Messaggio del 25 dicembre 2014

Cari figli! Anche oggi vi porto tra le braccia mio Figlio Gesù e cerco da Lui la pace per voi e la pace tra di voi. Pregate e adorate mio Figlio perché nei vostri cuori entri la sua pace e la sua gioia. Prego per voi perché siate sempre più aperti alla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.  

La verità su Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza il 4 luglio 1807 e morì a Caprera il 2 giugno del 1882. Il personaggio, esaltato come eroe dalla storiografia dell’attuale regime, era in realtà di ben diversa levatura.

Per poter far comprendere chi era veramente Garibaldi ho ritenuto di raccontare gli episodi della sua vita più significativi, quelli cioè a cui viene data più importanza dai suoi agiografi, solo nei fatti essenziali, senza cioè dedurne alcun commento, lasciando così ai lettori di farsene di suoi. Attorno a questi episodi sono state pure inserite le più significative vicende storiche, durante le quali, e per conseguenza delle quali, quegli episodi avvenivano.

In tal modo, mi pare, quegli stessi episodi riescono ad essere compresi e, soprattutto, riescono a delineare una immagine certamente più realistica della essenza del personaggio, definito dalla storia come «l’eroe dei due mondi», ma che, a mio sommesso parere, fu un uomo, a dir poco, ingenuo, sia pure un avventuriero di diaboliche qualità, manovrato abilmente da un non tanto oscuro burattinaio.

 

 I  PRIMI  PASSI

 Il 26 dicembre 1832 Giuseppe Garibaldi, affiliato con il no­me di «Pane» alla setta «Giovine Italia» fondata da Mazzini, si arruolò come marinaio di terza classe nella marina piemonte­se con il compito di sobillare e di fare propaganda della setta tra i marinai savoiardi. La tecnica delle sette sovversive, con l’attivazione di episodi di rivolta quasi spesso irrealizzabili, era, infatti, quella di tenere sempre e comunque in stato di tensione i governi e quindi di provocare artatamente la loro reazione. In tal modo esse miravano a convincere, nel corso del tempo, le popolazioni che tutto ciò accadeva a causa dell’oppressione dei sovrani, sia a Napoli, sia negli altri Stati che non si uniformavano alle loro mire.

 

Il Mazzini, che viveva al sicuro nella Svizzera, progettò inoltre nel 1834 di invadere la Savoia con il generale Girola­mo Ramorino a capo di un centinaio di rivoltosi, mentre a Ge­nova Garibaldi avrebbe dovuto far insorgere la città ed occu­pare il porto. L’inconsistenza dell’azione ed il feroce interven­to delle truppe piemontesi fecero fallire l’inutile sommossa. Molti cospiratori catturati furono condannati a morte. Il Maz­zini, rimasto sempre in Svizzera (e poi rifugiatosi prudente­mente a Londra), ed il Garibaldi, riuscito fortunosamente a fuggire, furono condannati a morte in contumacia.

Garibaldi prima si rifugiò per alcuni mesi a Marsiglia, dove venne rag­giunto dalla notizia che, il 3 giugno 1834, il Consiglio Divi­sionario di Guerra lo aveva condannato a morte ignominiosa come “bandito di primo catalogo“, e dopo s’imbarcò sul bri­gantino mercantile Union, diretto a Odessa, da dove si diresse a Tunisi, per arruolarsi come marinaio nella flotta piratesca di Hussein Bey, Signore di Tunisi.

 Nel 1834, nella Reggenza di Tunisi, vivevano all’incirca 8000 europei. Un terzo di loro erano italiani. Provenivano dal­le più disparate parti d’Italia: dalla Sicilia, dalla Campania, dalla Toscana, dalla Liguria. A la Goulette, il porto di Tunisi, morì nel febbraio del 1834 il capitano Paolo Carboso, un ligu­re originario di Recco.

Tra le sue carte si rinvennero lettere e documenti che fecero risalire alla società Carbonara, o meglio alla “Vendita”, come si diceva nel gergo segreto, la setta mas­sonica degli «Amis en captivitè» che aveva una sua sede a Malta. Di qui le conclusioni che furono subito tratte e che cioè : “I suoi frequenti viaggi fra Tunisi, Lisbona, Malta, avessero avuto lo scopo di portare dei pieghi in quelle regio­ni per le pratiche infami della propaganda“.

 

In realtà in quel periodo la carboneria, a Tunisi, era venuta perdendo terreno. Al suo posto però aveva già invece gettato radici la “Giovine Italia” con un programma repubblicano per l’unità dell’Italia. In quello stesso mese giunse a Tunisi un altro profugo politi­co. Si trattava di Antonio Montano di Napoli, che aveva prima partecipato alla rivoluzione costituzionale e poi alla cosiddetta “congiura del monaco” (perché capeggiata dal frate Angelo Peluso).

Verso la fine dello stesso anno riparava a Tunisi an­che un altro cospiratore: Antonio Gallenga di Parma. Nella “Giovine Italia” di cui era affiliato aveva assunto il nome di “Procida”. Mazzini aveva una grande fiducia in lui, anche se egli si era rifiutato di compiere un attentato politico per assas­sinare Re Carlo Alberto. Tunisi costituì in quegli anni una tra le basi della massoneria più importanti per la cospirazione contro le Due Sicilie.

Dopo qualche mese Garibaldi si portò di nuovo a Marsiglia, dove si imbarcò come secondo sul brigantino Nautonier di Nantes diretto a Rio de Janeiro.

  

NEL NUOVO MONDO

 Agli inizi dell’estate del 1836 Garibaldi, però, accusato dal­le autorità di Rio de Janeiro di loschi traffici, assieme ad altri italiani fuorusciti, ricevette l’ordine di espulsione dal Brasile. L’avventuriero, allora, rubò una barca dal porto e, con gli altri suoi complici, si diede alla pirateria. Braccato dalla Marina brasiliana, si rifugiò nella provincia di Rio Grande presso Bento Gonçalves, capo della rivolta contro la monarchia del Brasile.

 

Nel 1837, poi, il Garibaldi, inizialmente con una barcaccia da 20 tonnellate (da lui battezzata Mazzini), successivamente con altre navi catturate, si diede a scorrerie e saccheggi sul Rio Grande contro le navi cattoliche-ispaniche e nei villaggi rivieraschi, protetto dagli inglesi, i quali per suo mezzo rag­giungevano così lo scopo di assicurare il monopolio commer­ciale all’impero britannico. Nell’agosto, tuttavia, la sua nave fu intercettata e colpita da molte fucilate, ma il nizzardo riuscì a sfuggire alla cattura con l’aiuto di una nave argentina che la rimorchiò. Tra i molti feriti c’era lo stesso Garibaldi che fu in­ternato e curato in Argentina.

Nel 1838 Garibaldi, lasciato libero dagli Argentini, si dires­se a Montevideo e poi ancora nel Rio Grande, dove i ribelli di Bento gli affidarono due navi, catturate qualche mese prima ai brasiliani, per la tratta dei negri.

