Il Conclave: sette secoli di storia e storie – di Franco Pisano


Roma (AsiaNews) – Dal prossimo 12 marzo, i cardinali, elettori del papa, saranno “chiusi a chiave”, “cum clave” in latino, finché non avranno scelto il successore di Pietro. La regola è stata scritta da quasi sette secoli e mezzo, dal conclave di Viterbo del 1271. I 20 cardinali presenti inizialmente – due morirono durante le votazioni – non riuscivano a trovare un accordo, divisi tra fronte filofrancese e filotedesco.

Dopo tre inconcludenti anni (1006 giorni) il popolo viterbese, per forzarli a una soluzione, prima li chiuse a chiave nel palazzo dei papi, poi ridusse loro i pasti e infine li costrinse all’addiaccio, scoperchiando il tetto. Ne uscì papa Gregorio X, al secolo Tedaldo Visconti, che non era neppure sacerdote.

 

Fu il primo “conclave”, nel senso di elezione a porte chiuse. Ma già dal 1059 a scegliere il papa erano solo i cardinali, anzi i cardinali-vescovi, che avevano preso su di sé l’antico modo per il quale erano il clero e il popolo romano a eleggere il loro vescovo, che, in quanto tale, era, ed è, il papa. Il legame con il clero romano, tuttavia, resta ancora oggi. A ogni cardinale viene infatti formalmente assegnata una chiesa della città o una delle diocesi suburbicarie.

Questi ultimi fanno parte dell’ordine dei vescovi, i porporati che hanno una delle parrocchie più antiche all’ordine dei presbiteri e quelli che hanno una “diaconia” all’ordine dei diaconi. Unica eccezione i patriarchi delle Chiese orientali, che non fanno parte del clero romano. L’assegnazione all’uno o all’altro “ordine” ha concreti effetti nelle precedenze e in conclave.

Ad esempio – è il caso attuale – se il decano ha già compiuto gli 80 anni, spetta al cardinale “primo per ordine e anzianità” rivolgere ai porporati, prima delle votazioni “un breve discorso, esortandoli con parole adatte a compiere l’elezione nel modo prescritto e con retta intenzione, avendo dinanzi agli occhi solamente il bene della Chiesa universale”.

 

Tutte le regole del conclave, scritte nel corso dei secoli, sono frutto anche della storia. Così, il primo conclave tenutosi nella appena finita cappella Sistina, nel 1492 provocò la previsione della scomunica per i cardinali che avessero venduto il voto. Da quel conclave, infatti, uscì papa Rodrigo Borgia, spagnolo, che ebbe nome Alessandro VI.

Ma già le cronache del tempo raccontavano che gli elettori erano stati comprati grazie all’aiuto dato al Borgia dal suo alleato, il ricco cardinale Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro, duca di Milano. Il successore di Alessandro VI, papa Giulio II, nel 1505 con la Costituzione Cum tam divino dichiarò la nullità di elezioni compiute con simonia e comminò la scomunica (e quindi l’ esclusione dal Conclave) per il cardinale che proponesse patti con denaro o altri compensi.

Ma Pio X con la Costituzione Vacante Sede Apostolica del 25 dicembre 1904 tolse il divieto di ingresso in conclave per il cardinale accusato di simonia, “affinché per tale motivo non venga impugnata la validità dell’elezione del Romano Pontefice” e la costituzione Universi Dominici gregis di Giovanni Paolo II (1996), al n. 35 conferma tale regola.

 

Un altro cambiamento delle regole del conclave si dovette fare quando esso si tenne, in condizioni eccezionali, a Venezia nell’ anno 1800 in seguito alla morte, a Valence in Francia, di Pio VI deportato da Napoleone. Fu scelta un’ isola, quella di san Giorgio Maggiore, all’ imbocco della Giudecca. Ne uscì eletto papa Pio VII.

 

Ancora un evento esterno cambiò le norme del Conclave, un secolo dopo: nel 1903, alla morte di Leone XIII, stava per esser eletto il suo Segretario di Stato, card. Rampolla del Tindaro, ma l’ imperatore d’Austria esercitò un suo antico diritto di veto e i cardinali elessero il card. Sarto, Pio X: ma questo stesso papa, pochi mesi dopo, nel 1904 impose la regola di non accettare nessun “veto”.

 

La norma, oggi, è stata estesa contro chi “sotto qualunque pretesto, da qualsivoglia autorità civile l’incarico di proporre il veto, o la cosiddetta esclusiva, anche sotto forma di semplice desiderio, oppure di palesarlo sia all’intero corpo elettorale riunito insieme, sia a singoli elettori, per iscritto o a voce, sia direttamente e immediatamente sia indirettamente o a mezzo di altri, sia prima che durante il Conclave. Tale proibizione intendiamo sia estesa a tutte le possibili interferenze, opposizioni, desideri, con cui autorità secolari di qualsiasi ordine e grado, o qualsiasi gruppo umano o singole persone volessero ingerirsi nell’elezione del Pontefice”.

