La giustizia pone fine alla canea contro la Santa Sede – di Danilo Quinto

Un articolo del “Corriere della Sera” dello scorso 7 agosto, a firma Maria Antonietta Calabrò, ha dato conto della sentenza della Corte d’Appello dell’Oregon, che ha stabilito che la Santa Sede non può essere accusata di responsabilità dirette in casi di abusi sessuali commessi da qualsiasi esponente del clero nel mondo. Con questo pronunciamento, si è messa la parola fine ad una delle tante cause  intentate contro la Santa Sede in un caso di pedofilia.

Una vicenda del 2002, che era arrivata fino alla Corte Suprema, rispetto alla quale la Santa Sede era accusata di aver trasferito padre Andrew Ronan in diverse città (prima in Irlanda, poi a Chicago e infine a Portland) nonostante ripetuti casi di molestie sessuali su minori.

Era stata una vittima di Portland a fare causa alla Santa Sede. In base ai documenti depositati in Tribunale nel 2011, è stato però dimostrato che la Santa Sede aveva saputo degli abusi di Portland solo un anno dopo che erano avvenuti (nel 1965) e che subito dopo, nel giro di poche settimane, aveva ridotto Ronan allo stato laicale, su richiesta dell’Ordine religioso di appartenenza.

In pratica, la Corte dell’Oregon ha stabilito che non si può configurare una responsabilità diretta della Chiesa universale in caso di abusi sessuali commessi da qualsiasi esponente del clero nel mondo e che i sacerdoti non sono dipendenti di una “holding”, i cui capi possono essere chiamati a rispondere dei loro comportamenti in base ad una sorta di “responsabilità oggettiva”.

Oltre questo caso, ce ne sono stati altri due importanti, negli ultimi anni: il caso O’Bryan, in Kentucky (iniziato nel 2004 e chiuso nel 2010) e il caso John Doe, in Wisconsin (iniziato nel 2010 e chiuso nel 2012).

Anche in questi casi, le accuse principali, che si basavano sul presupposto di un coinvolgimento della Santa Sede nelle vicende delle Chiese locali, non hanno retto, una volta presentate e vagliate nel processo.

Rispetto al caso dell’Oregon, l’avvocato della Santa Sede, intervistato da Radio Vaticana, ha affermato che quel caso «non avrebbe dovuto mai iniziare», in quanto «basato su idee semplicemente sbagliate sulla Chiesa cattolica, che hanno ingannato l’opinione pubblica per anni». Cioè «che tutti i preti sono controllati dalla Santa Sede e che essa riceve informazioni sulla loro attività e prende specifiche decisioni che li riguardano, o direttamente o attraverso diocesi o ordini religiosi. Ciò, se si guardano i fatti, non è sostenibile».

I fatti, appunto. Molto è stato detto e sentenziato, negli ultimi anni, sul coinvolgimento della Santa Sede nei confronti dei riprovevoli casi di pedofilia che si sono verificati negli Stati Uniti (e non solo).

Il discredito è stata divulgato a palate, come se i casi di pedofilia fossero consumati (e protetti) solo all’interno della Chiesa e non costituissero, invece, una piaga sociale (e soprattutto familiare, basta leggere le statistiche) della società occidentale.

In modo strumentale e spesso cinico, si sono perfino eluse – nel senso che si è fatto finta che non fossero state adottate – le misure a  “tolleranza zero” che prima Paolo Giovanni II e poi, con grande vigore, Benedetto XVI, hanno preso per arginare, circoscrivere e punire il fenomeno, di cui fanno parte le Linee Guida inviate a tutti i Vescovi del mondo sui casi di abusi.

Certo, restano molte altre cose da fare su questo tema, come, ad esempio, “consigliare” alle Conferenze Episcopali d’intensificare l’impegno – la Cei, ad esempio, ancora non prevede la denuncia automatica ed obbligatoria all’autorità giudiziaria da parte dei superiori che vengono a conoscenza degli abusi – ma non si può non riconoscere che molte cose sono state fatte, in risposta ad un sacrosanto desiderio di giustizia e di verità.

 

articolo pubblicato su Corrispondenza Romana