“Io lesbica e abortista, convertita a Medjugorje”


Ricordo bene quel giorno di febbraio. Ero all’università. Ogni tanto guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo se Sara fosse già partita. Sara era rimasta incinta durante un rapida storia chiusa con un test di gravidanza positivo. Si era rivolta a me per un aiuto, non sapeva che fare. “È solo un grumo di cellule” dicevamo. Poi arrivò quella decisione. Mi sentivo fiera di aver consigliato Sara di abortire.

Credevo fermamente in quella libertà che concede alla donna di gestire la propria sessualità e di controllare la maternità, fino a eliminarla del tutto. Figli compresi.

Eppure, quel giorno di febbraio qualcosa si frantumò.

Se ero così sicura delle mie convinzioni, perché ogni anno mi tornava alla mente l’anniversario di quel pomeriggio, l’odore dell’ospedale, il pianto di Sara? Perché ogni volta che vedevo un neonato, ripensavo a quella scelta con profonda tristezza?

La risposta arrivò qualche anno dopo, durante un seminario pro-life al quale partecipai.

Lì, scoprii cosa fosse realmente un aborto: un omicidio. O meglio: quello che chiamavo diritto all’aborto era in realtà un omicidio multiplo dove la madre e il bambino rappresentavano le principali vittime alle quali andavano aggiunte le morti interiori collaterali.

Io appartenevo a questo gruppo. Approvando l’aborto, mi procurai una lacerazione interiore di cui però non mi resi subito conto. Un piccolo buco nel cuore a cui non prestai attenzioni, troppo presa dall’entusiasmo di una buona carriera lavorativa appena iniziata e dall’atmosfera progressista nella quale ero immersa.

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