« Francesco “spin doctor” di se stesso. Le ultime sue imprese » di Sandro Magister

Martha PelloniIn teoria tutti i media vaticani dovrebbero operare concordi nel trasmettere al mondo la fedele immagine del papa. Ma in pratica non avviene così. La sala stampa vaticana si è tenuta accuratamente al di fuori della recente fallita strumentalizzazione di una lettera privata di Benedetto XVI. Ha lasciato nelle peste il solo monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della segreteria per la comunicazione, salvato dal naufragio solo grazie al soccorso del papa, che proprio non vuole privarsi di questo suo disastroso “spin doctor”.

Il papa, appunto. Perché anche Francesco spesso fa tutto da solo nel comunicare col mondo, senza concordare alcunché con nessuno. E lo fa in almeno tre modalità:

– dicendo lui in pubblico ciò che vuole, senza passare da nessun controllo o verifica preliminare;
– facendo sì che altri dicano in pubblico ciò che lui dice loro in colloqui privati;
– raccomandando l’ascolto di persone che dicono ciò che lui stesso non dice né in pubblico né in privato, ma gli piace che sia detto.

Nei giorni scorsi Francesco ha messo in atto tutte e tre queste sue personali modalità di comunicazione. Con effetti variamente dirompenti.

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La prima modalità l’ha utilizzata nell’omelia della messa della domenica di Pasqua. Non ha letto nessun testo scritto, ha parlato a braccio, in italiano. E nell’esaltare le grandi “sorprese” che Dio fa, in particolare con l’annuncio della risurrezione, si è espresso così: “Per dirlo un po’ con il linguaggio dei giovani: la sorpresa [di Dio] è un colpo basso” (in corsivo nella trascrizione ufficiale dell’omelia).

Senonché l’espressione “colpo basso” non appartiene al linguaggio giovanile, ma a quello pugilistico. Designa un pugno sferrato sotto la cintura: proibito, riprovevole e da squalifica. Un colpo vile e a tradimento. Davvero una pessima immagine per illustrare l’annuncio della risurrezione di Gesù, nell’omelia di Pasqua in piazza San Pietro.

Sta di fatto che il “colpo basso” detto da Francesco ha fatto colpo tra i media. In Italia è entrato persino nel titolo d’apertura di un importante telegiornale della sera di Pasqua.

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La seconda modalità è stata adottata da Francesco invitando a colloquio lo scorso martedì santo l’amico Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano “la Repubblica”, figura di spicco dell’intellettualità laica italiana.

In questo come in altri suoi precedenti colloqui col papa, Scalfari non registra né prende appunti. Ma poi ne riferisce sempre i contenuti su “la Repubblica”, qua e là con omissioni ed aggiunte alle parole del papa “perché il lettore capisca”, come ha spiegato lui stesso in una conferenza stampa dopo la pubblicazione del suo primo resoconto.

E questa volta ha attribuito a Francesco, tra l’altro, la seguente affermazione:

“Le anime cattive non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici”.

Notizia bomba. La mattina stessa il “Times” di Londra ha titolato: “Papa Francesco abolisce l’inferno”. E altrettanto hanno fatto numerose testate di tutto il mondo.

Al punto che nel pomeriggio la sala stampa vaticana ha dovuto emettere un comunicato per avvertire che quanto riferito da Scalfari “non deve essere considerato come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre”.

Molto blanda, come smentita. Tant’è vero che “la Repubblica” non l’ha pubblicata e Scalfari non l’ha commentata. Si è limitato a confermare al “New York Times” che non si è trattato di un’intervista ma di un incontro, che “posso fare errori” ma che comunque, a quanto ricorda, il papa gli ha davvero detto che l’inferno non esiste.

Ed effettivamente già altre tre volte Scalfari aveva riferito che Francesco gli aveva detto che l’inferno non c’è e che le anime cattive non sono punite ma annientate: il 21 settembre 2014, il 15 marzo 2015 e il 9 ottobre 2017.

Quest’ultima volta il papa gli avrebbe detto anche qualcosa in più, sempre stando a quanto da lui riferito: che cioè non solo non esisterebbe l’inferno, ma nemmeno il purgatorio e il paradiso.

Sia dopo il primo che dopo il secondo dei cinque colloqui tra Scalfari e il papa, padre Federico Lombardi, all’epoca direttore della sala stampa vaticana, aveva avvertito di prendere con precauzione le parole attribuite dal celebre giornalista al papa.

Successivamente, però, la sala stampa si era come arresa, rinunciando ad emettere comunicati di sorta. Se ora è intervenuta di nuovo, è perché l’affermazione dell’inesistenza dell’inferno è stata messa per la prima volta tra virgolette sulla bocca del papa.

Stando così i fatti, è comunque altamente credibile che Francesco simili cose le abbia dette a Scalfari per davvero, visto che questi le ha riferite non una ma quattro volte di fila senza che il papa sentisse il bisogno di correggere nulla, in ogni suo successivo incontro con l’amico.

