Gino Bartali, il santo guerriero salvatore di ebrei


Il melo cotogno – forse una delle più antiche piante conosciute (lo coltivavano i Babilonesi 2000 anni prima di Cristo, ne parlavano i Greci e lo cantavano i romani) – è una pianta rustica e profumata che ben s’addice alla semplicità delle persone generose, alla generosità delle persone semplici, alla mite schiettezza dei puri di cuore. Forse per questo, o forse per una strana casualità, nel Giardino dei Giusti di Padova – il parco di Padova creato per essere memoria delle persone che con le loro azioni si sono opposte ai vari genocidi del XX secolo – il melo cotogno è stato piantato per diventare la memoria di Gino Bartali, il Ginetaccio nazionale decretato Giusto delle Nazioni, quello del «tutto sbagliato, tutto da rifare» ma anche quello per il quale «se lo sport non è scuola di vita e non è solidarietà, non serve a niente».

Quello che in questi giorni avrebbe tagliato il traguardo dei cent’anni. (18 luglio 1914 – 2014).

 

Gino Bartali: l’epico rivale di Fausto Coppi, l’uomo dei Gran Premi della Montagna e delle maglie gialle del Tour. La bicicletta solitaria al comando, la leggenda.

E’ una delle facce più note del Novecento sportivo. Il Novecento della potenza, dell’annichilimento, della follia e delle immani tragedie.

Quello, soprattutto a cavallo delle due guerre, nel quale la bestemmia sembrava la forma più adeguata a chi l’aveva scampata bella dalle follie umane.

Ma anche degli esatti suoi opposti: della carità nascosta e delle scorribande folli dell’amore, della tenacia e della speranza dura a morire, dell’epica sportiva e della religiosità popolare.

E’ qui che s’annida la splendida storia nascosta di Gino Bartali: costretto a rimanere giù dalla sella per qualche anno a causa della guerra, in sella ci ritorna per salvare persone la cui storia era messa a repentaglio da una certa barbarie umana.

Non più l’Izoard o il Sestriere, lo Stelvio o l’Alpe d’Huez ma quella spola di 380 km – percorsa dicono almeno una quarantina di volte tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944 – tra Firenze e Assisi.

Con nascoste sotto il sellino o dentro le impugnature del telaio centinaia di documenti falsi da consegnare ad un convento per poter stampare documenti falsi per gli ebrei.

Non si vestì di giallo, il colore del Tour de France, come nel 1938 e nel 1948 ma portò per sempre stampato nel cuore la vittoria d’aver salvato 800 persone dalle grinfie della follia.

Assisi e poi Genova: le trenate solitarie in bicicletta per raccogliere fondi da organizzazioni internazionali e riportarli nella sua Firenze, alla comunità ebraica.

Con la porta di casa sempre socchiusa, per un’ospitalità umana ch’era sempre a portata di mano: come nel caso delle quattro persone della famiglia Goldenberg.

A nulla valse il fiatone della polizia fascista che lo braccava, le spie che gli pedalavano contro, l’avversità della paura e del sospetto: la tempra dell’uomo era una roccia dura da scalfire, lo sport ne aveva forgiato il corpo e la fede il cuore.

Come scrisse di lui Gianni Brera, nella sua rabbia agonistica «non (c’era) la dolce rassegnazione del mistico, bensì la grinta dei santi guerrieri».

A nulla valse, dunque, e a nulla varrà per i seguaci del Bartali nascosto la barbarie delle avversità, dal momento che per loro vale il motto attribuito ad Hannah Arendt ch’è scritto nel grande muro del Giardino di Padova: «Si può sempre dire un sì o un no».

E quel “si” o “no” tenerlo nascosto una vita intera com’è accaduto con Bartali, perché «certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca». Il Bartali che lasciò ai familiari, ignari di quasi tutto, il testamento più luminoso firmato in uno dei secoli più tenebrosi: alla fine di tutto, ciò che rimane è solo l’amore.

Ben più dell’epica sportiva, ben oltre la gloria degli altari, ben al di sopra della memoria della gente di paese. La vita.

Fonte: Aleteia