La più grande strage mai causata da un governo contro la propria gente. Il grande balzo di Mao

Ci si può dimenticare di commemorare lo sterminio di 30-40 milioni di  persone, prodotto della stupidità fanatica e dell’ideologia criminale di un  regime? Sì, si può. È caduto quest’anno il cinquantesimo anniversario del più  grande disastro economico e della più grande perdita di vite umane mai causata  da un governo ai suoi stessi cittadini, ma la grande stampa italiana non se ne è  accorta.

Cinquant’anni fa veniva messa fine al “Grande balzo in avanti”, la  campagna di modernizzazione comunista dell’economia della Cina imposta da Mao  Zedong e attuata in un misto di entusiasmo e di paura da centinaia di milioni di  cinesi.

Per trent’anni il bilancio di morte di quell’esperienza è rimasto gelosamente  custodito negli archivi del Partito comunista. Nel 1991, nelle pagine di Cigni selvatici, il capolavoro autobiografico di Jung Chang, scrittrice  cinese emigrata in Europa, si potevano finalmente leggere brani del seguente  tenore: «Incontrai un vecchio collega di mio padre, un uomo cortese e capace,  poco propenso alle esagerazioni: mi raccontò con grande emozione ciò che aveva  visto durante la carestia, in una comune.

Era morto il trentacinque per cento  dei contadini, e tutto ciò in una zona in cui la messe era stata buona, anche se  si era raccolto ben poco: gli uomini erano stati impegnati nella produzione di  acciaio, e la mensa comune aveva esaurito quasi tutto il rimanente. Un giorno un  contadino aveva fatto irruzione nella stanza del funzionario e si era gettato  sul pavimento, gridando che aveva commesso un crimine orribile e voleva essere  punito. Alla fine era venuto fuori che aveva ucciso il figlio piccolo e lo aveva  mangiato. Con le guance rigate di lacrime, il funzionario aveva fatto arrestare  il contadino, che poi era stato fucilato per dare un monito agli assassini di  bambini». Il funzionario era più turbato che scandalizzato perché perfettamente  al corrente della situazione disperata di milioni di contadini. «Una stima  generalmente accettata della mortalità nell’intero paese si aggira intorno ai  trenta milioni», scriveva Jung Chang.

Fame, malattie e repressione Nel 2010 è stato pubblicato  il più autorevole e documentato studio scientifico sulla vicenda, opera dello  storico olandese Frank Dikötter, Mao’s Great Famine, che attribuisce al  presidente Mao la responsabilità per la morte di ben 45 milioni di persone, per  lo più falcidiate dalla fame e dalla malattia, ma non solo: dai due ai tre  milioni di cinesi sarebbero stati picchiati o torturati a morte, o sommariamente  sottoposti alla pena capitale, per non aver raggiunto gli obiettivi di  produzione fissati, per aver dichiarato pubblicamente che erano irraggiungibili,  o per aver osato criticare la politica del governo.

Quest’anno è apparsa la  traduzione in inglese della prima ricerca opera di un autore cinese: Tombstone. The Great Chinese Famine 1958-1962 di Yang Jisheng,  giornalista in pensione dell’agenzia di stampa Xinhua, nonché figlio di uno dei  milioni di contadini che persero la vita per sfinimento. Per un trentennio Yang,  che aveva assistito di persona alla morte per inedia del padre nel 1959, ha  creduto alla versione ufficiale dei fatti secondo cui siccità, alluvioni e altri  disastri naturali erano stati la causa di tante perdite umane ed economiche.

Dopo i fatti di piazza Tiananmen (1989) la sua fiducia cieca nelle autorità è  entrata in crisi e si è lanciato con tutte le forze nella ricerca della verità  sugli anni della grande carestia. Grazie alle sue conoscenze è riuscito ad  accedere a documenti riservati e a stendere un testo di 1.200 pagine (l’edizione  inglese è una “sintesi” di 629) che conferma tutte le peggiori ipotesi  sull’accaduto. La sua stima finale sul numero delle vittime è di 36 milioni. Il  libro è apparso a Hong Kong nel 2008 ma è ancora oggi vietato nel resto della  Cina.

