La povera Ashley e quel funerale tutto zucchero e fiori – di Rino Cammilleri


finerali AshleyPremessa: non sono un affezionato dei talkshow morbosi in cui si vivisezionano i delitti nostrani per estenuanti puntate, perciò potrei sbagliare nel dettaglio; in tal caso me lo si farà notare e farò pubblica ammenda. Detto questo, vediamo se ho ben capito il delitto di Firenze dell’8 gennaio scorso. La morta si chiamava Ashley di nome (come il marito di Melania in Via col vento, che però era maschio) e Olsen di cognome (come l’amico giornalista di Superman).

Una ragazza di trentacinque anni, età in cui la ragazzaggine dovrebbe essere un ricordo e molti hanno messo da un pezzo la testa a partito (ma vabbe’, oggi si è “ragazzi” in eterno, come Gianni Morandi).

A sentire chi la conosceva anche solo di vista era “solare”. Quest’ultimo termine, ci si faccia caso, viene ormai applicato a tutte le giovani che trapassano prematuramente, quasi che la sorte si accanisca a risparmiare le introverse e “lunari”.

Finirà, temo, come al cimitero, dove, a leggere le lapidi, trai l’impressione che tutti i migliori se ne siano andati e siamo rimasti noi peggiori.

La morta di Firenze era americana, come la perugina Amanda, e conduceva un genere di vita del pari disinvolto. Benissimo, fatti suoi. È stata uccisa da un africano nero, irregolare e spacciatore. Era stata a bere con gli amici, perché aveva litigato col boyfriend italiano e, sorto il giorno, se ne era tornata a casa in compagnia di quello lì, che conosceva appena e malgrado gli avvertimenti dei compagni di pub.

Ci aveva avuto un rapporto sessuale consenziente (così dice l’autopsia) che poi era finito come sappiamo.

Insomma, un tragico finale di un soggiorno bohémien fiorentino di una signorina del Terzo Millennio obamiano (e poi dicono che gli americani sono razzisti…). Love is love e magari c’entra la cocaina.

Ma, chi sono io per giudicare? Anzi, poiché sono cattolico c.p. (credente & praticante), sappiate che ho detto molti requiem per l’anima della povera Ashley Olsen, a cui auguro di cuore la misericordia di Dio.

Tuttavia, poiché faccio anche il giornalista, mi chiedo se era cattolica lei. Sì, perché il funerale glielo hanno fatto in una chiesa cattolica.

Magari sì, lo era, non lo so. É anche vero che di questi tempi un funerale religioso non si nega a nessuno, sennò chi li sente i “laici”? Data la rilevanza mediatica del fattaccio, tuttavia, perché in chiesa non hanno fatto entrare né fotografi né telecamere? Boh.

Però c’era il cagnetto preferito dalla defunta, e anche qui il politicamente corretto è stato rispettato. Chi ha voluto strafare è stato il celebrante, vescovo in pensione. Nell’omelia, tanto per cambiare ha dato la colpa alla “società”.

Eggià, mica poteva prendersela con l’imprudenza  della vittima, né col suo assassino (immigrato clandestino). «La nostra umanità è stata insufficiente, con lei muore l’intero quartiere». Chi, quel quartiere “solare”? Ma va’.

Seguiva l’immancabile richiesta di perdono «per non essere stati capaci di sostenere la sua speranza e la sua solitudine».

Speranza? Solitudine? Mah. Mi si dirà: tu che cosa avresti detto in quella circostanza al suo posto? Risponderò: a) l’omelia non è obbligatoria; b) io quando non so che cosa dire sto zitto. Sì, perché si tratta di una vicenda tristissima, sulla quale la miglior cosa è stendere un velo pietoso e voltar pagina.

P.s. Se il tono di questo articolo vi sembra cinico, pazienza. Io faccio lo scrittore, non il vescovo emerito. E uno scrittore laico non è circonfuso di timor reverentialis clericalmente corretto, perciò lo si può liberamente criticare.

Ma mi si perdoni la parafrasi evangelica: se ho parlato male, dimostralo. Sennò, la porti un bacione a Firenze al suo giglio magico.

 

Fonte: La NBQ