Messaggio del 25 dicembre 2014

Cari figli! Anche oggi vi porto tra le braccia mio Figlio Gesù e cerco da Lui la pace per voi e la pace tra di voi. Pregate e adorate mio Figlio perché nei vostri cuori entri la sua pace e la sua gioia. Prego per voi perché siate sempre più aperti alla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.  

« Il più terribile scisma che il mondo abbia mai visto » di Roberto de Mattei

Il 4 febbraio 2019, ad Abu Dhabi, papa Francesco e il Grande Imam di Al Azhar Ahmad Al-Tayyeb hanno firmato un documento sulla Fraternità umana per la pace mondiale e la convivenza comune. La dichiarazione si apre nel nome di un Dio che, se deve essere comune, non può essere altro che l’Allah dei musulmani.

Il Dio dei cristiani, infatti, è uno nella sua natura, ma trino nelle sue persone, uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Dai tempi di Ario in poi, la Chiesa ha combattuto gli antitrinitari e i deisti che negavano, o mettevano da parte questo mistero, il più alto del Cristianesimo.

L’Islam lo respinge invece con orrore, come proclama la sura detta “del culto sincero”: «Egli, Dio, è uno! Dio, l’Eterno! Non generò né fu generato, e nessuno gli è pari!» (Corano 112, 2, 4).

In realtà, nella dichiarazione di Abu Dhabi il culto non viene prestato né al Dio dei cristiani né a quello dell’Islam, ma a una divinità laica, la “fratellanza umana”, «che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali».

Non siamo di fronte allo “spirito di Assisi”, che nel suo sincretismo riconosce tuttavia il primato della dimensione religiosa su quella secolarista, ma ad una affermazione di indifferentismo.

In nessun punto infatti, si accenna ad un fondamento metafisico dei valori di pace e di fratellanza a cui continuamente ci si richiama.

Il documento, quando afferma che «il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani», non professa l’ecumenismo condannato da Pio XI nella Mortalium animos (1928), ma l’indifferentismo religioso condannato da Leone XIII nell’enciclica Libertas (20 giugno 1888), che lo definisce «il sistema dottrinale che insegna essere libero ciascuno di professare la religione che gli piace ed anche di non professarne alcuna».

Nella dichiarazione di Abu Dhabi cristiani e musulmani si sottomettono al principio cardine della massoneria, secondo cui i valori di libertà e uguaglianza della Rivoluzione francese dovrebbero trovare la loro sintesi e il loro compimento nella fratellanza universale.

Ahmad Al-Tayyeb, che ha redatto il testo a quattro mani con papa Francesco, è uno sceicco ereditario della confraternita dei Sufi dell’Alto Egitto e, all’interno del mondo islamico, Al Azhar, l’università di cui egli è rettore, si caratterizza per la sua proposta dell’esoterismo Sufi, come “ponte iniziatico” tra la massoneria di Oriente e di Occidente (cfr. Gabriel Mandel, Federico II, il sufismo e la massoneria, Tipheret, Acireale 2013).

Il documento chiede in maniera insistente e ripetitiva «ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale», «agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e agli uomini di cultura», di impegnarsi per diffondere «la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace», esprimendo «la forte convinzione che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune».

Tali valori, si ribadisce sono l’«àncora di salvezza per tutti». Perciò, «la Chiesa Cattolica e al-Azhar», domandano che «questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi».

L’11 aprile, a Santa Marta, in Vaticano, il documento di Abu Dhabi è stato suggellato da un gesto simbolico. Francesco si è prostrato a terra davanti a tre leader politici del Sudan, e ha baciato loro i piedi, implorando la pace.

Questo gesto esprime la sottomissione al potere politico e il rifiuto della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo.

Chi rappresenta Cristo, nel cui nome ogni ginocchio si piega nei cieli e sulla terra (Filippesi 2, 10), deve ricevere l’omaggio degli uomini e delle nazioni e non prestare omaggio a nessuno.

Risuonano le parole di Pio XI nell’enciclica Quas primas (1925): «Oh, di quale felicità potremmo godere se gli individui, le famiglie e la società si lasciassero governare da Cristo! Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l’antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l’impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre».

Anche il gesto compiuto da papa Francesco a Santa Marta nega un sublime mistero cristiano: l’Incarnazione, Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo, unico Salvatore e Redentore dell’umanità.

Negando questo mistero, si nega la missione salvifica della Chiesa, chiamata a evangelizzare e a civilizzare il mondo.

Il Sinodo sull’Amazzonia che si aprirà nel prossimo mese di ottobre, sarà una nuova tappa di questo rifiuto della missione della Chiesa, che è anche il rifiuto della missione del Vicario di Cristo? Si inginocchierà papa Francesco di fronte ai rappresentanti dei popoli indigeni? Chiederà loro di trasmettere alla Chiesa la sapienza tribale di cui sono portatori?

Ciò che è certo è che, tre giorni dopo, il 15 aprile, la cattedrale di Notre Dame, immagine plastica della Chiesa, è andata a fuoco e le fiamme hanno divorato la sua guglia, lasciandone intatta la base.

Non significa questo che, nonostante il crollo dei vertici della Chiesa, la sua divina struttura resiste, e nulla la potrà demolire?

Una settimana dopo, un altro avvenimento ha scosso l’opinione pubblica cattolica. Una serie di attentati, provocati dai seguaci della stessa religione a cui papa Bergoglio si sottomette, hanno trasformato la Pasqua di Resurrezione in un giorno di Passione per la Chiesa universale, con 310 morti e oltre 500 feriti.

Il fuoco ha consumato, prima ancora dei corpi, le illusioni di quei cattolici che con applausi e chitarre intonano l’alleluja, mentre la Chiesa vive il suo Venerdì e il suo Sabato Santo.

Qualcuno potrebbe obiettare che gli attentatori dello Sri Lanka, pur essendo musulmani, non rappresentano l’Islam.

Ma neanche l’Imam di Al Ahzar, che ha firmato il documento di pace e fratellanza, rappresenta tutto l’Islam. Papa Francesco invece certamente rappresenta la Chiesa cattolica. Fino a quando?

Non c’è vera fratellanza al di fuori di quella soprannaturale, che non nasce dal legame con gli uomini, ma con Dio (1 Tessalonicesi, 1,4).

Allo stesso modo, non c’è pace possibile al di fuori della pace cristiana, perché la sorgente della vera pace è Cristo, Sapienza incarnata, che «è venuto ad annunziare la pace a voi, che eravate lontani, e a quelli che erano vicini» (Efesini 2, 17).

La pace è un dono di Dio, recato all’umanità da Gesù Cristo, Figlio di Dio e sovrano del cielo e della terra.

La Chiesa cattolica da lui fondata, è la suprema depositaria della pace, perché essa è custode della verità e la pace si fonda sulla verità e sulla giustizia.

Il neo-modernismo, impiantato ai vertici della Chiesa, predica una falsa pace e una falsa fratellanza.

Ma la falsa pace porta la guerra nel mondo, così come la falsa fratellanza porta allo scisma, che è la guerra all’interno della Chiesa.

San Luigi Orione l’aveva drammaticamente previsto il 26 giugno 1913: «Col modernismo e col semi-modernismo non si finisce – si andrà presto o tardi, al protestantesimo o ad uno scisma nella Chiesa che sarà il più terribile che il mondo abbia mai visto» (Scritti, vol. 43, p. 53).

 

Corrispondenza Romana 

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