Come è potuta accadere una cosa del genere e  rimanere segreta per tanto tempo? Come ha potuto il mito del maoismo restare di  moda in Europa per altri vent’anni dopo quella catastrofe? Mao era un genio del  male. La sua conoscenza delle debolezze dell’animo umano (lo spirito gregario,  la propensione a sottomettersi a un capo, la cedevolezza ai ricatti, il bisogno  di approvazione) gli hanno permesso di realizzare il capolavoro del  totalitarismo, quello che Hannah Arendt descrive nel suo Le origini del  totalitarismo: «L’efficacia della propaganda totalitaria mette in luce una  delle principali caratteristiche delle masse moderne. Esse non credono nella  realtà del mondo visibile, della propria esperienza, non si fidano dei loro  occhi e orecchi, ma soltanto della loro immaginazione, che può essere colpita da  ciò che è apparentemente universale e in sé coerente».

Come si organizza una tragedia. Tutto comincia alla fine  del 1957, quando Mao torna dal vertice mondiale dei partiti comunisti a Mosca  (il primo dopo la denuncia dello stalinismo) e lancia la sua sfida all’Unione  Sovietica di Kruscev per la leadership del comunismo nel mondo. Il leader russo  aveva affermato che nel giro di quindici anni l’Urss avrebbe superato gli Stati  Uniti sia nella produzione industriale che in quella agricola, Mao proclama che  l’industria pesante e l’agricoltura della Cina avrebbero superato quelle della  Gran Bretagna nello stesso arco di tempo.

A questo scopo ordina di raddoppiare  in un anno la produzione cinese di acciaio, di rivoluzionare le tecniche delle  colture e dell’allevamento (sulla base delle teorie dello pseudo-scienziato  sovietico Trofim Lysenko) e di riorganizzare il mondo rurale in comuni popolari  dove la proprietà privata sarebbe stata integralmente abolita: tutta la  produzione andava consegnata a un’autorità centrale e persino le cucine  familiari andavano smantellate e sostituite con mense popolari che avrebbero  provveduto ai pasti dei contadini.

In ogni cortile vengono costruite fornaci,  alimentate da ogni tipo di legname, comprese porte e finestre delle case, e da  ogni tipo di metallo destinato alla produzione di acciaio, comprese padelle e  utensili da cucina in ferro e in ghisa. Cento milioni di contadini sono  obbligati a dedicarsi alla costruzione e all’alimentazione delle fornaci,  trascurando il lavoro dei campi. Le piante vengono coltivate così densamente da  soffocarsi l’una con l’altra e i semi interrati all’assurda profondità di due  metri; villaggi sono abbattuti per fare posto a immense porcilaie che non  entrano nemmeno in funzione. In mancanza di personale specializzato dalle  fornaci esce un materiale inutilizzabile, mentre la produzione agricola crolla e  milioni di persone si ritrovano senza un tetto.

Per paura di rappresaglie, i  responsabili delle comuni dichiarano alle autorità di avere centrato e superato  gli obiettivi di produzione: «In molte località, quelli che si rifiutavano di  vantare grandi incrementi di produzione venivano percossi finché non cedevano. A  Yibin, alcuni responsabili di una unità di produzione furono legati e appesi con  le mani dietro la schiena nella piazza del paese, mentre i militanti li  bersagliavano di domande: “Quanto grano siete in grado di produrre per ogni  mu?”. “Quattrocento jin”. Poi dopo aver picchiato il malcapitato ripetevano: “Quanto grano siete in grado di produrre per ogni mu?”. “Ottocento jin”. Ma  neanche quella cifra impossibile era sufficiente. Il poveretto veniva picchiato  ancora, o semplicemente lasciato appeso, finché alla fine rispondeva: “Diecimila  jin”. A volte l’uomo veniva lasciato morire perché si rifiutava di aumentare la  cifra, o semplicemente prima che riuscisse ad aumentarla abbastanza» (Cigni  selvatici, pagina 284).

In breve la fantasia prende il posto della realtà,  e i pochissimi che obiettano vengono eliminati: «Di tanto in tanto davanti al  nostro complesso si fermava un camion carico di contadini con sorrisi da un  orecchio all’altro, venuti a riferirci di qualche fantastico record. Un giorno  era un cetriolo prodigio, lungo quanto mezzo camion, un’altra volta era un  pomodoro che due bambini riuscivano a trasportare a fatica. In un’altra  occasione si trattava di un maiale gigantesco che a stento si era riusciti a  caricare su un camion (…).

