Giovanni XXIII, la realtà è altro dal mito – di Massimo Introvigne


A cinquant’anni dalla morte, avvenuta il 3 giugno 1963, del beato Giovanni XXIII (1881-1963), Papa Francesco – al temine di una Messa celebrata in San Pietro dal vescovo di Bergamo mons. Francesco Beschi  per un folto gruppo di pellegrini venuti dalla città lombarda – ne ha ricordato brevemente la figura. Il Pontefice è sembrato tenere conto dei rischi di una certa «vulgata» che presenta erroneamente Papa Roncalli, il «Papa buono» come un uomo dimentico della dottrina e della tradizione.

 
L’11 aprile 2013, celebrando il cinquantenario dell’enciclica «Pacem in terris» dello stesso beato Giovanni XXIII Papa Francesco aveva invitato anzitutto a leggerla. In effetti, molti si limitano a citarne il titolo, mentre si tratta di un corposo documento sul tema cruciale dell’ordine sociale basato sul diritto naturale.

Mi permetto di ricordare che su «La Nuova Bussola Quotidiana» avevamo preso in parola il Papa  proponendo una rilettura sistematica della «Pacem in terris». Avevamo avuto – dispiace dirlo – poca concorrenza: anche sulla stampa cattolica, molti si erano riempiti la bocca con il titolo dell’enciclica, quasi si trattasse di una concessione al pacifismo vuoto e miope in voga negli anni 1960, dimenticando il monito di Papa Giovanni secondo cui non è vera pace quella che non si fonda sulla morale, misurata dalla legge naturale, e sulla verità.

 
Il rischio di trasformare il beato Giovanni XXIII in un’immaginetta pacifista non è mai del tutto assente. Certo, non si tratta di negare il grande affetto dei cattolici per Papa Roncalli e le grandi emozioni che seppe suscitare, il che non è certo un demerito.

«Chi, come me, ha una certa età – ha detto Papa Francesco – mantiene un vivo ricordo della commozione che si diffuse ovunque in quei giorni: Piazza San Pietro era diventata un santuario a cielo aperto, accogliendo giorno e notte fedeli di tutte le età e condizioni sociali, in trepidazione e preghiera per la salute del Papa. Il mondo intero aveva riconosciuto in Papa Giovanni un pastore e un padre. Pastore perché padre».

 
Così come non è certo un demerito essere stati – come fu il beato Roncalli prima di diventare Papa – un grande diplomatico, nunzio apostolico in Paesi difficili, capace di tessere nell’interesse della Chiesa trame complicate, facendosi apprezzare anche da chi dalla Chiesa era lontano.

«Fu questo indubbiamente –  ha ricordato il regnante Pontefice – un tratto distintivo della sua personalità, che gli permise di costruire ovunque solide amicizie e che risaltò in modo particolare nel suo ministero di Rappresentante del Papa, svolto per quasi tre decenni, spesso a contatto con ambienti e mondi assai lontani da quell’universo cattolico nel quale egli era nato e si era formato.

Proprio in quegli ambienti egli si dimostrò un efficace tessitore di relazioni ed un valido promotore di unità, dentro e fuori la comunità ecclesiale, aperto al dialogo con cristiani di altre Chiese, con esponenti del mondo ebraico e musulmano e con molti altri uomini di buona volontà».

 
«Angelo Roncalli – in sintesi – era un uomo capace di trasmettere pace; una pace naturale, serena, cordiale; una pace che con la sua elezione al Pontificato si manifestò al mondo intero e ricevette il nome della bontà».

Tuttavia la bontà, per essere persuasiva, deve sempre rimandare a un contenuto preciso. Qual era il contenuto del messaggio di pastore e padre di Papa Roncalli? Per rispondere a questa domanda, ha affermato Francesco, «possiamo richiamarci al suo motto episcopale, “Oboedientia et pax”: obbedienza e pace. “Queste parole – annotava  Mons. Roncalli alla vigilia della sua consacrazione episcopale – sono un po’ la mia storia e la mia vita”».

 
Obbedienza a che cosa e a chi? Il nunzio apostolico Roncalli obbediva scrupolosamente al Papa che serviva, il venerabile Pio XII (1876-1958). Ma il Papa Roncalli a chi obbediva? Egli continuò sempre a sottoporsi, ha affermato ancora Papa Francesco,  «un lungo e impegnativo lavoro su se stesso» per cercare di obbedire sempre alla volontà di Dio, allo Spirito Santo.

Una lezione che vale anche per chi guida la Chiesa oggi, e per tutti i cattolici: «Se sapremo lasciarci condurre dallo Spirito Santo, se sapremo mortificare il nostro egoismo per fare spazio all’amore del Signore e alla sua volontà, allora troveremo la pace, allora sapremo essere costruttori di pace e diffonderemo pace attorno a noi».

 
Il Papa buono non fu, ha detto Francesco, un Papa debole. Al contrario, «era uomo di governo, era un condottiero, condotto dallo Spirito Santo». Egli ebbe quella che il suo successore oggi chiama «l’intuizione profetica della convocazione del Concilio Vaticano II».

Ma, quando questo fu convocato, non ne ignorò le difficoltà e arrivo fino a «offrire la propria vita per la sua buona riuscita». La convocazione e l’offerta della vita, insieme, «restano come pietre miliari nella storia della Chiesa del XX secolo e come un faro luminoso per il cammino che ci attende».

 
Per capire Papa Giovanni – e senza dubbio anche per evitare immagini false, diffuse talora non senza malizia – occorre seguire il consiglio di Francesco: «approfondire lo studio della sua vita e dei suoi scritti». Scopriremo allora, ha detto il Papa, che il beato Giovanni XXIII cercò sempre di coniugare l’«amore per la tradizione della Chiesa e la consapevolezza del suo costante bisogno di aggiornamento».

Una formula che ricorda quella «ermeneutica del rinnovamento nella tradizione» con cui Benedetto XVI invitava a leggere il Vaticano II, e anche le riflessioni che un anno fa Papa Ratzinger svolgeva proprio sulla nozione di «aggiornamento», una parola da accogliere accettando lealmente il suo contenuto di riforma ma collocando la riforma nel solco della tradizione, non leggendola come un suo sovvertimento.

 
Studiando il beato Giovanni XXIII scopriremo anche la profonda dimensione del suo essere, ha detto il Papa, «sacerdote buono» secondo i criteri indicati da sant’Ignazio di Loyola (1491-1556). E prendere l’impegno che la Chiesa ci chiede per primo nei confronti delle figure che beatifica e canonizza: «imitare la sua santità».

 

articolo pubblicato da La Nuova Bussola Quotidiana