In seguito Garibaldi si diede a veri e propri atti di pirateria nei pressi della laguna Dos Pa­tos, dove assaliva navi mercantili isolate, uccidendo gli inermi marinai delle navi catturate. Molte volte assalivano anche i villaggi interni dei contadini, facendo razzie, rubando oggetti di valore e violentando le donne.

 Fu in questo periodo che in­cominciò a portare i capelli lunghi perché, avendo tentato di violentare una ragazza, questa gli aveva staccato l’orecchio destro con un morso.

 

Nel 1839 in Cina venne decretato il divieto di importazione dell’oppio da parte della Compagnia inglese delle Indie Orientali dal Bengala, dato lo stato miserevole in cui si era ri­dotta gran parte della popolazione. Un funzionario cinese, de­ciso a far rispettare il divieto d’importazione disposto dall’im­peratore, requisì e fece distruggere oltre 2.000 casse di droga appartenenti ai mercanti britannici.

L’allora ministro degli Esteri inglese, Lord Palmerston, Gran Maestro della Massone­ria, poiché il commercio della droga era una pietra miliare della politica imperiale inglese, per gli enormi guadagni che comportava, ordinò di far sbarcare dei marinai dalla flotta in­glese, che sostava nei pressi dell’isola di Hong Kong, con il compito di provocare una rissa nella zona di Kowloon con i residenti cinesi, fingendosi ubriachi. Un cinese venne ucciso e il capitano inglese Elliot si rifiutò di consegnare i colpevoli al­le autorità cinesi, che pertanto intimarono alla flotta inglese di abbandonare le coste della Cina. La conseguente azione di for­za del modesto naviglio cinese (sulla cui azione contavano gli inglesi) fu facilmente respinta dalle navi militari inglesi.

 

Fu così che il governo inglese diede immediatamente l’ordine alla flotta navale, già in precedenza inviata in segreto in quei ma­ri, di minacciare la Cina, costringendola ad accettare la libera importazione dell’oppio ed a pagare alla Gran Bretagna un’indennità di guerra di 20 milioni di dollari. Hong Kong fu occupata dalle truppe inglesi e, in seguito, fu ceduta in affitto alla corona inglese col trattato di Nanchino del 1842. In quel­lo stesso anno gli inglesi fondarono a Hong Kong una loggia massonica. Due anni dopo, dichiarata porto franco, Hong Kong divenne la capitale mondiale della droga sotto la prote­zione del governo inglese, che ne favoriva segretamente la commercializzazione.

 

Alla fine di agosto il Garibaldi, intanto, conosceva Anita nel piccolo borgo uruguayano di Barra. Allora la donna era già sposata con un tal Manuel Duarte, che abbandonò il 23 ot­tobre, giorno in cui lo stesso Garibaldi la portò via sulla nave Rio Pardo. Il Duarte dopo qualche giorno morì di crepacuore, molto probabilmente anche a causa delle ferite causategli dai banditi garibaldini.

 

Alla fine dell’anno una squadra navale brasiliana riuscì a intercettare ed a distruggere le navi corsare di Garibaldi. Co­stui, tuttavia, riuscì ancora a sfuggire, insieme ad Anita ed a pochi dei suoi filibustieri, rifugiandosi ancora una volta presso Bento. Garibaldi, così, insieme con Bento, che aveva costituito nel 1840 un folto gruppo di banditi, si diede a compiere anco­ra rapine e razzie di ogni genere, vanamente inseguito dai re­parti governativi. Il 16 novembre, mentre si trovavano in sosta nel paese di Mustarda, Anita diede alla luce Menotti.

  

NASCE  LA  LEGGENDA  DELL’EROE  DEI  DUE  MONDI

 Dopo l’estate del 1841, Garibaldi, con 900 bovini razziati nelle campagne, si separò da Bento e si diresse verso Montevi­deo in Uruguay, ma qui giunse nella primavera successiva con sole trecento pelli, da cui ricavò un centinaio di scudi. Rima­sto poi senza denaro e del tutto inadatto a lavorare, fu aiutato da Anita, che per sostenere la famiglia si mise a fare la lavan­daia. In quel periodo era, intanto, scoppiata la guerra tra Ar­gentina e Uruguay.

 

Durante questa guerra, a Garibaldi fu affidato, nel gennaio del 1842, da parte del diplomatico inglese William Gore Ou­seley, il comando di alcune navi, con le quali costituì una grossa banda formata quasi tutta da italiani, vestiti con una camicia rossa.

 

Questa gente, per lo più disperata, dedita solo a rapine, si diede a compiere molti atti di violenza, a cui parte­cipava ben volentieri lo stesso Garibaldi, tanto che, dopo una efferata rapina da lui fatta in casa di un brasiliano, dovette es­sere destituito e imprigionato.

 

Tra gli italiani vi erano anche dei tipografi settari che pensarono di stampare un giornale che intitolarono «Il Legionario italiano», sul quale inventarono moltissime menzogne di eroismo sul comportamento degli ita­liani in quella guerra, in modo da attenuare la forte ostilità dei cittadini uruguayani verso le camicie rosse italiane. Il giorna­le, però, fu anche fatto uscire dai confini dell’Uruguay e con la complicità dei settari fu fatto tradurre in molte lingue, tanto che, riportata da altri giornali, fecero nascere la leggenda su­gli «eroici» legionari italiani.

In seguito l’avventuriero si iscrisse alla Massoneria Univer­sale e precisamente nella loggia irregolare “L’asilo della Vir­tù”, regolarizzandosi poi in Montevideo il 24 agosto 1844, nella loggia “Gli Amici della Patria”, dipendente dal Grande Oriente di Francia

Nel frattempo, l’enorme profitto commerciale che stavano avendo Inghilterra e Stati Uniti con la Cina, attirò anche l’in­teresse della Francia, che il 24 ottobre costrinse il governo ci­nese ad un nuovo trattato commerciale a Whampoa, con il quale anche i francesi si misero a vendere oppio ai Cinesi. Nel decennio successivo il consumo di oppio in Cina venne tripli­cato e la sovranità cinese praticamente eliminata, perché fu consentito all’Inghilterra, alla Francia ed agli Stati Uniti di vendere liberamente nell’immenso territorio cinese qualsiasi prodotto. 

Dopo varie vicende, il 20 novembre 1847 la flotta anglo – francese sconfisse quella argentina, ponendo in tal modo fine alla guerra tra Uruguay e Argentina. Intanto la leggenda di Garibaldi fu gonfiata oltre misura anche da Mazzini, il quale poi lo invitò a venire in Italia dove «i tempi dell’azione erano ormai maturi».

Nel 1848 venne pubblicato il «Manifesto Comunista», elabo­rato da Marx ed Engels, con il finanziamento dei massoni Clin­ton Roosevelt e Horace Greely, entrambi membri della Loggia Columbia, fondata a New York dagli Illuminati di Baviera. Successivamente allo stesso Marx, in collaborazione con Maz­zini, fu dato dagli Illuminati l’incarico di preparare l’indirizzo e la costituzione della «Prima Internazionale « (Comunista).

