« Gomorra nel secolo XXI. L’appello di un cardinale e storico della Chiesa » di Sandro Magister

“La situazione è paragonabile a quella della Chiesa nell’XI e XII secolo”. Da autorevole storico della Chiesa e da presidente del pontificio comitato di scienze storiche dal 1998 al 2009, il cardinale Walter Brandmüller, 89 anni, non ha dubbi quando vede la Chiesa attuale “scuotersi fin nelle sue fondamenta” a motivo del dilagare di abusi sessuali e di omosessualità “in modo quasi epidemico tra il clero e perfino nella gerarchia”.

“Come si è potuti arrivare a questo punto?”, si chiede il cardinale. E la sua risposta è in un ampio e argomentato articolo pubblicato in questi giorni sul mensile tedesco “Vatican Magazin” diretto da Guido Horst:

> Homosexualität und Missbrauch – Der Krise begegnen: Lehren aus der Geschichte

In versione italiana integrale:

> Omosessualità e abusi – Affrontare la crisi: le lezioni della storia

Brandmüller rimanda ai secoli in cui i vescovadi e lo stesso papato erano divenuti una tale fonte di ricchezza che per questo “si combatteva e si mercanteggiava per impossessarsene”, con la pretesa dei regnanti temporali di attribuire essi stessi le cariche nella Chiesa.

L’effetto fu che presero il posto dei pastori personaggi moralmente dissoluti, attaccati al patrimonio invece che alla cura delle anime, tutt’altro che inclini a condurre una vita virtuosa e casta.

Non solo il concubinato, ma anche l’omosessualità era sempre più diffusa tra il clero, in misura tale che san Pier Damiani nel 1049 consegnò al neoeletto papa Leone IX, noto come zelante riformatore e in seguito proclamato santo, quel suo ‘Liber Antigomorrhianus’, redatto in forma epistolare, che in sostanza era un appello a salvare la Chiesa dalla “sozzura sodomitica che si insinua come un cancro nell’ordine ecclesiastico, anzi, come una bestia assetata di sangue infuria nell’ovile di Cristo”. Sodoma e Gomorra, nel libro della Genesi, sono le due città che Dio distrusse col fuoco a motivo dei loro peccati.

Ma la cosa più degna di nota, scrive Brandmüller, fu che “quasi contemporaneamente si costituì un movimento laico rivolto non solo contro l’immoralità del clero, ma anche contro l’impadronirsi degli uffici ecclesiastici da parte di poteri laici”.

“A insorgere fu il vasto movimento popolare detto della ‘pataria’, guidato da membri della nobiltà di Milano e da alcuni membri del clero, ma sostenuto dal popolo. Collaborando strettamente con i riformatori vicini a san Pier Damiani, e poi con Gregorio VII, con il vescovo Anselmo di Lucca, importante canonista poi diventato papa Alessandro II, e con altri ancora, i ‘patarini’ sollecitarono, ricorrendo anche alla violenza, la realizzazione della riforma che in seguito prese da Gregorio VII il nome di ‘gregoriana’: per un celibato del clero vissuto fedelmente e contro l’occupazione di diocesi da parte di potenze secolari”.

Certo, in seguito la “pataria” si disperse in correnti pauperistiche e antigerarchiche, sul filo dell’eresia, solo in parte poi reintegrate nella Chiesa “grazie alla lungimirante azione pastorale di Innocenzo III”.

Ma “l’aspetto interessante” su cui Brandmüller insiste è che “quel moto riformatore scoppiò quasi in simultanea nei massimi ambienti gerarchici a Roma e tra la vasta popolazione laica lombarda, in risposta a una situazione considerata insostenibile”.

Ebbene, che cosa c’è di simile e di diverso nella Chiesa di oggi, rispetto ad allora?

Di simile, nota Brandmüller, c’è che allora come oggi a esprimere la protesta e a reclamare una purificazione della Chiesa sono soprattutto strati del laicato cattolico, specialmente nordamericani, nel solco del “meraviglioso omaggio al ruolo importante della testimonianza dei fedeli in materia di dottrina” messo in luce nel XIX secolo dal beato John Henry Newman.

