Il difficile mestiere di genitore e la pedagogia biblica


Ieri una ragazzina di quindici anni è stata uccisa brutalmente dal suo fidanzatino, minorenne anche lui.  Ormai gli episodi di bullismo, di violenza, di stupri di gruppo e di omicidi, tentati o compiuti, che hanno per protagonisti i giovanissimi, vengono vissuti dalla società globalizzata come episodi ineluttabili, con un atteggiamento di resa generazionale, con il dolore e lo stupore dei genitori, ogni volta a raccontare di quelle vite spezzate da una vuotaggine esistenziale riempita di rabbie e di odio, di gelosie e di vendette, di incapacità di valutare la portata di azioni così bestialmente distruttive delle vite altrui e delle proprie.

Oggi, in certe realtà, sembra difficilissimo essere genitori, impossibile prevedere e prevenire simili scempi di giovani vite, di vittime e carnefici accumunati nello stesso vortice di leggerezza adolescenziale abbrutita da sentimenti deformati da una realtà affrontata senza i filtri e senza la guida di maestri autorevoli a spiegarla e ad insegnarla. Tutto resta affidato al caso, all’autoreferenzazione dei ragazzi stessi, lasciati da soli a fronteggiare le esperienze, a riconoscere i pericoli e ad apprendere come difendersi.

Ma anche quando, finalmente, i genitori si accorgono che i propri figli hanno preso una brutta piega, si trovano impossibilitati ad intervenire di fronte a quel mostro incontrollabile che ormai ha invaso il loro animo, occupando quel posto di guida che toccava a loro e che ora può trascinarli nella rovina senza che essi possano più rimuoverlo.

Eppure bastava poco, era sufficiente non fidarsi dell’apparente maturità di certi atteggiamenti spavaldi da guascone o da donna esperta, non smettere di esercitare il controllo genitoriale, avere il coraggio di andare controcorrente, lasciare che qualche volta soffrissero per un fine maggiore, in breve, bastava solo saper dire di no. E poi riempire il vuoto del permesso negato con un’alternativa di amore e di proposte, impegnando la propria testa e il proprio tempo a seguirli quei figli, troppo prematuramente e pericolosamente smaniosi di indipendenza.

Non abbiamo nostre ricette  da proporre, abbiamo di meglio: la pedagogia sapienziale della Bibbia, quella che, mutatis mutandis, seguivano le generazioni che ci hanno preceduto.

 

Siracide, capitolo 30

[1] Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta, per gioire di lui alla fine.
[2] Chi corregge il proprio figlio ne trarrà vantaggio e se ne potrà vantare con i suoi conoscenti.
[3] Chi ammaestra il proprio figlio renderà geloso il nemico, mentre davanti agli amici potrà gioire.
[4] Muore il padre? È come se non morisse, perché lascia un suo simile dopo di sé.
[5] Durante la vita egli gioiva nel contemplarlo, in punto di morte non prova dolore.
[6] Di fronte ai nemici lascia un vendicatore, per gli amici uno che sa ricompensarli.
[7] Chi accarezza un figlio ne fascerà poi le ferite, a ogni grido il suo cuore sarà sconvolto.
[8] Un cavallo non domato diventa restio, un figlio lasciato a se stesso diventa sventato.
[9] Coccola il figlio ed egli ti incuterà spavento, scherza con lui, ti procurerà dispiaceri.
[10] Non ridere con lui per non doverti con lui rattristare, che non debba digrignare i denti alla fine.
[11] Non concedergli libertà in gioventù, non prendere alla leggera i suoi difetti.
[12] Piegagli il collo in gioventù e battigli le costole finché è fanciullo, perché poi intestardito non ti disobbedisca e tu ne abbia un profondo dolore.
[13] Educa tuo figlio e prenditi cura di lui, così non dovrai affrontare la sua insolenza.

 

Redazione La Madre della Chiesa