La Passione di Cristo come mostrata da Lui stesso ai mistici. Rechiamoci nel Getsèmani per offrirgli il nostro conforto con atti di amore e di riparazione


Paolo Veronese, Cristo nel Getsémani

Tra una settimana, dopo la Domenica delle Palme, inizierà quella che precede la Pasqua, definita nella liturgia ambrosiana Settimana autentica. Cuore e vertice della Settimana santa e dell’intero anno liturgico è il sacro Triduo pasquale, che si apre con la Messa in Cœna Domini, preceduta dalla lavanda dei piedi. Sappiamo dai Vangeli che, dopo aver istituito la Santissima Eucaristia, insieme ai discepoli rimasti con lui (ricordiamo che Giuda, dopo aver preso il boccone offertogli da Gesù, aveva lasciato il Cenacolo per andare a tradirlo) il Salvatore si diresse verso il monte degli Ulivi e si fermò in un podere chiamato Getsèmani, dicendo loro: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”.

Leggiamo nei Vangeli sinottici: “E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia.  Disse loro: La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me. E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!.” E poco dopo ripeté: Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà (Mt 26, 36-42; Mc 14,36, Lc 22,42)

Il sacerdote e mistico Don Dolindo Ruotolo così commenta questo passo: “Egli si sentì gravato dai peccati passati, presenti e futuri fino al termine del mondo; si sentì anzi caricato di tutte le prevaricazioni, perché Egli, glorificazione del Padre, le doveva tutte riparare con le sue pene.  

Quello che soprattutto lo fece agonizzare fu l’offesa a Dio, della quale ponderava tutto l’orrore e l’ingratitudine umana verso tutte le grazie che Egli stava per riversare sulla terra. La stessa agonia che soffrì gli fece fare il sacrificio di se stesso al Padre, in un abbandono pieno alla Volontà di Lui, di modo che la sua offerta fu una tale sublime immolazione che la povera mente umana non può comprenderla.

Egli  doveva redimere l’uomo, ancora capace di salvezza, e doveva anche sostituire le mancate adorazioni degli angeli perduti e delle anime dannate. Si sentì, quindi, immerso nel medesimo inferno. Fu una pena ineffabile, alla quale si aggiunsero gli assalti furenti di satana che tentava di vincerlo e allontanarlo, col terrore, dal pensiero di riparare per i peccati degli uomini. Il Sangue cominciò a scorrergli come abbondante sudore e l’anima quasi affiorava con esso alla superficie del corpo per distaccarsene, tanto era immenso il dolore morale, il più terribile di quanti ne soffrì.”

Le invocazioni di allontanargli il calice, che Gesù rivolse al Padre durante la sua agonia, molti le spiegano con l’umana paura del Salvatore dinnanzi alla sofferenza che egli sapeva di dover affrontare. La verità la spiega Gesù stesso a Santa Faustina Kowalska nella Novena alla Divina Misericordia, da lui dettata e che per suo volere inizia il venerdì santo. Al nono giorno leggiamo: “Oggi conduciMi le anime tiepide ed immergile nell’abisso della Mia Misericordia. Queste anime feriscono il Mio Cuore nel modo più doloroso. La Mia anima nell’Orto degli Ulivi ha provato la più grande ripugnanza per un’anima tiepida. Sono state loro la causa per cui ho detto: Padre, allontana da Me questo calice, se questa è la Tua volontà. Per loro, ricorrere alla Mia Misericordia costituisce l’ultima tavola di salvezza”

Parimenti leggiamo nell’Apocalisse: “All’angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.” (Ap 3, 14-16)

Perciò comprendiamo che l’indifferenza verso la sua Passione è uno dei dolori spirituali che lo fecero  soffrire maggiormente, perché questo sentimento porta al disprezzo verso di Lui e delle sue Leggi e conduce a commettere peccati che, se non rimediati per tempo, conducono alla morte eterna. 

Leggiamo nel libro I dolori mentali di Gesù nella sua Passione della mistica Santa Camilla Battista da Varano cosa le rispose il Salvatore alla domanda: “Dimmi quante furono le pene che hai portato nel cuore”. Egli dolcemente le spiegò: “Sappi, figliola, che furono innumerevoli ed infinite, perché innumerevoli ed infinite sono le anime, mie membra, che si separavano da me per il peccato mortale. Ciascuna anima infatti si separa e disgiunge tante volte da me suo Capo, per quante volte pecca mortalmente. Questa fu una delle pene più crudeli che io portai e sentii nel mio cuore la lacerazione delle mie membra.