 

 LE  CONGIURE  IN  ITALIA 

La successiva mossa dei massoni fu quella di spingere alcuni affiliati e sovversivi duosiciliani La Farina e La Masa, a sbarcare il 3 gennaio 1848 a Palermo, dove, era stato loro detto, si era costituito un Comitato Rivoluzionario. Questo comitato non esi­steva, ma vi trovarono invece gli altri massoni Rosolino Pilo e Francesco Bagnasco, che al loro arrivo mobilitarono tutti i loro seguaci per iniziare la rivolta. La Masa, per poter avere l’ap­poggio delle popolazioni convinse il principe Ruggero Settimo a porsi a capo della rivolta per l’indipendenza della Sicilia. Le titubanze del principe furono presto superate quando Lord Mintho, con la flotta inglese nella rada del porto di Palermo, gli assicurò il suo appoggio.

I rivoltosi, poi, certi che il comandan­te borbonico, il massone De Majo, non avrebbe opposto che una simbolica resistenza, insorsero il 12 gennaio a Palermo, con­centrandosi alla Fieravecchia. La gente si chiuse nelle case e le botteghe serrarono le porte. Le truppe, poiché vi erano stati atroci episodi di violenza e di saccheggi, si rinchiusero nel forte di Castellammare e da lì bombardarono gli appostamenti dei ri­voltosi. 

A Napoli, mentre i carbonari facevano espellere i Gesuiti, l’inglese Palmerston, capo del governo inglese, suggeriva al go­verno napoletano di riconoscere l’indipendenza della Sicilia e nello stesso tempo esaltava la liberazione d’Italia dagli stranie­ri. Insomma l’Inghilterra voleva unire l’Italia e separare il Re­gno, per appropriarsi della Sicilia. L’isola, infatti, dopo l’occu­pazione francese dell’Algeria e la costituzione di una base na­vale ad Algeri, era diventata per gli Inglesi interessante per controbilanciare l‘accresciuta potenza navale francese nel Me­diterraneo. 

In Austria, nel frattempo, i massoni il 13 marzo approfittaro­no per promuovere una grave insurrezione a Vienna, tanto che l’imperatore Ferdinando I fu costretto  a concedere la costitu­zione. 

La setta, tuttavia, continuò nei suoi intrighi fomentando disordini in Boemia, in Ungheria e nel Lombardo-Veneto. A Milano, infatti, appena giunta la notizia dell’insurrezione di Vienna, vi fu l’episodio delle Cinque Giornate che durò dal 18 al 22 marzo. Anche a Venezia il giorno 17 vi furono delle som­mosse, tanto che le truppe austriache furono costrette a rifugiar­si nelle fortezze di Peschiera, Mantova, Legnago e Verona sotto gli ordini di Radetzky. Insomma si ripeteva in tutta l’Europa cattolica, tranne cioè nei paesi protestanti, quanto era successo con le rivolte in Sicilia

I massoni (secondo le direttive inglesi) fomentavano le rivolte al solo scopo di sconvolgere l’equilibrio della politica europea ai danni delle potenze conservatrici : Due Sicilie, Austria, Prussia e Russia, garanti dello statu quo nato dalla Santa Alleanza.

 Fu così che, mentre Garibaldi, chiamato da Mazzini, partiva il 15 marzo da Montevideo, imbarcandosi con 150 uomini sulla nave Speranza, Carlo Alberto, spinto dalla setta, dichiarò il 24 marzo la guerra all’Austria. Poi i massoni, con la complicità dei governi liberali, che erano riusciti a insediare negli altri Stati italiani, costrinsero questi ad inviare dei corpi di spedi­zione contro l’Austria. A Roma il 27 venne da Torino il con­te Rignon per chiedere al Papa un appoggio materiale e mo­rale per la guerra. Pio IX inviò le truppe pontificie al coman­do del generale Durando e di d’Azeglio, ma con l’ordine di fermarsi sul Po e solo per scopo difensivo. In quanto all’ap­poggio morale, egli affermò il 29 aprile che non avrebbe mai dichiarato una guerra offensiva

Il Rignon si recò anche a Napoli, dove già erano all’opera gli arruolamenti di volontari da parte dei liberali. Ferdinan­do, tuttavia, aveva già deciso cosa fare. Egli, infatti, si era reso conto che il movimento, non avendo l’appoggio del po­polo, si sarebbe esaurito da solo nelle gravi agitazioni che es­so stesso  provocava. Concluse che l’unico modo per vincer­lo, era quello di accelerarne gli effetti. 

Dichiarò così inaspet­tatamente il 7 aprile guerra all’Austria e concesse 16.000 uo­mini al comando del generale Guglielmo Pepe, che il 4 mag­gio partì, anche lui con l’ordine di attestarsi sul Po. 

Le truppe piemontesi, che avevano adottato una nuova bandiera con i colori verde, bianco e rosso, che erano i colori che identificavano la massoneria dell’Emilia, ebbero il 30 maggio 1848 un primo successo a Goito contro gli Austriaci, grazie alla resistenza delle truppe napolitane e dei volontari toscani che li avevano fermati a Curtatone e a Montanara. Gli Austriaci così furono costretti a ritirarsi verso il quadri­latero, fatto che consentì ai liberali l’annessione di Milano ai Savoia e a Venezia la proclamazione della repubblica. Nu­merose furono le decorazioni e le onorificenze concesse ai Napolitani, ma nell’obelisco, eretto nei luoghi della batta­glia, vi sono solo i nomi dei toscani, mentre quelli dei Napo­litani furono deliberatamente omessi.

  

Ferdinando II, tuttavia, dovette richiamare in Patria il corpo di spedizione napolitano per ragioni di ordine pubblico. In Calabria, infatti, la massoneria aveva fomentato alcu­ne sommosse, approfittando del fatto che l’esercito borboni­co era impegnato in Lombardia. La diplomazia inglese, inol­tre, aveva spinto il governo rivoluzionario della Sicilia ad of­frire la corona al savoiardo duca di Genova, che però declinò l’offerta, non sentendosi sicuro di mantenerla.

In giugno, in esecuzione dell’ordine del Re Ferdinando, tutte le truppe napolitane rientrarono a Napoli, tranne il tra­ditore Pepe e circa mille soldati che, plagiati dai settari, si recarono a Venezia.

 

Nel frattempo, Garibaldi dopo essere sbarcato il 21 giugno a Nizza con i suoi avventurieri, si era recato il 5 luglio a Roverbella, nei pressi di Mantova, per of­frirsi volontario al re Carlo Alberto, che però lo respinse. Al­lora il nizzardo si recò a Milano, dove il governo provvisorio lombardo, presieduto dal conte massone Casati, lo nominò il 14 luglio generale di brigata.