Come allora, anche oggi questi fedeli trovano al loro fianco alcuni pastori zelanti. Ma va riconosciuto – scrive Brandmüller – che l’appassionata richiesta alle alte gerarchie della Chiesa e in definitiva al papa di unirsi a loro nel combattere la peste dell’omosessualità tra il clero e i vescovi, non trova oggi risposte altrettanto adeguate, a differenza che nei secoli XI e XII.

Anche nelle lotte cristologiche del IV secolo – fa notare Brandmüller – “l’episcopato per lunghi tratti rimase inattivo”.

E se anche oggi rimane tale, rispetto al dilagare dell’omosessualità tra i sacri ministri, “può dipendere dal fatto che l’iniziativa personale e la consapevolezza della propria responsabilità di pastore del singolo vescovo sono rese più difficili dalle strutture e dagli apparati delle conferenze episcopali, con il pretesto della collegialità o della sinodalità”.

Quanto al papa, Brandmüller imputa, non solo all’attuale ma anche in parte ai predecessori, la debolezza nel contrastare le correnti di teologia morale secondo le quali “ciò che ieri era vietato oggi può essere permesso”, atti omosessuali inclusi.

È vero – riconosce Brandmüller – che l’enciclica “Veritatis splendor” del 1993 di Giovanni Paolo II – “alla quale il contributo di Joseph Ratzinger non è stato ancora debitamente riconosciuto” – ha riconfermato “con grande chiarezza le basi dell’insegnamento morale della Chiesa”. Ma essa “si è scontrata con l’ampio rifiuto dei teologi, forse perché è stata pubblicata solo quando il decadimento teologico-morale era già troppo avanzato”.

È anche vero che “alcuni libri sulla morale sessuale sono stati condannati” e “a due professori è stata revocata, rispettivamente nel 1972 e nel 1986, la licenza d’insegnamento”.

“Ma  – prosegue Brandmüller  – gli eretici davvero importanti, come il gesuita Josef Fuchs, che dal 1954 al 1982 è stato docente presso la Pontificia Università Gregoriana, e Bernhard Häring, che ha insegnato presso l’Istituto dei Redentoristi a Roma, nonché l’influentissimo teologo morale di Bonn Franz Böckle o quello di Tubinga Alfons Auer, hanno potuto spargere indisturbati, sotto gli occhi di Roma e dei vescovi, il seme dell’errore.

L’atteggiamento della congregazione per la dottrina della fede in questi casi è, in retrospettiva, semplicemente incomprensibile. Si è visto arrivare il lupo e si è rimasti a guardare mentre irrompeva tra il gregge”.

Il rischio è che a motivo di questa mancanza d’iniziativa delle alte gerarchie anche il laicato cattolico più impegnato, lasciato solo, possa “non riconoscere più la natura della Chiesa fondata sull’ordine sacro e scivolare, nella protesta contro l’inettitudine della gerarchia, in un cristianesimo comunitario evangelicale”.

E invece, più i vescovi, dal papa in giù, si sentiranno sostenuti dalla fattiva volontà dei fedeli di rinnovare e ravvivare la Chiesa, più una vera pulizia potrà essere fatta.

Conclude Brandmüller:

“È nella collaborazione di vescovi, sacerdoti e fedeli, nella potenza dello Spirito Santo, che la crisi attuale può e deve diventare il punto di partenza del rinnovamento spirituale – e quindi anche della nuova evangelizzazione – di una società post-cristiana”.

Brandmüller è uno dei quattro cardinali che nel 2016 sottoposero a papa Francesco i loro “dubia” sulle variazioni in atto della dottrina della Chiesa, senza mai avere risposta.

Questa volta il papa lo ascolterà e prenderà seriamente in considerazione, come fece Leone IX con san Pier Damiani?

 

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