 

Nel 1970 Paolo VI, col Motu proprio “Ingravescentem aetatem“, fissò in 120 il numero massimo degli “elettori” ed escluse dal Conclave i porporati che all’inizio del conclave avessero compiuto 80 anni. Norma che Giovanni Paolo II modificò, fissando il limite degli 80 anni alla fine del pontificato, per porre un limite certo e non modificabile, seppure di giorni, come l’inizio del conclave.

Lo stesso Giovanni Paolo II stabilì poi che durante il conclave i cardinali risiedessero nella Domus Sanctae Marthae e non più in alloggi ricavati con tramezzi nelle sale adiacenti alla Sistina. Non succederà più, insomma, ciò che, nel 1978, accadde al cardinale Suenens che si trovò davanti il cardinale Landazuri in accappatoio che gli chiedeva il permesso di utilizzare la doccia, perché nella sua “cella” non c’era.

 

Anche se abitano fuori dal conclave, i cardinali non possono essere avvicinati da nessuno, sia che vadano alla Sistina col bus messo a disposizione, sia, magari, facendo due passi a piedi. Variazione, quest’ultima, introdotta da Benedetto XVI con la sua Normas nonnullas del 22 febbraio, mirata soprattutto ad adeguare la normativa di Giovanni Paolo II al caso della rinuncia di un papa.

 

Nella ”Casa di Santa Marta” e nella Sistina, oltre agli elettori, saranno ammessi cerimonieri, confessori, due medici, infermieri, personale di servizio e ”persone di sicura fede e provata capacità tecnica” che accertino che né nella casa, né nella Sistina ”siano subdolamente istallati mezzi audiovisivi di riproduzione e trasmissione all’esterno”. Quanto agli elettori, essi dovranno evitare qualsiasi comunicazione con l’esterno e dall’esterno. Né telefoni, né telefonini, né ipad, insomma.

Il conclave vero e proprio comincia in genere di pomeriggio, perché al mattino c’è la Messa votiva pro eligendo Papa.

Nel pomeriggio, in processione i cardinali vanno dalla Cappella Paolina alla Sistina. Gli elettori giurano e c’è l’extra omnes, fuori tutti. Si chiudono le porte.

E finalmente il voto.

Per eleggere il papa si chiede la maggioranza dei due terzi degli elettori “presenti e votanti”.

 

Per esprimere il voto si usa una scheda. Essa “deve avere la forma rettangolare, e recare scritte nella metà superiore, possibilmente a stampa, le parole: Eligo in Summum Pontificem, mentre nella metà inferiore si dovrà lasciare il posto per scrivere il nome dell’eletto; pertanto la scheda è fatta in modo da poter essere piegata in due; la compilazione delle schede deve essere fatta segretamente da ciascun Cardinale elettore, il quale scriverà chiaramente, con grafia quanto più possibile non riconoscibile, il nome di chi elegge”.

La scheda votata viene portata dall’elettore, “tenendola sollevata in modo che sia visibile”, all’altare, presso il quale stanno gli scrutatori e sul quale è posto un recipiente coperto da un piatto per raccogliere le schede. “Giunto colà, il Cardinale elettore pronuncia ad alta voce la seguente formula di giuramento: Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto. Depone, quindi, la scheda nel piatto e con questo la introduce nel recipiente. Eseguito ciò, fa inchino all’altare e torna al suo posto”.

 

Nel corso del seguente scrutinio, man mano che le schede vengono lette, esse sono forate con un ago, là dove è scritto “Eligo” e inserite in un filo. Terminato le scrutinio esse saranno bruciate, insieme con “gli scritti di qualunque genere, che [i cardinali] abbiano presso di sé, relativi all’esito di ciascuno scrutinio”. Sono le fumate: una volta per colorarla si usava paglia, bagnata o asciutta, oggi dei candelotti.

 

Ma una traccia delle votazioni restava e resta: alla fine del conclave il cardinale camerlengo stende una relazione delle votazioni ”chiusa in una busta sigillata”, che potrà essere aperta solo da un papa.

Quanto agli scrutini, se dopo il terzo giorno non si fosse eletto il papa, era ed è previsto un giorno di ”preghiera, di libero colloquio tra i votanti e di una breve esortazione spirituale”. Stessa procedura dopo altri sette scrutini inutili ed ancora dopo altri sette. A quel punto si potrà decidere di andare al ballottaggio tra i due porporati che abbiano il maggior numero di voti. Servirà ancor la maggioranza di due terzi, ma i due contendenti non potranno votare.

 

Ultimo atto del conclave, la domanda posta all’eletto: “accetti la tua elezione a sommo pontefice?” e alla risposta affermativa l’ultima domanda: “come vuoi essere chiamato?”. Seguirà l’ossequio dei cardinali, poi l’eletto si ritirerà in una cameretta per indossare la veste bianca. Il primo momento di solitudine del neoeletto in quella che viene chiamata “la stanza delle lacrime”, perché il nuovo papa si trova a riflettere sulla immensa responsabilità che lo attende, e piange.

 

E infine, l’annuncio al popolo: ”Nuntio vobis gaudium magnum: habemus papam”.