 

I piemontesi, tuttavia, senza l’aiuto delle truppe napolita­ne, vennero ignominiosamente sconfitti a Custoza il 25 lu­glio dalle poche truppe austriache e furono costretti a firmare il 9 agosto un armistizio a Salasco con Radetzky. Alle batta­glie avevano tentato di partecipare anche i volontari di Gari­baldi, ma il 4 agosto, senza neanche affrontare le avanguar­die austriache incontrate a Merate, i più incominciarono a disertare e i rimanenti con Garibaldi, travestito da contadino, riuscirono a giungere in Svizzera, dove, come sempre, il prudente Mazzini si era già rifugiato .

 

Tranne la città di Venezia, rimasta assediata, tutto il ter­ritorio occupato dai savoiardi ritornò all’Austria.

 

A queste vicende non vi fu alcuna partecipazione popolare. Anzi le masse erano per lo più favorevoli agli Austriaci, come dimostrarono le manifestazioni della maggior parte del popolo che, al loro ritorno, aveva gridato «Viva Radetzky».

  

LA  REPUBBLICA  ROMANA 

A Napoli il 1° febbraio del 1849 vennero riaperte le Came­re. Nel frattempo erano affluiti a Roma i più importanti capi massoni, tra cui anche Garibaldi e Mazzini, che il 5 febbraio proclamarono la Repubblica Romana. Il 9 febbraio fu formata l’assemblea costituente che proclamò la repubblica e la fine del Papato

L’assassinio fu l’ordinario espediente della setta per contenere la popolazione col terrore, le cui vittime furono preti, cittadini, ufficiali e perfino il ministro Pellegrino Rossi. Nessun assassino fu punito, nemmeno il Zambianchi, colonnello delle Guardie di Finanza, che fece uccidere tanti innocenti nel quar­tiere di S. Callisto. Anche in Ancona furono commessi degli ef­ferati omicidi, per ordine sempre del sanguinario Mazzini. A questo governo il primo ministro inglese, il massone lord Pal­merston, dichiarò di essere pronto a portare qualsiasi aiuto

Il 20 marzo Carlo Alberto, disdetto l’armistizio, attaccò nuovamente gli Austriaci, che in soli tre giorni sconfissero i piemontesi a Novara. Vi fu un intervento “moderatore” inglese sull’Austria, che impedì al generale Radetsky di invadere il Pie­monte dopo la vittoria ed indusse l’Austria a contentarsi di una semplice “indennità di guerra”, pur se di notevole importo per l’epoca: 75 milioni. Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che fu spinto a nominare Presidente dei ministri il massone Massimo d’Azeglio. 

A Genova alla notizia dell’armistizio di Vignale il popolo cercò di ribellarsi dall’opprimente dominazione piemontese e nei tumulti furono uccisi due ufficiali piemontesi. La rivolta venne, però, sanguinosamente soffocata il 4 aprile con un fero­ce e devastante bombardamento della città da parte del cinico La Marmora, che comandava un esercito di sedicimila soldati piemontesi inviati nella città per la repressione. Il bombarda­mento durò tre giorni e causò la morte di 500 genovesi. Segui­rono poi feroci repressioni e tra i numerosi condannati a morte vi fu anche il generale Ramorino, che fu fucilato, come capro espiatorio, il 22 maggio. Con queste atrocità iniziava il suo regno il «re … galantuomo»

 

Il Papa, nel frattempo, aveva lanciato un appello a tutte le nazioni cattoliche, tranne al Piemonte, per essere restaurato sul trono di Roma. Lo raccolse per prima la Francia di Luigi Bona­parte, che inviò il 25 aprile 1849 un corpo di spedizione a Ro­ma, comandato dal generale Oudinot, facendo credere che ci andava per fare da paciere tra il Papa e il governo rivoluziona­rio. In realtà Luigi Bonaparte mirava ad essere fatto re e voleva, per questo, assicurarsi il favore dei cattolici di Francia, oltre che eliminare l’influenza del repubblicano Mazzini, che con le sue idee contrastava gli accordi con i Savoia.

Intanto anche l’Austria e, successivamente, la Spagna, che stava approntando una spedizione navale, avevano raccolto l’appello del Papa. Na­poli, pur se ancora alle prese con la riconquista della Sicilia, in­viò il 28 aprile le poche truppe di cui poteva disporre, ma ab­bondava di cannoni, che dovevano servire per aiutare i France­si

Al rifiuto del Mazzini ad intavolare qualsiasi trattativa, i Francesi attaccarono Roma il 30 aprile con seimila uomini, ma a causa della mancanza di artiglieria che non consentiva loro di superare le grosse mura, si ritirarono in attesa dei cannoni. A questa battaglia partecipò, tra i rivoluzionari, anche il massone Carlo Pisacane, disertore dell’Armata Napolitana. Nei giorni successivi, invece, tra il 7 e 9 maggio, le truppe napolitane comandate dal generale Lanza e attestate a Palestrina, sgo­minarono facilmente un attacco di tremila uomini comandati dal massone Luciano Manara.  

Intanto in Sicilia, dopo una brillantissima campagna mi­litare, elogiata da tutta la stampa estera, il 14 maggio, fu li­berata Palermo ed il Filangieri, comandante della spedizio­ne, come da disposizione reale, promulgò l’amnistia per tut­ti, tranne per i capi della rivolta. Il 15 maggio tutta l’isola era pacificata, esattamente un anno dopo dal giorno della ri­volta a Napoli. Alle milizie straniere, polacchi, francesi e nizzardi, che avevano combattuto contro l’esercito napolita­no fu concesso magnanimamente di rimpatriare. 

Successivamente, il 17 maggio, si ebbero dei contrasti con Oudinot, che si era opposto alla presa di Roma mediante l’aiuto di Napoli e dell’Austria, in quanto aveva ricevuto dal Lesseps, deputato dell’Assemblea Nazionale francese, l’ordi­ne di non operare con le truppe del governo napolitano e di quello austriaco, considerati reazionari. Tali affermazioni, indussero lo sdegnato Ferdinando II a spostare le sue truppe nella campagna romana, nella zona di Velletri. Poiché Oudi­not aveva fatto da solo un armistizio con la Repubblica Ro­mana, tutto l’esercito repubblicano, composto da undicimila uomini e dodici cannoni, approfittando della tregua con i Francesi, assalì il 19 maggio l’esercito napolitano, formato da diecimila uomini e da quattro batterie di artiglieria. Ros­selli, che comandava i repubblicani, credeva di sconfiggere i Napolitani sorprendendoli durante la fase critica del movi­mento, ma venne violentemente respinto ed ebbe moltissime perdite.

 

Qui c’era anche il Garibaldi che tentò un assalto, ma fu sconfitto dal 2° battaglione cacciatori del maggiore Filip­po Colonna. Anche questa volta le bande settarie vennero messe in fuga e lo stesso Garibaldi, sbalzato da cavallo, si salvò a stento. 

