Messaggio del 25 dicembre 2014

Cari figli! Anche oggi vi porto tra le braccia mio Figlio Gesù e cerco da Lui la pace per voi e la pace tra di voi. Pregate e adorate mio Figlio perché nei vostri cuori entri la sua pace e la sua gioia. Prego per voi perché siate sempre più aperti alla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.  

I ‘principini’, figli degli ‘Immortali’ del Partito, sono i nuovi padroni della Cina

Pechino (AsiaNews) – I discendenti di 8 padri fondatori del Partito comunista gestiscono fortune di decine di miliardi di dollari, in una connessione fra economia e politica che mette in crisi tutte le prediche anti-corruzione della nuova leadership di Xi Jinping. Allo stesso tempo la mappa di queste ricchezze sta creando un sempre più forte rifiuto e rivolta della popolazione cinese.

 

Un’inchiesta pubblicata ieri da Bloomberg News, con una serie di articoli e un interessante grafico, analizza con precisione l’ampiezza e le origini della cosiddetta “aristocrazia rossa”, tracciando le ricchezze di 103 personaggi, tutti discendenti diretti o acquisiti degli “Otto Immortali”.

Gli “Immortali” – Deng Xiaoping, Chen Yun, Yang Shangkun, Wang Zhen, Bo Yibo, Li Xiannian, Peng Zhen e Song Renqiong – sono fra i fondatori del Partito comunista cinese che, alla morte di Mao Zedong hanno cercato di salvare la Cina dal disastro economico in cui l’aveva prostrata il Grande Timoniere, aprendo le porte agli investimenti stranieri.

Allo stesso tempo, per evitare che il Partito perdesse il potere, essi hanno affidato ai loro figli – di “sicura” fede comunista – la gestione delle nuove compagnie industriali e finanziarie. Gli eredi dapprima hanno lavorato nelle prime industrie statali; poi negli anni ’90 si sono buttati nell’edilizia, nelle industrie dell’acciaio e del carbone; infine si sono buttati nello sfruttamento delle terre rare e nella finanza internazionale.

 

Gli articoli di Bloomberg mostrano che 26 eredi mantengono la guida delle compagnie statali che dominano l’economia. Tre di loro – Wang Jun, figlio di Wang Zhen; He Ping, genero di Deng Xiaoping; Chen Yuan, figlio di Chen Yun, il censore economico ai tempi di Mao – sono stati o sono ancora a capo di industrie statali del valore di 1600 miliardi di dollari Usa, ossia più di un quinto dei ricavi annuali del Paese (riferiti al 2011). Negli anni ’80 Wang Jun e He Ping si sono buttati anche nell’industria delle armi, vendendole all’Iran, al Myanmar, al Pakistan e hanno costituito una joint-venture con la Ferrari, l’auto più amata e più usata dai “principini”.

Almeno 43 dei 103 eredi gestisce oggi una propria compagnia o è divenuto top manager in una compagnia privata. Usando l’influenza dei legami parentali e la loro educazione all’estero, essi sono stati impiegati presso banche come Citigroup e Morgan Stanley. Molti di loro posseggono compagnie registrate offshore, dove domina il segreto, nelle Isole Vergini, le Cayman, la Liberia.

Sebbene i loro padri abbiano sempre disprezzato a parole “l’individualismo borghese” delle nazioni capitaliste, almeno metà degli eredi hanno vissuto, studiato e lavorato all’estero; 23 di loro hanno studiato negli Usa; tre di loro ad Harvard e quattro alla Stanford University; 18 di loro hanno lavorato in compagnie statunitensi e 12 posseggono proprietà negli Stati Uniti.

 

Secondo alcuni analisti, il massacro di Tiananamen del  4 giugno 1989 è avvenuto proprio per fermare le sempre più forti critiche degli studenti cinesi contro i privilegi dei “principini” che a quel tempo – quando nessun cinese poteva andare all’estero – hanno ricevuto visti e finanziamenti per andare nelle migliori università del mondo, a Londra o in America. Come afferma lo statista Bao Tong, il massacro ha messo sotto silenzio le critiche alla corruzione, non solo le richieste di democrazia.

L’idea degli editori di Bloomberg nel pubblicare questo resoconto – dopo aver analizzato “migliaia di pagine di documenti di compagnie, registri di proprietà, siti ufficiali” e fatto decine di interviste – è per mettere in luce il problema più grande che la Cina deve affrontare, che è la diseguaglianza sociale.

 

Negli ultimi 30 anni il Partito comunista cinese si vanta di aver strappato 600 milioni di cinesi dalla povertà, ma esso ha creato una delle società più squilibrate al mondo. In uno studio appena pubblicato, il coefficiente Gini per la Cina è 0,6. Tale coefficiente si basa sulle diseguaglianze di reddito e indica la possibile instabilità delle società in questione. Gli scienziati pensano che un coefficiente Gini superiore allo 0,4 sia un segnale di avvertimento per possibili rivolte. Del resto, anche se non vi sono cifre ufficiali, le rivolte sociali in Cina – spesso causate dalla corruzione dei capi di partito o da problemi ecologici – hanno raggiunto la cifra di almeno 500 scontri al giorno.

 

Per Bloomberg, la pubblicazione dei dati sulla “aristocrazia rossa” è un invito al presidente in pectore Xi Jinping ad attuare riforme sociali e una vera lotta alla corruzione che, come lui stesso ha dichiarato, sta facendo “marcire” il Partito che in tal modo rischia di cadere.

Ieri però, il sito di Bloomberg è stato oscurato in Cina e tanti blogger che volevano pubblicare l’inchiesta hanno ricevuto l’avvertimento che se lo facevano avrebbero avuto guai per “l’illegalità” della pubblicazione. Nel giugno scorso, il sito internet di Bloomberg è stato oscurato per aver pubblicato una lista delle ricchezze possedute da Xi Jinping e dalla sua famiglia, per un giro di affari di circa un miliardo di dollari.

 

Fonte: AsiaNews

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