La “sedazione profonda”: forma mascherata di suicidio assistito? – di Roberto de Mattei

baraMarina Ripa di Meana, la provocatoria esponente del jet set italiano morta a Roma il 6 gennaio 2018, ha scelto per morire la sedazione palliativa profonda, manifestando le sue ultime volontà in un video-testamento: «Dopo Natale le mie condizioni di salute sono precipitate. Il respiro, la parola, il mangiare, alzarmi: tutto, ormai, mi è difficile, mi procura dolore insopportabile: il tumore ormai si è impossessato del mio corpo. Ma non della mia mente, della mia coscienza.

Ho chiamato Maria Antonietta Farina Coscioni, persona di cui mi fido e stimo per la sua storia personale, per comunicarle che il momento della fine è davvero giunto. Le ho chiesto di parlarle, lei è venuta. Le ho manifestato l’idea del suicidio assistito in Svizzera. Lei mi ha detto che potevo percorrere la via italiana delle cure palliative con la sedazione profonda.

Io che ho viaggiato con la mente e con il corpo per tutta la mia vita, non sapevo, non conoscevo questa via. Voglio lanciare questo messaggio per dire che anche a casa propria, o in ospedale, con un tumore, una persona deve sapere che può scegliere di tornare alla terra senza ulteriori e inutili sofferenze. Fallo sapere. Fatelo sapere».

La scelta della sedazione profonda è stata suggerita dunque a Marina Ripa di Meana da Maria Antonietta Coscioni, una parlamentare di sinistra, fondatrice dell’Istituto Luca Coscioni, che si batte da anni per l’eutanasia e il suicidio assistito.

Tra le due forme di fine vita, ha affermato la stessa Coscioni, in un’intervista a la Repubblica, esiste «una discriminante precisa». Nella sedazione profonda «non si somministra un farmaco che porta alla morte in un tempo ben preciso, che nel suicidio assistito può essere cronometrato. Il tempo di sedazione profonda, invece, dipende dalle condizioni del malato, che passa le sue ultime ore in un sonno profondo».

La dichiarazione di Maria Antonietta Coscioni insinua che il farmaco somministrato al paziente conduce alla morte, anche se non in un tempo preciso e cronometrato.

Si tratterebbe di una forma mascherata di suicidio assistito, ammessa dal “biotestamento” legalizzato in Italia a fine dicembre, secondo il quale ogni persona maggiorenne, capace di intendere e volere, può manifestare, attraverso le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), le proprie preferenze in materia di cure, compreso il rifiuto della nutrizione e dell’idratazione artificiali.

In realtà, osserva il prof. Renzo Puccetti, sedazione profonda è un termine non scientifico e in ambito medico si dovrebbe piuttosto distinguere tra una sedazione palliativa e una sedazione eutanasica. La prima è ammessa dalla morale cattolica, perché non è diretta a sopprimere il malato, ma il dolore.

La seconda provoca la morte del paziente, o direttamente, attraverso i farmaci sedativi, o mediante l’interruzione di sostegni vitali (La nuova bussola quotidiana, 8 gennaio 2018). C’è dunque in questo concetto un’ambiguità profonda che rende il problema meno semplice di quanto possa apparire.

In primo luogo bisogna chiarire che la sedazione di cui si parla non è una terapia temporanea per alleviare il dolore, ma una condizione permanente, di non ritorno, che assomiglia a quella di un coma irreversibile. Chi sceglie la sedazione profonda compie un atto con cui sceglie di spegnere irrevocabilmente la luce della ragione e della volontà, per immergersi in un sonno profondo e definitivo, che è difficile distinguere dalla morte.

Ma se non è lecito togliersi la vita, sarà lecito rinunciare deliberatamente all’esercizio delle facoltà dell’anima, che rappresentano un immenso bene ricevuto da Dio?

In Italia, il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB), in un documento approvato il 29 gennaio 2016, dal titolo Sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte, afferma la liceità della sedazione profonda, perché questa, a differenza dell’eutanasia, non può essere ritenuta un atto finalizzato alla morte.

Ma lo stesso comitato ha decretato che lo standard neurologico è clinicamente ed eticamente valido per accertare la morte dell’individuo (I criteri di accertamento della morte, 24 giugno 2010), ovvero che la morte coincide con uno stato di coma irreversibile analogo a quello prodotto dalla sedazione profonda e permanente.