Il 27 maggio sbarcò a Gaeta il contingente spagnolo for­te di circa novemila uomini. Cessate le operazioni in Sicilia, furono inviate altre brigate napolitane al comando del gene­rale Nunziante, che si unì il 7 giugno alle truppe spagnole. Mentre Napolitani e Spagnoli provvedevano a liberare i ter­ritori a sud di Roma, proteggendo l’ala destra delle truppe francesi, Oudinot riuscì finalmente a entrare in Roma il 3 lu­glio, ristabilendo il potere temporale del Papa. Anche questa volta Mazzini e Garibaldi riuscirono a scappare.

Mazzini si rifugiò a Londra, mentre Garibaldi, rifugiatosi a S. Marino, dopo aver tentato avventurosamente di raggiungere Venezia, s’imbarcò il 16 settembre a Genova per la Tunisia. La sera del 19 settembre 1849 a bordo della regia nave Tripoli, arri­vò nella rada di Tunisi. Tuttavia questa volta Ahmed Bey si rifiutò di farlo sbarcare e Garibaldi fu costretto a lasciare Tu­nisi il giorno dopo, imbarcandosi su un’altra nave diretta verso gli Stati Uniti d’America

 

Ritroviamo poi l’avventuriero il 15 ottobre del 1851, quando gli fu affidato da un certo armatore genovese Pietro Denegri il comando della nave Carmen, alla fonda nel porto della Concia (Perù) per il trasporto di schiavi cinesi (coolies) nelle isole Cinchas (Perù), dove esistevano giacimenti di guano (sterco di cormorani). Il Garibaldi successivamente, il 10 gennaio del 1852 si recò, con un carico di quello sterco, a Canton (Cina), da dove riempì la Carmen di schiavi cinesi che scaricò nelle isole Cinchas, dove quei poveri coolies venivano brutalmente utilizzati per la raccolta del guano.

In seguito viaggiò con vari carichi da Lima a Boston, poi da Baltimora a Londra e, infine, dopo essere rimasto alcuni giorni a New York, si recò nel febbraio del 1854 a Londra con la nave Commonwealth. Da Londra il negriero Garibaldi si recò a Newcastle e da qui proseguì per Genova dove giunse il 10 maggio del 1854. 

Fu così che Garibaldi, con il denaro ricevuto per il trasporto degli schiavi cinesi, si comprò mezza isola di Caprera. 

 

OBIETTIVO:  LE  DUE  SICILIE 

Il Piemonte, nel frattempo, aveva iniziato a concretizzare un piano politico per la conquista del resto dell’Italia, appro­fittando della Conferenza per la pace fissata in febbraio del 1856 a Parigi. Il 27 marzo il governo piemontese emise una Nota al governo di Francia ed Inghilterra lamentando truf­faldinamente la condizione «deplorevole» dello Stato Pontifi­cio e di quello delle Due Sicilie.

L’otto aprile, dieci giorni dopo la firma della pace al Congresso di Parigi, d’accordo con Napoleone III, il Cavour fece sollevare pubblicamente la «questione italiana», con una feroce accusa fatta fare dal conte Walewsky (figlio bastardo di Napoleone I) contro il Governo Napolitano e quello del Papa. A tali proclami fece eco, come convenuto, anche il governo di Londra con il Clarendon, che accusò inoltre anche l’Austria di opprimere gli Italiani del Lombardo-Veneto.

Al 20 di aprile, per accentuare le accuse, l’emissario francese e l’ambasciatore inglese Lord Clarendon chiesero al Governo Napolitano una larga amnistia per i dete­nuti politici ed una larga riforma giudiziaria. Alla ferma ri­sposta di Ferdinando, che giustamente ritenne la pretesa una illegittima ingerenza nella sovranità di Napoli, i due governi ritirarono i propri rappresentanti, Brenier e Temple, che la­sciarono in seguito Napoli a fine ottobre.

Il 4 maggio vi fu un incontro segreto a Parigi tra Cavour e Clarendon per definire l’accordo sulle modalità di invasione delle Due Sicilie. Gli ambasciatori inglesi, James Hudson a Torino e Henry Elliot a Napoli, furono informati dei progetti ed ebbero opportune disposizioni per attuarli. Il 24 maggio gli Austriaci si ritirarono dalla Toscana. 

In luglio il Cavour iniziò a riarmare occultamente l’eserci­to e il 13 agosto chiamò segretamente il Garibaldi a Torino, che allora era diventata una vera e propria capitale del terrori­smo con circa 30.000 fuorusciti sovversivi di tutti gli Stati. Tra di essi vi erano i massoni La Farina, Paleocapa, Scialoja, De Sanctis, Spaventa, Medici, Pallavicino, Amari, Fanti e Cialdini. 

In novembre il Mazzini, a proseguimento dell’azione di­plomatica francese ed inglese, diede il via a Palermo ed a Ce­falù ad alcune rivolte dimostrative, affidandone l’organizza­zione al massone barone Bentivegna. Le rivolte, che diedero luogo a saccheggi delle casse pubbliche ed all’assalto alle car­ceri, si esaurirono praticamente da sole, pur avendo l’appog­gio della goletta inglese Wanderer venuta da Malta.

L’8 dicembre il Mazzini organizzò un attentato al Re Fer­dinando II, facendone affidare l’incarico a un soldato di origi­ne albanese, arruolato nel 3° battaglione cacciatori, Agesilao Milano. Costui, mentre il Re passava in rivista a cavallo i reg­gimenti schierati sul campo di Marte a Capodichino, uscì dai ranghi e vibrò a Ferdinando un colpo di baionetta, che venne deviato però dalla fondina della pistola. Ferdinando, benché ferito, assistette impassibile fino alla fine della sfilata.

Il Mila­no, sottratto a stento dal linciaggio, dopo essere stato proces­sato, venne giustiziato il 13 dicembre. Il più accanito sosteni­tore della pena capitale fu il generale massone Alessandro Nunziante, aiutante di campo di Ferdinando II. Il motivo di tanto accanimento sembra sia stato quello di far chiudere per sempre la bocca del regicida, per paura che questi potesse fare delle compromettenti rivelazioni.

Ma il Mazzini non dava tregua al Governo Duosiciliano, organizzando altri attentati. Il 17 dicembre fece esplodere un deposito di polveri situato nell’arsenale a Napoli, ove vi furo­no diciassette morti. Il 4 gennaio del 1857 fece saltare in aria nel porto di Napoli la fregata a vapore Carlo III, carica di ar­mi e munizioni, causando la morte di trentotto persone.

Tutti questi episodi non avevano altro scopo che quello di provocare la reazione poliziesca da parte del Governo borbo­nico, in modo da avere non solo l’opportunità di screditarlo continuamente di fronte all’opinione pubblica mondiale, ma anche per far apparire alla gente napolitana e siciliana il loro Sovrano come un oppressore del popolo, aiutato in questo dal­la stampa massonica. 

Il truce Mazzini, in seguito, spinse il massone Carlo Pisa­cane, approfittando della sua ingenua ed esaltata personalità, a tentare uno sbarco in Calabria, dove gli aveva assicurato, con la sua sola presenza, si sarebbe scatenata la rivoluzione. Il 25 giugno il Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovver­sivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, diretto a Tunisi.

Impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchi­nisti inglesi, si diresse verso Ponza, dove liberò 323 detenuti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28 sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma furono assaliti proprio dalla stessa popolazione, che li costrinse alla fuga.

 

Il 1° luglio, a Padula vennero circondati e 25 di essi furono massacrati dai contadini. Gli altri vennero catturati e consegnati ai gendarmi. Il Pisacane ed il Falcone si suicidarono con le loro pistole, mentre quelli scampati all’ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858, ma, condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo. I due inglesi, per in­tervento del loro governo, furono dichiarati fuori causa per … infermità mentale.

Garibaldi, poi, fu convocato in Inghilterra per organizzare una più decisa azione contro le Due Sicilie. Gli inglesi, infatti, erano convinti dall’insuccesso di Pisacane, che senza una de­stabilizzazione interna, soprattutto da attuare con la complici­tà dei vertici civili e militari, mai ne sarebbe stato possibile la conquista da parte del Piemonte.

Dopo alcuni accordi prelimi­nari con la massoneria inglese, Garibaldi partì da Liverpool con il vapore Waterloo, sbarcando a Staten Island il 30 luglio. A New York fu ospitato in casa del massone Antonio Meucci (prima che questi inventasse il telefono), dove aprì una fabbri­ca di candele allo scopo di mascherare la sua presenza negli U.S.A., che aveva solo lo scopo di ottenere aiuti finanziari e militari dai nord americani.

 

Il 1° agosto a Torino venne fondata la setta carbonara «Società Nazionale», sotto la presidenza del massone Daniele Manin, che faceva capo al siciliano Giuseppe La Farina ed al lombardo marchese Giorgio Pallavicino, ma a reggerne le fila era il Cavour che agiva secondo le direttive inglesi.

Essa ave­va il fine di organizzare segretamente azioni terroristiche e di rivolta dovunque fossero necessarie al fine di annettere tutta l’Italia al Piemonte. Ad essa aderirono i più noti massoni, tra i quali in seguito anche Garibaldi che ne divenne il capo. I principali comitati sovversivi erano a Torino, Genova, Mila­no, Venezia, Roma, Firenze, Napoli e Palermo, che dipende­vano direttamente da Londra e da Parigi.

La prima attività, sovvenzionata dagli illimitati fondi massonici, fu quella di plasmare l’opinione pubblica attraverso la pubblicazione di menzogne con il fine di screditare i governi d’Austria, del Pa­pa, del Re delle Due Sicilie e degli altri piccoli Stati italiani.

I principali giornali massoni europei di quel periodo erano: Siè­cle, Presse, Messager, Times, Morning-Post, Unione, Inde­pendance Belge. Tali menzogne sono ancora oggi riportate in Italia in tutti i libri di storia e fatte studiare come vere.

 

Nell’anno 1857 in India, dopo che si erano combattute ben otto guerre per impedire il dominio della Compagnia Britan­nica delle Indie, l’intero popolo indiano si ribellò al ferreo do­minio inglese. La rivolta venne spietatamente soffocata nel sangue : milioni di persone furono barbaramente mutilate, as­sassinate, giustiziate, massacrate, migliaia di villaggi furono incendiati e rasi al suolo.

In Inghilterra chi decideva queste atrocità era Lord Palmerston, diventato primo ministro, mentre ministro degli esteri era John Russell e ministro per le Colonie era Bulwer Lytton (autore del famoso romanzo «Gli ultimi giorni di Pompei» e che aveva rilanciato il culto di Iside «come supporto ideologico della diffusione della dro­ga»). Il Palmerston in quel periodo aveva organizzato una serie di associazioni segrete e di banche che basavano la loro fortuna su operazioni finanziarie illegali, sul traffico del­l’oro, di diamanti e di stupefacenti.

 

Mentre l’Inghilterra «pacificava» l’India, continuando a vendere l’oppio ai cinesi, la Francia occupava Saigon in In­docina. L’India, che prima dell’occupazione inglese era ric­ca di industrie e di derrate agricole, con un attivissimo com­mercio, cadde in uno stato di profonda prostrazione econo­mica. La Compagnia inglese delle Indie Orientali, infatti, apportò un devastante capovolgimento nelle condizioni eco­nomiche di quel paese con la monopolizzazione del commer­cio, con il divieto delle industrie e con il fissare d’autorità il prezzo di vendita delle derrate agricole, tanto che la miseria dilagò in quelle campagne un tempo felici.

Il Mazzini, intanto, dopo aver diabolicamente plagiati i sovversivi, non sempre riusciva a controllarli. Esemplare fu il caso di Felice Orsini, anche lui carbonaro reduce dai moti di Roma del 1848. Costui, infatti, convinto nella sua esaltazio­ne che l’artefice della perdita della Repubblica Romana era stato Napoleone III, la sera del 14 gennaio 1858 lanciò, in­sieme ad altri tre complici, tre bombe sotto la carrozza di Napoleone III e dell’imperatrice Eugenia, che si recavano all’Opera. I sovrani rimasero incolumi. Gli scoppi provocaro­no però 8 morti e 150 feriti tra la gente.

Tra i complici di Orsini vi era anche un sovversivo siciliano, il massone Fran­cesco Crispi, anche lui in possesso di bombe per l’attentato, ma che non fu scoperto. Il Cavour, consultatosi rapidamente con Napoleone III, fece scrivere una lettera nobilissima che venne attribuita fraudolentemente all’Orsini. Nella lettera, appositamente diffusa in migliaia di copie quale testamento del condannato a morte, costui chiedeva all’imperatore di aiutare l’Italia a liberarsi dagli stranieri. I due compari, il Cavour e Napoleone III, il 13 marzo, si liberarono definitiva­mente dello scomodo Orsini, facendolo cinicamente ghigliot­tinare in maniera spettacolare.

 

Il 23 aprile l’Austria intimò al Piemonte il disarmo im­mediato dell’esercito piemontese, che era stato schierato pro­vocatoriamente lungo le frontiere. L’arrivo il 26 aprile (e quindi già predisposto) delle forze francesi in Piemonte co­strinse l’Austria a varcare il 29 aprile il Ticino con un suo esercito, comandato dal generale Gyulai, in modo da attacca­re i piemontesi prima che i due eserciti si congiungessero. Ferdinando II dichiarò neutrale il Regno.

Intanto i sovversivi si erano scatenati il 26 aprile in To­scana, ove scacciarono da Firenze Leopoldo II. Il Piemonte ne approfittò subito per inviarvi un commissario, il massone Bettino Ricasoli, per «ristabilire» l’ordine e per rapinare le casse pubbliche di 56 milioni, che furono inviati in Piemonte «per sostenere la causa italiana».

