Eugenio Corti: Il mio amico don Carlo Gnocchi, il santo che parlava sempre degli alpini e di Dio


Oggi la Chiesa ricorda il beato Carlo Gnocchi (San Colombano al Lambro,  25 ottobre 1902 – Milano, 28 febbraio 1956). Riproponiamo la lettura di un  articolo che apparve su Tempi nel dicembre 2011 (“I santi che ho  conosciuto”), in cui il grande scrittore Eugenio Corti parla del suo caro amico  don Gnocchi.

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In vita mia ho conosciuto due santi: don Luigi Giussani e don Carlo Gnocchi.  Due persone abissalmente diverse, ma entrambe anime elevatissime e, per la mia  esperienza, ugualmente sante. Il primo era un maestro che seppe appassionare  alla fede tanti giovani, il secondo un animo semplice tutto dedito agli  altri.

Don Giussani era di Desio, non molto lontano da Besana, paese dove abito. Lo  conobbi ai tempi della battaglia sul divorzio. Con alcuni amici avevo  organizzato una serie di convegni in cui avevamo invitato varie personalità e  ricordo un suo mirabile intervento durante una conferenza al teatro della  Biblioteca Ambrosiana di Milano. L’ho incontrato spesso, ma ricordo con  particolare lucidità il giorno del funerale di sua madre. Egli celebrava e io  m’ero messo in fondo, nelle ultime file, in mezzo a una moltitudine di persone  che, come me, avevano voluto far sentire la loro vicinanza al prete di Desio. Ma  non riuscivo a stare in chiesa. Non per la calca, ma per le parole con cui – con  un’emozione vibrante ma non retorica – il figlio prete ricordava la madre  defunta. Così entravo e uscivo di continuo, lottando in me stesso tra sentimenti  di ammirazione e d’insopportabile commozione.

Don Carlo parlava sempre di due cose: degli alpini e di Dio, e di entrambi  parlava col medesimo trasporto. Era venuto ad abitare qui, a Montesiro, a due  passi dalla mia abitazione, quando aveva tre anni. Era stato cappellano  all’Istituto Gonzaga di Milano e poi era partito per il fronte greco.  L’esperienza di guerra l’aveva marcato per tutta la vita, facendogli provare  delle sofferenze che l’avevano fortificato e reso un vero soldato cristiano.  Aveva poi vissuto la ritirata dal fronte russo, comportandosi valorosamente e  assistendo i moribondi che ghiacciavano in mezzo alla neve a temperature di  quaranta gradi sotto zero. Entrava nei combattimenti con grande ardore, sfidando  i colpi, e sui soldati si piegava per assisterli e confessarli.

Ricordo che aveva un taccuino su cui annotava i  nomi delle mogli e dei figli che i soldati nell’ultima confessione gli  affidavano. Al termine del conflitto andò a trovare ognuna di quelle famiglie.  Fu così che si rese conto delle condizioni pietose di tanta gente; fu così che  iniziò a raccogliere ogni genere di poverello, radunando tutti costoro in una  prima grande famiglia. Ma non c’erano solo i congiunti degli alpini, tutta  Italia era percorsa da questo grande terremoto delle vittime di guerra. E dei  loro figli, mutilati spesso da giochi in campi non ancora sminati. Don Carlo si  diede alla cura dei mutilati con tutto il cuore e nei suoi istituti volle sempre  che vigesse uno spirito d’amore.

Capitò un giorno che ci incontrammo per strada. Ogni volta che ci  incrociavamo mi ripeteva sempre la medesima raccomandazione: «Sposati presto,  perché non è bene aspettare». Ma quella volta avevo la risposta pronta. Avevo  infatti deciso di sposarmi con Vanda. «E perché non me lo hai detto?». «Ma don  Carlo, sa, lei è così impegnato, io, non osavo», biascicai in qualche modo. Tirò  fuori dal taschino quel suo famoso taccuino dei morti e mi fissò una data.

24 maggio 1951. Sessant’anni fa. Pare ieri. Era la sera precedente il  matrimonio e per le strade di Assisi – lì mi sono sposato perché mia moglie è di  quelle parti – passeggiavamo io, mia moglie, don Carlo, il mio testimone di  nozze, Mario Bellini, che era stato con me sul fronte russo, e il testimone di  mia moglie, Arnaldo Fortini, sindaco di Perugia e chiarissimo studioso  francescano.

Il cielo era terso, il clima incantato e la conversazione scorreva  così piacevole che proseguimmo fino a notte tarda, sebbene l’impegno  dell’indomani avesse dovuto consigliarci altro comportamento. Eppure eravamo  tutti quanti eccitati, chi per una ragione, chi per un’altra. Fortini narrava  con enfasi le ultime scoperte in ordine ai suoi studi, Bellini di certi suoi  incontri straordinari di cui voleva far partecipe don Carlo, io, oltre che per  quel che si può facilmente immaginare, perché s’era all’indomani dei successi  elettorali della Democrazia cristiana e – incoscienza giovanile – già vedevo  aprirsi una nuova era di cristianizzazione del paese.

Ma più d’ogni altro, era  don Carlo ad essere gasato. Era appena tornato da Parigi, dove s’era recato  perché aveva sentito parlare dei primi progressi della chirurgia plastica.  V’erano, infatti, nella capitale parigina dottori che, esperti in questo genere  di arte, s’arricchivano con i soldi delle dive. Potete immaginarvi la sorpresa  di costoro, non certo dei baciapile e alieni da qualsiasi simpatia cristiana,  quando si videro di fronte il mio amico in tonaca.

Eppure – è questa una  prerogativa dei santi – seppe convincerli che dovevano aiutarlo: «Almeno le  bambine dovete curarmele». Così, ci raccontava in quella sera primaverile don  Carlo, era riuscito a strappargli un “sì” e da quel giorno in poi, di fine  settimana in fine settimana, portava a Parigi una dozzina delle sue mutilatine,  ragazzine la cui sfortuna era evidente nelle ossa sporgenti e orribili del  volto. Le fece sistemare tutte. «Le mie bambine – diceva sempre come solo un  sant’uomo sa dire – le voglio tutte belle come le dive del cinema».

Ecco, dunque, di che cosa ho da ringraziare Dio. D’aver conosciuto dei santi.  Gente che, anche a un profano come me, ha fatto sentire con maggior vigore la  presenza della provvidenza nel quotidiano vivere.

* Il testo è stato raccolto da Emanuele Boffi ed è frutto di una  conversazione avvenuta il 13 dicembre a casa dell’autore, a Besana  Brianza.

 

Fonte: Tempi.it