L’evidente ipocrisia è stata messa in luce da un membro dissidente dello stesso Comitato, il dottor Carlo Flamigni:

«Ebbene, se sono un malato che soffre le pene dell’inferno a causa di una malattia per la quale non ho speranza di guarigione, se so che queste pene continueranno, intervallate da periodi di incoscienza più o meno lunghi, se mi addormento, ogni volta che la morfina esercita il suo effetto temporaneo, terrorizzato dall’idea che mi risveglierò dilaniato dalla mia sofferenza; ebbene se qualcuno mi prospetta l’ipotesi di una sedazione palliativa profonda continua e me la propone, quello che capisco è che mi viene offerta la possibilità di scegliere una buona morte e l’accetto felice, stupito semmai per il fatto che il Paese abbia finalmente legalizzato l’eutanasia».

Considerazioni analoghe vennero fatte in occasione della morte del cardinale Carlo Maria Martini, il quale, come ricorda la nipote Giulia, chiese di essere sedato. «Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato (…). Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l’hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato» (Corriere della Sera, 4 settembre 2012).

Paolo Flores d’Arcais, su Il Fatto Quotidiano del 6 settembre 2012, così commentò l’episodio: «Carlo Maria Martini ha deciso, deciso liberamente e sovranamente, il momento in cui voleva perdere definitivamente conoscenza, non “vivere” più la propria agonia e la propria morte. Questo e non altro, infatti, significa essere sedati. Non sentire più nulla, non provare più nulla, essere “fisicamente non cosciente” (…). Essere già, soggettivamente, nel sonno eterno, nell’eterno riposo, nella fine irreversibile di ogni sofferenza e di ogni angoscia».

Eugenio Scalfari osservò da parte sua: «Quando si è nello stato di salute in cui era lui, la sedazione è un eufemismo che significa semplicemente darsi la morte senza soverchio dolore a distanza di poche ore. Tra la sedazione volontaria e il distacco da macchine, nella sostanza, non c’è alcuna differenza» (La Repubblica, 26 settembre 2012).

Se sullo standard neurologico della “morte cerebrale” prospera l’industria dei trapianti, negli hospice delle cure palliative, soprattutto negli Stati Uniti, prospera l’industria dell’eutanasia e del suicidio assistito. Elizabeth Wickam , in un documentato studio, ha mostrato il supporto dato dal Project on Death in America (PDIA) di George Soros allo sviluppo delle cure palliative per renderle un efficace strumento della cultura della morte.

Pio XII ha dato delle chiare indicazioni morali sulla sedazione, o narcosi (Risposta a 3 quesiti posti dalla società italiana di anestesiologia, del 24 febbraio 1957), confermate dalla Congregazione per la Dottrina della fede (Dichiarazione sull’eutanasia, del 5 maggio 1980 par. III), ma non bisogna nascondersi dietro il velo dell’ipocrisia.

La verità è che le cure palliative oggi vengono usate come veicolo per l’eutanasia, soprattutto nei paesi dove essa non è legalizzata, con il pretesto di alleviare la sofferenza del malato.

Il dott. Philippe Schepens, della John-Paul II Academy for Human Life and Family, lo ricorda con queste parole: «dire che una persona deve essere messa in uno stato di incoscienza, perché il suo dolore non può essere sopportato in altro modo, è falso alla luce degli attuali progressi della medicina.

Questo tipo di “sedazione totale” non solo priva la persona del suo diritto ad essere cosciente e padrone del suo fine vita, ma è soprattutto diretta a rendere accettabile ai parenti, da questo momento in poi, la privazione di alimentazione e di idratazione. Ciò apre la strada all’eutanasia».

Gli ordini ospedalieri cattolici hanno alleviato le sofferenze dell’umanità nel corso dei secoli, ma negli ospedali, detti degli “Incurabili”, la preoccupazione dominante dei religiosi e delle religiose che assistevano i malati, era di prepararli spiritualmente alla morte.

Negli hospice contemporanei, simili spesso a centri di benessere per moribondi, la preoccupazione suprema è quella di “non farli soffrire”, dimenticando il valore espiativo e redentivo della sofferenza, che non è una lesione della dignità umana, ma la conseguenza ineliminabile del peccato originale.

Non c’è dignità maggiore di quella dell’uomo che affronta con coraggio e pazienza le sofferenze della morte, a immagine di Nostro Signore che, come narra il Vangelo, dopo avere assaggiato il vino misto a fiele che gli venne offerto prima della crocifissione per attenuare le sue sofferenze, non volle berlo (cfr. Mt 27, 34), perché voleva soffrire in piena coscienza, compiendo così ciò che aveva detto a Pietro al momento dell’arresto: «Non berrò io il calice che il Padre mio mi ha preparato?» (Gv 18, 11).

 

Corrispondenza Romana