La miracolosa ciocca di capelli di Rolando Rivi, il seminarista ucciso dai partigiani

Il 13 aprile 1945, in un bosco dell’Emilia, fu trovato il corpo freddo e tumefatto di Rolando Rivi, giovane seminarista freddato da mano partigiana per odio alla fede. E mentre si discute sulla sua beatificazione, a breve, in libreria, sarà ripubblicato Il sangue e l’amore (Jaca Book), un romanzo di Emilio Bonicelli, giornalista e scrittore, che ha ricercato documenti storici per risalire ai particolari della tragica morte di Rolando. Tempi.it ne discute proprio con l’autore.

Perché una riedizione de Il sangue e l’amore?
L’edizione precedente era completamente esaurita – e la cosa non può che farmi piacere –. Continua a esserci una richiesta crescente di conoscere questo seminarista martire, ucciso a soli 14 anni. Avevo scritto di Rolando non appena conosciuta la sua figura, in circostanze apparentemente casuali. Sono rimasto folgorato dalla storia di questo piccolo ragazzo, profondamente innamorato di Gesù e trasformato da questo amore, su cui aveva progettato la sua intera esistenza. E per tale amore è stato sequestrato, torturato e ucciso da uomini accecati dall’ideologia. Quando ho “incontrato” Rolando vivevo una vicenda personale molto difficile. Ero da poco tornato al lavoro dopo una lunga convalescenza seguita a un trapianto di midollo osseo per curare una leucemia. Allo stesso modo, un bambino inglese era guarito dal questo cancro ma attraverso una Grazia. Sotto il suo cuscino, un amico aveva posto una ciocca di capelli di Rolando, intriso del sangue del martirio.

Come ha fatto una ciocca di capelli di Rolando Rivi a finire in Inghilterra?
Un giovane di origine indiana, che aveva studiato a Roma e completato i suoi studi in Inghilterra, dove guidava un gruppo di preghiera, era stato accolto da una famiglia di amici protestanti. Rimase colpito da un articolo dell’Osservatore romano, che parlava proprio di Rolando. Il giovane si mise in contatto con padre Colusso, parroco di San Valentino dove Rolando è sepolto e venerato. Il figlio più piccolo di quegli amici protestanti si era ammalato di leucemia e il giovane chiese al prete una reliquia per poter chiedere l’intercessione di Rolando. Padre Colusso gli spedì la ciocca di capelli. Al termine di una novena di preghiera, il bambino stava bene.

Come ha conosciuta questa vicenda?
Ho letto casualmente un lancio di agenzia che, per la vicenda che avevo vissuto, non poteva non colpirmi. Ma le notizie su Rolando erano scarne perché attorno alla sua figura vigeva un sorta di tabù da quasi sessant’anni.

Quale tabù?
Il nostro piccolo martire è un grandissimo tesoro della fede, ma era scomodo parlare di lui. In una realtà come la nostra, il potere costituito è stato in gran parte legato al partito comunista e a una certa lettura a senso unico dei fatti storici. Oggi molte cose sono cambiate, ma fino a poco tempo fa era quasi impossibile citare certi eventi che scardinavano una lettura “politicamente corretta” della Resistenza.

Ma lei voleva farlo conoscere…
Già. Sono partito dai pochi elementi reali conosciuti allora, e da lì ho raccontato due storie. Quella di Rolando, a mo’ di romanzo storico, e una storia, quella di Marta, ispirata alla Grazia prima descrittala. Sono storie parallele a capitoli alterni, apparentemente lontane tra loro, ma che si intrecciano alla fine, svelando la contemporaneità di Cristo nei testimoni della fede.

E il risultato?
Quando presentammo la prima edizione del libro la sala degli specchi del teatro della mia città, Reggio Emilia, si riempì di popolo. Capimmo che nel cuore della gente era rimasto il ricordo di Rolando, la fama della sua santità, anche se ancora non si poteva proclamare sulle piazze. Era un segno. Con gli amici che avevano organizzato quel convegno decidemmo di andare avanti. Così ha avuto inizio il cammino della causa di beatificazione, che è iniziata nel 2006. La fase diocesana si è chiusa nello stesso anno e ora siamo in attesa del giudizio ultimo e definitivo che dovrà essere espresso dalla Congregazione per le cause dei Santi di Roma. Prego e spero che presto Rolando possa salire all’onore degli altari per la straordinaria bellezza della sua testimonianza di fede e di amore a Gesù, sino al dono della vita.

