lentamente i testicoli con uno stivale e, come forma più blanda, suppliziato per settimane con l’insonnia, la sete, percosso fino a ridurre un uomo a polpa insanguinata, non uno dei drammi cechoviani sarebbe giunto alla fine, tutti i protagonisti sarebbero finiti in manicomio”.

Perché – aggiunge Solzenicyn – “nessun russo normale dell’inizio del secolo… avrebbe potuto credere” che questo orrore sarebbe stato il futuro.

 

Antonio Socci

(Nella foto: Aleksandr Solzenicyn)

Da “Libero”, 3 febbraio 2019

 

Sito: “Lo Straniero

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Twitter: @Antonio Socci1

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