Pensa quanta sofferenza sente chi è martirizzato con la corda con cui vengono strappate le membra del suo corpo. Ora immagina che martirio fu il mio per tante membra da me separate quanto saranno le anime dannate, e ogni membro per tante volte quante peccava mortalmente. La disgiunzione di un membro spirituale, rispetto a quella fisica, è molto più dolorosa, perché è più preziosa l’anima rispetto al corpo.   

Quanto sia più preziosa l’anima del corpo non lo puoi comprendere tu e nessun’altra persona vivente, perché solo io conosco la nobiltà e l’utilità dell’anima e la miseria del corpo, perché solo io ho creato sia l’una che l’altro. Di conseguenza né tu né altri potete essere veramente capaci di comprendere le mie crudelissime e amare pene”

Dopodiché il Signore le parlò delle anime dannate: “Dato che nel modo di peccare si ha un caso più grave rispetto ad altro, così nel dismembramento da me provavo maggiore o minore pena da uno rispetto a un altro. Da ciò deriva la qualità e la quantità della pena. Poiché vedevo che la loro perversa volontà sarebbe stata eterna, così la pena loro destinata è eterna; nell’Inferno uno ha maggiore o minore pena rispetto all’altro per quanto più numerosi e maggiori peccati ha commesso l’uno rispetto all’altro.

Ma la pena crudele che mi straziava  era vedere le suddette infinite mie membra, cioè tutte le anime dannate, che mai, mai e mai più si sarebbero riunite a me, loro vero Capo. Al di sopra di tutte le altre pene che hanno e che potranno avere eternamente quelle povere anime sventurate, è proprio questo mai, mai che in eterno le tormenta e le tormenterà” (Santa Camilla Battista da Varano, Autobiografia e I Dolori mentali di Gesù nella sua Passione, ed. Shalom.)

Lo stesso vide la Beata Anna Katharina Emmerick, come riportato nel libro La dolorosa Passione di Nostro Signore Gesù Cristo: “Tutti i peccati commessi dall’uomo, fin dalla sua prima caduta, apparvero a Gesù nella loro completa mostruosità. Nella sua sconfinata angoscia, Gesù offrì al Padre celeste la suprema espiazione, chiedendogli di perdonare i pensieri malvagi e le innumerevoli offese degli uomini.”

E continua poi: “Frattanto la grotta si era affollata di forme spaventose, immagini delle passioni, dei vizi e delle malvagità del genere umano. Vidi il Redentore abbandonarsi ai dolori della passione che stava per cominciare. Egli si preparava ad accogliere nella sua pura e innocente umanità le nefandezze del mondo.

Gesù cadde a terra prostrato col viso a terra perché i peccati del mondo gli erano apparsi orribili e innumerevoli. Il Maligno, col suo riso infernale, continuava a mostrarli come sue conquiste, dicendogli: «Come! Anche questo vuoi prendere sopra di te e sopportarne la pena?» Il peso delle colpe umane gravava interamente sulla sua anima infierendogli dolori atroci, mentre gli spiriti malvagi si accanivano ferocemente contro di lui. Essi lo deridevano, facendogli sentire la loro orribile voce.

Gesù era ormai giunto al limite del suo martirio spirituale quando all’improvviso apparve dal cielo d’oriente un solco di luce chiarissima. Erano le schiere angeliche del Paradiso, inviate dal Padre celeste per infondere rinnovato vigore al Figlio divino. Rincuorato dagli angeli, il Signore accolse dentro di sé una grande misericordia e amò immensamente gli uomini, vittime delle loro stesse passioni.”

Il racconto continua poi con la visione di Satana che tentava di scoraggiare il Salvatore facendogli apparire le sue opere di carità come colpe verso Dio e l’umanità, cercando di fargli credere che non erano valse a nulla e non avevano soddisfatto la giustizia divina, anzi erano state causa di scandalo e di rovina per molti. Ignorando che fosse il Figlio di Dio, il maligno lo tentava sapendolo il più giusto tra gli uomini. Ma Gesù pregava e restava imperterrito, continuando a sudare con tremiti convulsi. La sua divinità aveva permesso che il nemico gli facesse provare le pene dei comuni mortali, in particolare dei giusti, che in punto di morte dubitano delle loro sante opere.

Atterrito dall’immensa ingratitudine degli uomini verso Dio, il Signore sentì piagare la sua anima e cadde in un violento dolore; allora si alzò e rivolse la sua pena al Padre: “Abbà, Padre mio, se puoi allontana da me quest’amaro calice!”, poi aggiunse: “Sia fatta però non la mia, ma la tua volontà! ”  (La dolorosa Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo le visioni della Beata Anna Katharina Emmerick, ed. Shalom)

Quindi Gesù ci ha conosciuto e ci ha offerto la salvezza prima ancora che nascessimo e pur sapendo, nella sua onniscienza, che lo avremmo tradito, non solo ci ha lasciato la libertà di rinnegarlo ma ci ha voluto ugualmente far nascere. Viene spontaneo porsi due domande. La prima è perché ha permesso che venissimo al mondo nonostante sapesse quanto gli sarebbe costata la nostra salvezza e perché ci ha lasciati liberi di rinnegarlo e di dannarci.