Il libro, quindi, è a tutti gli effetti un romanzo storico, non di invenzione?
La nuova edizione del libro è stata in gran parte riscritta per essere sempre più aderente ai fatti accaduti, così come ho potuto ricostruirli in questi anni grazie a un lavoro di ricerca storica e al dialogo con i protagonisti dell’epoca. Anche la copertina è cambiata. Ora c’è il volto di Rolando, dolcissimo e forte, perché abbiamo ritrovato l’originale della foto che gli era stata scattata poche settimane prima del martirio. Il racconto, poi, ricostruisce con più aderenza il clima della guerra partigiana nella nostra terra emiliana, nel triangolo della morte. Non c’è stata alcuna volontà di revisionismo ma solo il desiderio di illuminare la verità dei fatti.

E cosa ha scoperto?
Spesso, ancora oggi, si sente dire che la resistenza partigiana aveva un solo colore politico e un’unica voce. Non è così. La resistenza ha avuto più volti nel nostro paese, e nella sua grandezza ha vissuto tutti i problemi legati all’irrompere, al suo interno, dell’ideologia comunista. Il movimento di resistenza a Reggio Emilia, ad esempio, nacque dentro una parrocchia, il primo comandante era un sacerdote: don Domenico Orlandini e il movimento aveva un carattere unitario, pur nelle diverse identità. In molte formazioni, però, a un certo punto, iniziò un’opera di indottrinamento politico per mano del Partito Comunista, che cercava l’egemonia e organizzava nelle formazioni vere cellule di partito. Questo fatto portò a una inevitabile divisione: le brigate garibaldine, comuniste, da una parte, e le fiamme verdi, cattoliche, dall’altra, e ben diverso era il modo con cui le une e le altre concepivano e vivevano la guerra di liberazione. Chi sparò a Rolando fu il commissario politico di una formazione garibaldina. Il commissario politico, cioè la persona incaricata di indottrinare gli altri all’ideologia comunista. La motivazione data fu “domani un prete di meno”. La lotta partigiana, per alcuni, era diventata cioè l’inizio della rivoluzione proletaria per affermare nel nostro Paese la dittatura del proletariato in cui non ci sarebbe stato posto per la testimonianza pubblica della fede cristiana. Le epurazioni, come sappiamo, continuarono ben oltre la fine della guerra fino all’assassinio di don Pessina, nel giugno del 1946.

La resistenza partigiana non aveva delle regole a riguardo?
L’assassinio era proibito: esistevano dei tribunali che giudicavano le colpe e dichiaravano le condanne. Vicino al luogo del martirio di Rolando, c’era il tribunale partigiano di Farneta. Ma Rolando non ci fu mai portato. Tutto quello che fu fatto contro Rolando, il sequestro, le brutali torture, l’uccisione, fu fatto in violazione delle regole della guerra partigiana e fu motivato dall’odio contro la sua testimonianza di fede. Un odio provocato dall’ideologia.

Lei parla di un diverso modo di vivere la guerra partigiana. Ci può fare un esempio?
Nel libro parlo del comandante Valerio, figura ispirata a Pasquale Marconi, medico cattolico, comandante delle Fiamme Verdi. Marconi si opponeva alle epurazioni e alle uccisioni sommarie. Per questo il comandante dei garibaldini gli diceva di stare attento perché: “Quando vinceremo, faremo piazza pulita dei figuri come te», ma Marconi rispondeva: «Le assicuro che, quando vinceremo noi, e affermeremo la democrazia, non faremo piazza pulita dei figuri come lei, ma consentiremo loro di continuare a calunniarci e ingiuriarci in libertà».

«Piazza pulita». Come Rolando.
Rolando era un seminarista dalla vocazione sincera. Entrò undicenne in seminario, affascinato dall’umanità di don Olimpo Mazzucchi, parroco di San Valentino, grande educatore, appassionato al destino della gente, attento alle cose che contano. Nel 1944 il seminario fu occupato dai tedeschi in ritirata. Rolando, tornato a casa, proseguì la sua vita da seminarista, vestendo sempre l’abito talare, come segno della sua appartenenza a Gesù. Sapeva che correva un pericolo, ma non si tirò indietro. Pochi mesi prima anche Don Olinto era stato brutalmente picchiato.

Perché Rolando fu preso di mira?
Per la sua irriducibile identità cristiana e per la sua instancabile testimonianza che attirava gli altri ragazzi all’esperienza della fede. Era Rolando che organizzava i giochi e poi invitava tutti in chiesa. Era un fatto inammissibile per chi voleva cancellare Cristo dall’orizzonte dell’uomo.

Daniele Ciacci

Fonte: Tempi.it