Il 20 maggio vi fu un primo scontro a Montebello tra Au­striaci ed i Franco-piemontesi. Dopo la sconfitta di Gyulay il 30 maggio a Palestro, il 4 giugno gli Austriaci vennero scon­fitti dai Francesi anche a Magenta e si ritirarono nel Veneto. Le truppe e il comando piemontese durante la battaglia si trova­vano a 12 chilometri di distanza dagli avvenimenti e non ebbe­ro nemmeno un ferito. L’8 giugno i Franco-piemontesi occupa­rono Milano. Il Garibaldi, intanto, rientrato dagli U.S.A, dove era riuscito a trovare gli aiuti richiesti, e fatto generale dal re Vittorio, era calato verso Bergamo con le sue bande di tremila volontari chiamati «cacciatori delle Alpi».

 

L’11 giugno, organizzate dal Piemonte, furono fatte scop­piare, ad opera dei settari massoni che aiutarono carabinieri piemontesi in borghese, delle rivolte a Fano, Senigallia, Faenza e Ferrara. Il 12 a Bologna, Ravenna, Imola e Perugia. La pronta reazione delle guardie e del popolo mise però in fuga verso la Toscana i sovversivi. Il 16 giugno a Napoli il Filangieri, insen­satamente concesse una larga amnistia, facendo rientrare nel Regno circa 200 dei più accaniti cospiratori, che non persero tempo a tessere le loro trame di destabilizzazione.

 

Intanto la guerra tra l’Austria ed i Franco-piemontesi conti­nuava fino all’episodio delle vittorie dei Francesi (non dei pie­montesi come falsamente sostiene l’agiografia savoiarda) il 24 giugno a S. Martino e Solferino. Inaspettatamente, però, senza badare al Cavour, Napoleone III firmò un armistizio con l’Au­stria l’11 luglio a Villafranca, probabilmente perché temeva una invasione dalla Prussia, ma anche perché la Francia non aveva alcun interesse alla creazione di un forte regno ai suoi confini. L’Austria così cedeva la Lombardia alla Francia, che la donò al Piemonte, mantenendo il possesso del Veneto. Alla Francia il Piemonte dovette rimborsare una parte delle spese di guerra per circa 50 milioni di franchi.

Nello stesso luglio i piemontesi inviarono due reggimenti di bersaglieri ed altri «volontari» al comando di d’Azeglio nelle Romagne, ove occuparono Bologna, Ravenna, Forlì e Ferrara, che non erano riuscite a prendere con le rivolte. Anche qui vi furono le solite rapine e fu dichiarato decaduto il potere del Pa­pa.

 

Il commissario piemontese Paoli si appropriò personalmen­te di 13 milioni di lire. Pio IX inviò numerose proteste alle po­tenze europee, chiedendo la nullità degli atti dell’Assemblea Nazionale costituita a Bologna e presieduta da Minghetti, ma rimase inascoltato. In Francia, tuttavia, la reazione dei cattolici fu abbastanza forte da indurre Napoleone III a proporre, ma so­lo per acquietare gli animi, a Vittorio Emanuele la creazione di una confederazione italiana presieduta dal Pontefice.

 

Il 7 luglio, intanto, era avvenuta in Napoli una rivolta di cir­ca 300 soldati svizzeri appartenenti al 3° e 4° reggimento. La rivolta fu rapidamente sedata dagli stessi svizzeri rimasti fedeli. Addosso ai morti ed ai prigionieri furono trovate moltissime monete d’oro. Dalle indagini risultò che erano stati sobillati da emissari piemontesi allo scopo di far mancare la fiducia del Re su questi reggimenti. Contemporaneamente il Cavour aveva fat­to pressioni sul governo svizzero per il ritiro da Napoli di quel­le truppe. Il Filangieri approfittò dell’incidente (causato apposi­tamente) e fece sciogliere quel corpo militare che sicuramente era la maggior forza operativa dell’Armata Napolitana.

 

In agosto carabinieri piemontesi travestiti sollevarono altre sommosse a Modena e a Parma, costringendo alla fuga France­sco IV e Maria Luisa Borbone. Nelle due città si ripeterono le stesse atrocità e ladrocini commessi in Toscana. Anche qui prontamente «l’accorto» Cavour inviò dei rapaci commissari.

 

A Modena arrivò il Farini, che non solo si appropriò della cassa e degli oggetti preziosi, ma finanche dei vestiti del duca. A Par­ma furono compiuti anche feroci delitti. Nelle due città in pochi giorni furono dilapidati circa 10 milioni di lire. Tutto quanto era di metallo prezioso fu fuso e trasformato in lingotti. La spia piemontese Antonio Curletti, che era stato incaricato dell’operazione, non seppe quale fine fecero quei lingotti, ma i savoiardi accusarono i sovrani scacciati di essere scappati via con l’argenteria e i tesori di Stato.

 

In settembre fu costituita una lega, con a capo Farini, Ga­ribaldi e Fanti, per organizzare un plebiscito truccato in To­scana, Modena, Parma e nelle Romagne per l’annessione al Piemonte. Il Papa protestò, ma le truppe francesi, che erano nello Stato Pontificio per «proteggerlo», non si mossero.

 

A Palermo, il 27 novembre, fu accoltellato il responsabile della polizia per la Sicilia, Salvatore Maniscalco, uomo te­mutissimo e rispettato da tutti. L’attentatore, un tale mafioso Vito Farina, trovato con seicento ducati d’oro, aveva tentato di eliminare il principale ostacolo ai preparativi per l’inva­sione garibaldina. Gli inglesi avevano trovato, dunque, i loro alleati in terra siciliana.

 

Il 5 gennaio 1860 Garibaldi, con il consenso del governo piemontese, diede incarico ai massoni Giuseppe Finzi ed  Enrico Besana di organizzare una raccolta di Fondi per un milione di fucili. Fu raccolta la somma di oltre due milioni di lire soprattutto presso la borghesia piemontese, che punta­va ad impossessarsi del mercato e delle ricchezze delle terre napolitane. Il materiale bellico acquistato fu sistemato nella caserma S. Teresa di Milano.

 

Il 24 gennaio Garibaldi, mentre stava per sposarsi con la contessina Giuseppina Raimondi, fu informato poco prima della cerimonia dal conte Giulio Porro Lambertenghi che la contessina era rimasta incinta dal garibaldino Luigi Càroli. L’eroe, che aveva deciso di sposarsi per «riparare» una «sua» presunta paternità, avuta conferma dalla stessa sposina che era stato cornificato, se ne scappò immediatamente a Geno­va. A quell’epoca il cornuto Garibaldi, di bassa statura e con le gambe arcuate, era pieno di reumatismi e per salire a ca­vallo aveva bisogno dell’aiuto di due persone che lo sollevas­sero

Il giorno 11 marzo si ebbero le farse dei plebisciti trucca­ti in Emilia ed in Toscana, che vennero ufficialmente annes­se al Piemonte. Le Romagne erano state già annesse con l’occupazione militare, nonostante la protesta del Papa, al quale venne proposto da Napoleone III di prendere in cam­bio … gli Abruzzi, che erano territorio napolitano. Il Filan­gieri chiese le dimissioni proprio l’11 marzo e Francesco II lo sostituì con il principe di Cassaro, che aveva ottant’anni, il quale nominò ministro della Guerra il generale Winspeare, che ne aveva ottantadue.