La risposta sta nell’incipit del Catechismo: “Dio, infinitamente perfetto e beato in se stesso, per un disegno di pura bontà, ha liberamente creato l’uomo per renderlo partecipe della sua vita beata. Per questo, in ogni tempo e in ogni luogo, egli è vicino all’uomo. Lo chiama e lo aiuta a cercarlo, a conoscerlo, e ad amarlo con tutte le forze.” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1)

“La libera iniziativa di Dio richiede la libera risposta dell’uomo; infatti Dio ha creato l’uomo a propria immagine, dandogli, con la libertà, il potere di conoscerlo e di amarlo. L’anima può entrare solo liberamente nella comunione dell’amore. Dio tocca immediatamente e muove direttamente il cuore dell’uomo. Egli ha posto nell’uomo un’aspirazione alla verità e al bene che soltanto lui può soddisfare. Le promesse della “vita eterna” rispondono, al di là di ogni speranza, a tale aspirazione. (Ibid. 2002)

Con il sacrificio della Croce Gesù ha voluto riconciliare con Dio l’umanità gravata dal peccato originale ponendo se stesso come ponte tra il Padre e gli uomini e offrendo nel contempo la sua Misericordia come tavola di salvezza verso chi la invoca con cuore contrito.

Ma ci ha anche dato modo di confortarlo, ora per allora, durante la Sua Passione. E questo avviene innanzitutto partecipando al Santo sacrificio eucaristico, perché attualizza l’unico sacrificio di Cristo Salvatore (Ibid. 1330). Difatti nell’anamnesi della preghiera eucaristica, la Chiesa fa memoria della passione, della risurrezione e del ritorno glorioso di Gesù Cristo; essa presenta al Padre l’offerta di suo Figlio che ci riconcilia con lui. (Ibid. 1354). L’Eucaristia è dunque un sacrificio perché ripresenta (rende presente) il sacrificio della croce, perché ne è il memoriale e perché ne applica il frutto (Ibid. 1366)

Leggiamo nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia  che il Sacrificio eucaristico rende presente non solo il mistero della passione e della morte del Salvatore, ma anche il mistero della risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento. Essa porta indelebilmente inscritto l’evento della passione e della morte del Signore. Non ne è solo l’evocazione, ma la ri-presentazione sacramentale. È il sacrificio della Croce che si perpetua nei secoli. Bene esprimono questa verità le parole con cui il popolo, nel rito latino, risponde alla proclamazione del « mistero della fede » fatta dal sacerdote: « Annunziamo la tua morte, Signore! ». 

Quindi ogni volta che noi partecipiamo al sacrificio eucaristico, allorché meditiamo i Misteri del dolore o pratichiamo la Via Crucis in atteggiamento interiore di commozione, offrendogli le nostre sofferenze in atto di espiazione e riparazione, partecipando ai suoi dolori con amore e contrizione per i nostri ed altrui peccati, lo confortiamo e gli rechiamo sollievo, ora per allora.

E questo conforto lo donarono innanzitutto i santi mistici, tra i primi dei quali va annoverata Luisa Piccarreta,  il cui modo di meditare la Passione di nostro Signore affascinò a tal punto Sant’Annibale di Francia che le chiese di scrivere le sue riflessioni e si adoperò a pubblicarle nel 1915 con il titolo L’Orologio della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo con affettuose considerazioni e riparazioni.

Ma anche noi, come già detto, nelle giuste disposizioni interiori, possiamo contribuire ad alleviare i dolori del Redentore. Infatti, rileggendo quanto Egli dettò a Santa Faustina Kowalska nella Novena alla Divina Misericordia, abbiamo la certezza che ognuno, partecipando oggi alla sua Passione, lo confortò allora, quando in quelle ore drammatiche ci vide uno per uno.

Egli elenca quali tipi di anime gli dettero conforto: le anime devote e fedeli, quelle miti ed umili, quelle dei sacerdoti e dei religiosi e infine quelle che venerano in modo particolare ed esaltano la sua Misericordia, che hanno sofferto maggiormente per la sua Passione e sono penetrate più profondamente nel suo spirito. Esse sono un riflesso vivente del suo Cuore pietoso e risplenderanno con una particolare luminosità nella vita futura. Nessuna finirà nel fuoco dell’inferno e difenderà in modo particolare ciascuna di loro nell’ora della morte.


Paola de Lillo