India. La Chiesa proclama Beato Devasahayam Pillai, padre di famiglia e martire


Per la Chiesa indiana domani è un grande giorno: il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, proclama Beato Devasahayam (Lazzaro) Pillai, ucciso nel 1752 per essersi convertito dall’induismo al cattolicesimo. Il porporato presiede il rito di Beatificazione a Kottar, nello Stato indiano del Tamil Nadu, in rappresentanza del Santo Padre.

 

Quella del nuovo Beato è stata una vita breve ma intensa: Devasahayam nasce nel 1712 nel Tamil Nadu, nell’India meridionale, suo padre era un bramino, la madre era di una casta guerriera. Laico, padre di famiglia e ufficiale al palazzo reale, conosce il Vangelo e, affascinato da Gesù, lascia l’induismo per diventare cattolico. Devasahayam inizia una vera e propria evangelizzazione, invitando alla conversione e al battesimo. Arrestato, viene sottoposto per tre anni a varie torture. Infine, viene fucilato il 14 gennaio del 1752: aveva appena 40 anni. I suoi resti mortali sono inumati nella chiesa che è l’odierna cattedrale della diocesi di Kottar.

Roberto Piermarini ha chiesto al cardinale Angelo Amato cosa rappresenti la Beatificazione di Devasahayam Pillai per la Chiesa Indiana:

R. – La testimonianza del Beato Lazzaro Pillai è una pagina gloriosa della Chiesa in India. La sua conversione fu per lui l’inizio di una vita nuova, piena di entusiasmo e di gioia. Diventato cristiano, non badava più alla differenza di caste, ma abbracciava tutti come suoi fratelli amati. Il suo martirio, non cancellò la sua memoria, ma la consegnò all’ammirazione di tutti, cristiani e non cristiani. Il suo nome è oggi tra i più conosciuti tra i cristiani del Tamil Nadu.

D. – Ci può dire qualcosa della sua straordinaria vicenda di convertito dall’induismo?

R. – La vicenda della sua conversione ricorda molto i martiri della Chiesa antica. Conquistato dalla parola e dalla figura di Gesù, il suo battesimo costituì una vera rinascita per lui, ma anche una prova dolorosa. Infatti, dopo appena quattro anni dal battesimo, fu accusato ingiustamente e quindi imprigionato e maltrattato. Ma la reclusione diventò il suo territorio dmissione. Edificava col buon esempio e con la parola, narrando la vita di Gesù e raccontando la passione, morte e risurrezione del nostro Redentore.

D. – Che cosa ci sorprende di più della sua vita cristiana?

R. – E’ sorprendete in lui l’assimilazione piena e totale dell’esistenza cristiana, vissuta in Cristo e per Cristo. La sua felicità di essere cristiano era incontenibile. Di conseguenza, i suoi anni di prigionia furono vissuti nella gioiosa consapevolezza di essere stato scelto dalla Provvidenza a essere unito a Gesù, anche nella morte innocente.

D. – Cosa ci dice oggi questo straordinario Martire indiano?

R. – Anzitutto, egli è modello di saldezza nella fede e di perseveranza nella testimonianza. Con la vita e con la parola, nella libertà e nel rispetto della propria e dell’altrui coscienza, egli esorta a parlare di Gesù e a proclamare la salvezza dell’umanità intera in lui. In secondo luogo, il nostro Beato, come laico e padre di famiglia, diventa un modello straordinario di coinvolgimento dei laici nel ministero della evangelizzazione e della carità cristiana.

Egli non poteva fare a meno di parlare di Gesù, con entusiasmo contagioso e con gioia incontenibile. Il nostro Beato è anche modello di fraternità umana senza frontiere di cultura, di casta, di censo, secondo le parole dell’apostolo e martire san Paolo, anche lui convertito, che ai Galati scriveva: «non c’è più giudeo o greco, non più schiavo o libero, non più maschio e femmina; perché tutti siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).

 

Fonte: Radio Vaticana