Dagli Stati Uniti, il gesuita Thomas Reese, già direttore di “America” e columnist di spicco del “National Catholic Reporter” e di “Religion News Service”, ha creduto di smentire Scalfari ripescando una risposta affermativa di Francesco a una ragazza scout di una parrocchia romana, che l’8 marzo 2015 gli aveva appunto chiesto se l’inferno esiste e perché.

Ma Francesco è fatto così. Una volta dice che l’inferno c’è, un’altra volta lascia riferire d’aver detto il contrario. È un dire e contraddire che utilizza molto spesso sui temi più controversi.

Resta memorabile la sua risposta alla donna luterana che gli chiedeva se lei e il marito, cattolico, potessero fare entrambi la comunione, a messa. Il papa rispose dicendole di tutto: sì, no, non so, fate voi.

Inoltre, non va trascurato che l’idea che l’inferno non esista abita da tempo nella Chiesa, anche ai suoi gradi più alti. Il cardinale e gesuita Carlo Maria Martini, grande antesignano del pontificato di Jorge Mario Bergoglio, affermò nel libro che ha fatto da suo testamento:

“Io nutro la speranza che presto o tardi tutti siano redenti… D’altra parte, non riesco a immaginare come Hitler o un assassino che ha abusato di bambini possano essere vicini a Dio. Mi riesce più facile pensare che gente simile venga semplicemente annientata”.

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Si può assegnare alla seconda modalità comunicativa anche l’intervista radiofonica data il 3 aprile a Crónica Anunciada/Radio Cut dalla suora argentina Martha Pelloni, molto impegnata tra le donne contadine e candidata al premio Nobel per la pace nel 2005.

Parlando di come pianificare le nascite evitando il ricorso all’aborto, la suora ha detto:

“Papa Francesco a questo proposito mi ha detto tre parole: ‘preservativo, transitorio y reversible’”, intendendo – ha subito spiegato – con la seconda parola il “diaframma” e con la terza il “legamento delle tube”, quello che “noi consigliamo alle donne dei campi”.

La suora non ha detto come e quando Francesco, che la conosce e la apprezza da tempo, le abbia parlato così.

In pubblico, il papa non si è mai espresso come la suora ha riferito. Ma da qualche tempo si fa sempre più palese la sua volontà di superare la condanna dei contraccettivi formulata da Paolo VI nell’enciclica “Humanae vitae”.

Un velato via libera al ricorso ai contraccettivi, in casi di necessità, Francesco l’aveva dato già nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal Messico, il 17 febbraio 2016, chiamando impropriamente a proprio sostegno lo stesso Paolo VI.

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Infine, la terza modalità di comunicazione cara a Francesco ha avuto come “partner”, nei giorni scorsi, un monaco e psicologo benedettino tra i più noti e letti al mondo, il tedesco Anselm Grün.

Lo scorso 15 febbraio, nel conversare a porte chiuse con i preti di Roma, come fa ogni anno all’inizio della Quaresima, papa Francesco ha raccomandato loro di leggere un libro di Grün – di cui anche lui è affezionato lettore – descrivendolo come “moderno” e “vicino a noi”.

Ebbene, Grün è colui che in un’intervista alla “Augsburger Allgemeine” del 30 marzo, venerdì santo, ha detto che “non c’è nessuna ragione teologica che si opponga all’abolizione del celibato del clero o alla donne prete, alle donne vescovo o a una donna papa”.

È un “processo storico” che “ha bisogno di tempo” – ha aggiunto – e “il primo passo dev’essere ora l’ordinazione di donne come diaconesse”.

Un’ordinazione, quest’ultima, che risulta già tra gli obiettivi a breve termine di Francesco, al pari dell’ordinazione al sacerdozio di uomini sposati.

Mentre sui successivi passi del “processo storico” delineato da Grün, quello delle donne prete, vescovo e papa, Francesco non si è fin qui pronunciato, né in pubblico né in privato (*).

Ma intanto ha raccomandato di dare ascolto a chi li enuncia come traguardi da raggiungere, non importa se in contrasto plateale con il “non possumus” di tutti i precedenti papi.

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(*) ERRATA CORRIGE – A rettifica di quanto scritto sopra, papa Francesco si è pronunciato almeno due volte sull’ordinazione di donne al sacerdozio.

Nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal Brasile, il 28 luglio 2013:

“Con riferimento all’ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato e dice: ‘No’. L’ha detto Giovanni Paolo II, ma con una formulazione definitiva. Quella è chiusa, quella porta”.

E nella conferenza stampa sul volo di ritorno dalla Svezia, il 1 novembre 2016:

“Sull’ordinazione di donne nella Chiesa cattolica, l’ultima parola chiara è stata data da San Giovanni Paolo II, e questa rimane”.

 

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