L’intera nazione finì per parlare in un modo e  comportarsi in un altro: le parole divorziarono dalla realtà, dalla  responsabilità e dai reali pensieri della gente» (Cigni selvatici, pagina 285).  Il grande successo totalitario del maoismo sta nell’aver convinto un popolo  intero a dubitare dell’evidenza: «Coloro che non riuscivano a eguagliare i  risultati fantastici vantati dagli altri cominciarono a dubitare di se stessi e  a sentirsi in colpa. Sotto una dittatura come quella di Mao, in cui le  informazioni erano tenute nascoste e manipolate o fabbricate di sana pianta, era  molto difficile per la gente comune avere fiducia nella propria esperienza e  competenza (…). Era facile cominciare a ignorare la realtà e riporre  semplicemente la propria fede in Mao» (pagina 283).

Maledetti «opportunisti di destra». Le mense collettive  consumano le riserve fino a quando non rimane più nulla, il governo continua ad  esportare all’estero i presunti surplus, e la carestia s’installa. All’ottavo  plenum del Comitato centrale del partito comunista a Lushan, nel giugno 1959, il  ministro della Difesa Peng Duhai critica i risultati negativi del Grande balzo  in avanti e chiede un approccio più pragmatico all’economia: Mao accusa lui e i  suoi sostenitori di essere «opportunisti di destra», lo esonera dal suo incarico  e lo pone agli arresti domiciliari, scatena in tutto il paese la campagna contro  gli «opportunisti di destra»: a ogni provincia vengono assegnate «quote di  arresti» da compiere come se si trattasse di quote di produzione.

Seguono tre anni di fame e mortalità crescente in tutto il paese, ma Mao non  si commuove: «Quando non c’è abbastanza da mangiare, la gente muore di fame.  Allora è meglio lasciar morire metà della gente così che l’altra metà possa  nutrirsi a sufficienza», dichiara senza vergogna. Nel 1962 finalmente viene  messo in minoranza: alla Conferenza dei settemila quadri afferma che la carestia  ha cause naturali per il 70 per cento e umane per il 30 per cento, ma il  presidente Liu Shaoqi ribatte che è il contrario, cioè che le cause sono umane  al 70 per cento.

Lui e Deng Xiaoping (allora segretario generale del partito)  riescono a imporre una svolta pragmatica che, con l’abolizione delle comuni e  delle mense collettive e il ripristino dei piccoli lotti privati, permette di  tornare ad accrescere la produzione alimentare. Mao si vendicherà quattro anni  dopo, scatenando la Rivoluzione culturale che emarginerà Deng e causerà la morte  di Liu.

E Dario Fo vide «l’uomo nuovo» Fra i successi storici  della propaganda maoista c’è quello di non aver permesso per lungo tempo che  filtrassero in Occidente gli orrori prima del Grande balzo in avanti (1958-62) e  poi della Rivoluzione culturale (1966-76). La chiave del successo, in entrambi i  casi, consistette nell’invitare in Cina per visite sotto stretto controllo  grandi personalità scientifiche e politiche della sinistra occidentale che, con  rare eccezioni, tornarono tutte a casa entusiaste di quello che avevano visto.

Dichiararono che non c’era alcuna carestia in Cina dopo missioni sul posto il  famoso sinologo britannico Joseph Needham, il giornalista americano Felix  Greene, il futuro presidente francese François Mitterrand e il generale  Montgomery. In Italia espressero giudizi positivi sulla Rivoluzione culturale  dopo aver visitato la Cina personaggi come Alberto Moravia, Dacia Maraini, Dario  Fo, Mario Capanna, eccetera. Moravia scrisse che la Rivoluzione culturale gli  infondeva «sollievo» perché rappresentava un’«utopia realizzata»; Dario Fo  scrisse: «Qui da noi l’uomo è una cosa, una merce (…). Da noi c’è una divisione  netta fra concetti come bene, moralità e rapporti di produzione. In Cina invece  il mangiare, il bere, il vestirsi, i princìpi morali sono un tutt’uno. C’è una  concezione profonda della vita che determina tutto quanto. C’è l’uomo nuovo  perché c’è una filosofia nuova».

Rodolfo Casadei

Fonte: Tempi.it