« I poveri, una scusa teologica per la chiesa-sambodromo » di Andrea Zambrano

don Giovanni D'ErcoleE alla fine, come nelle migliori tradizioni scatta il trenino. Musica brasiliana e tutti in fila a cantare il “meu amigo Charlie Brown” perché non è Capodanno se ad un certo punto qualcuno non parte con il più classico – e piccolo borghese – degli olelè olalà. La galleria degli orrori di #salviamolechiese si arricchisce di una nuova chicca: il trenino di San Silvestro.

Il tutto ovviamente sempre con scopo benefico, per i poveri, si intende, passepartout ormai imprescindibile per sdoganare qualunque profanazione nelle chiese.

Le segnalazioni sono partite da Facebook e alcuni articoli di giornale hanno raccontato il resto. Nella chiesa di Santa Maria inter vineas ad Ascoli Piceno il “Capodanno per tutti” si è svolto all’insegna del mangiare e dei balli goliardici. Il trenino finale a ritmo do samba è stata soltanto la chicca di una serata trascorsa per i poveri e come commentano le cronache anche con la raccolta di una somma da destinare in beneficienza.

Non ci sarebbe da aggiungere molto, se non che la chiesa non è dismessa, è semplicemente poco utilizzata, ma questo forse è un incentivo, vista la moda corrente, a proseguire nella blasfema rappresentazione.

Qualcuno su Facebook si è lamentato e il video ha fatto il giro in pochi minuti della rete.

Ad Ascoli c’è un vescovo molto noto, quel monsignor Giovanni D’Ercole (in foto) che, in quanto volto noto tv, dovrebbe essere ben attrezzato ad affrontare i casi spinosi della cronaca. Così, leggiamo dalle cronache alcuni fedeli hanno chiesto conto proprio al pastore.

Anche la Nuova BQ lo ha contattato, scoprendo con sorpresa che non solo D’Ercole era presente, ma la cena l’ha autorizzata lui. «E la rifarò – taglia corto monsignor D’Ercole – che rispedisce al mittente le accuse piovutogli addosso. E che riconduce tutto a polemiche politiche dato che tra i “sambisti” improvvisati, quella che fa “ciao ciao” con la manina è un’ex assessore in polemica col sindaco. Beghe di paese, si dirà.

Ma l’episodio è destinato ad aumentare ancora di più la frattura tra una gerarchia ecclesiastica e i fedeli che di fronte a questo scempio, semplicemente soffrono visceralmente per come la casa del Signore viene utilizzata.

D’Ercole, per nulla intimorito dalle critiche, ha risposto alle nostre domande con decisione: «Ma quale goliardata! – ribatte -. Al termine della cena è stata fatta una danza, ma dopo abbiamo anche pregato. E stata una cena per i poveri alla presenza del vescovo e le critiche sono state fatte per ragioni eminentemente politiche».

Ma perché in chiesa? chiediamo. «Perché le ricordo che siamo un comune terremotato e non c’era sufficiente spazio per accogliere tutti – ha ribattuto -. La chiesa è quasi abbandonata ed è vicino alla sede dove normalmente i poveri mangiano».

Insomma, per D’Ercole la questione «finisce qui, non è stata una goliardata, ma una danza di pochi minuti per i poveri. Non è certo la fine del mondo». Una giustificazione c’è sempre: il terremoto, i poveri.

Con queste premesse, elevata la categoria del povero a classe teologica speciale, attendiamo il momento in cui le chiese verranno aperte per cene e buffet anche di altre categorie protette o in difficoltà: i malati oncologici o i padri separati o chicchessia.

Resta solo un problema fondamentale. Ormai la china è presa e la deriva di utilizzare le chiese come refettorio o come sala polivalente per gli scopi più nobili è avviata verso soluzioni sempre più fantasiose.

Di solito quando i fedeli protestano, però, e l’inchiesta della Nuova BQ lo ha messo in evidenza bene, non lo fanno per ragioni politiche, come cerca invece di giustificarsi D’Ercole, ma perché percepiscono una ferita che deriva fondamentalmente dall’aver reso profano un luogo di culto senza un motivo davvero impellente.

Il vegliosissimo di Capodanno è dunque stato inserito tra i requisiti minimi da offrire ai bisognosi? E’ chiaro che non lo è, ma con la scusa dei poveri ormai sembra tutto lecito. Anche cantare ahi ahi carramba secondo il più dozzinale dei copioni di Capodanno.

Le ferite dei fedeli, affrontate dai vescovi con sufficienza e – abbiamo visto – con fastidiosa superiorità morale intanto rimangono e non vengono rimarginate.

E’ la cecità dei pastori di fronte a questi appelli accorati che preoccupa e stupisce più di ogni altro samba godereccio. Almeno ci fossero state le ballerine di Rio de Janeiro ci saremmo fatti gli occhi…

 

La Nuova Bussola Quotidiana