 

Poi lo stesso Napoleone propose a Francesco II, che ri­spose negativamente, di sostituire le truppe francesi con truppe napolitane per la difesa del Papa, in modo da sguarni­re di soldati il territorio napolitano. Napoleone III, intanto, manteneva 50.000 uomini in Lombardia per costringere il Piemonte a cedere Nizza e Savoia, che furono poi annesse alla Francia il 24 marzo. Quel giorno, infatti, a seguito degli accordi segreti tra i due governi, furono indetti plebisciti a Nizza e in Savoia per l’approvazione da parte del popolo dell’annessione alla Francia.

 

Il giorno precedente le truppe francesi erano state fatte entrare nelle province per il «controllo» delle elezioni che, abilmente manipolate, risulta­rono favorevoli all’annessione. Nei bandi per le elezioni, per ancor più suggestionare il popolo, la parola «annessione» era stata sostituita dal Cavour con la parola riunione.

  

L’INVASIONE 

Nel frattempo il Garibaldi si incontrava a Genova con Gero­lamo Bixio, detto Nino, iscritto con tessera numero 105 alla loggia massonica «Trionfo Ligure», con l’avvocato massone Francesco Crispi, e con numerosi altri avventurieri, con i quali incominciarono a progettare l’invasione della Sicilia, secondo le direttive inglesi.

L’Inghilterra, infatti, aveva vari motivi per eliminare il governo borbonico: un primo motivo era l’eccessi­va fede cattolica di quel governo, così fedele al papa; poi, la continua persecuzione fatta contro le sette massoniche ed, infi­ne, forse, il più importante motivo, essa vedeva con preoccupata apprensione l’avvicinamento dei Borbone all’impero russo che stava tentando di avere uno sbocco nel Mediterraneo.

La situa­zione politica, inoltre, stava cambiando anche per la prossima apertura del canale di Suez e i porti duosiciliani avrebbero avu­to una posizione strategica, tenuto conto anche del fatto che gli inglesi avevano dei forti interessi in Sicilia, non ultimi quelli ri­guardanti l’estrazione dello zolfo. Marsala sembrava quasi una colonia inglese, tanto che la popolazione inglese era più nume­rosa di quella locale.

E fu in quei giorni che Garibaldi ricevette dai massoni in­glesi di Edimburgo del danaro in piastre turche, pari a una somma equivalente a circa 3 milioni di franchi (che riferito ad oggi avrebbero un valore di molti milioni di dollari). A quella somma avevano contribuito anche i massoni U.S.A e quelli del Canada. L’oro venne custodito dal massone Ippolito Nievo e sa­rebbe servito poi per «convertire» i generali borbonici alla causa carbonara.

Il 10 aprile a Messina, complice l’intendente traditore Arta­le, sbarcarono Rosolino Pilo, Giovanni Corrao e, poco dopo, il massone Francesco Crispi per «ammorbidire» le reazioni al prossimo sbarco di Garibaldi. I congiurati si recarono presso i capi della delinquenza locale di Carini, Cinisi, Terrasini, Mon­telepre, S. Cippirello, S. Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi, Corleone, Partinico, Alcamo, Castellammare del Golfo e Trapa­ni.

In questi paesi si accordarono con «i picciotti» perché accor­ressero spontaneamente a dare una mano alle camicie rosse do­po lo sbarco. Il 13 aprile vi furono altri moti insurrezionali nel­le campagne palermitane per preparare favorevolmente la popo­lazione all’arrivo di Garibaldi.

 

Il 6 maggio Garibaldi partì con 1.089 avventurieri da Quar­to sui vapori Piemonte e Lombardo, concessi dal procuratore della compagnia di Raffaele Rubattino, il massone G.B. Fau­ché, affiliato alla loggia «Trionfo Ligure» di Genova. Le due navi erano state acquistate con un regolare atto segreto stipulato a Torino la sera del 4 maggio alla presenza del notaio Gioachi­no Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Me­dici in rappresentanza di Garibaldi, acquirente.

Garanti del de­bito furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour per il successivo pagamento, come da accordi avvenuti il giorno prima a Modena con Rubattino, presenti anche l’avvo­cato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint Front, ap­partenenti ai servizi segreti piemontesi e che avevano avuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza Politica e del Ser­vizio Informazioni del presidente del Consiglio.  La spedizione era, dunque, organizzata consapevolmente e responsabilmente dal governo piemontese

I «mille» provenivano per la metà dal Lombardo-Veneto, poi, in ordine decrescente, vi erano toscani, parmensi, modene­si, tra costoro vi erano 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. Quasi tutti stavano scappando da qualcuno o da qualcosa, spinti soltanto dal desiderio di avven­tura.

Per quanto riguarda le presenze straniere, anche queste spesso depennate dalla storia ufficiale e dai testi scolastici, in­glese era il colonnello Giovanni Dunn, così come inglesi furo­no Peard, Forbes, Speeche (il cui nome Giuseppe Cesare Ab­ba, non potendo sottacere, trasformò nell’italiano Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt, Tuko­ry, Teloky, Magyarody. Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen. La legione ungherese divenne preziosa per l’occupa­zione della Sicilia e per tante battaglie. La “forza” dei “volontari” polacchi aveva due ufficiali superiori di spicco: Milbitz e Lauge. Fra i turchi spicca Kadir Bey. Fra i bavaresi ed i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone.

Il giorno 7 Garibaldi arrivò nel porto di Talamone, vicino Orbetello, dove venne rifornito dalle truppe piemontesi, co­mandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, fucili e cento­mila proiettili. Sbarcarono anche 230 uomini, comandati da Zambianchi, con il compito di promuovere una sommossa ne­gli Abruzzi, ma subito dopo Orvieto, a Grotte di Castro, furo­no messi in fuga dai decisi gendarmi papalini. L’8 maggio Garibaldi fu costretto a ordinare che tutti  rimanessero a bor­do, dopo gli episodi di saccheggi e violenze che i garibaldini avevano fatto in Talamone.

 

Successivamente, dopo aver im­barcato circa 2.000 «disertori» piemontesi, carbone e altre ar­mi a Orbetello, scortato dalle navi piemontesi, ripartì il 9 maggio e sbarcò a Marsala il giorno 11. 

 

Le due navi garibaldine furono avvistate con «ritardo» dal­le navi borboniche. Erano in servizio in quelle acque la piro­corvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope ed il vapore armato Capri. Avvistarono i garibaldi­ni la Stromboli e il Capri. Quest’ultima era comandata dal ca­pitano Marino Caracciolo che, volutamente, senza impedire lo sbarco, aspettò le evoluzioni delle cannoniere inglesi Argus (comandata dal capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (comandata dal capitano Marryat), che erano in quel porto per proteggere i garibaldini. Solo dopo due ore il Lombardo, ormai vuoto, venne affondato a cannonate, mentre il Piemon­te, arenato per permettere più velocemente lo sbarco, venne catturato e rimorchiato inutilmente a Napoli.

 * * *

 La nostra narrazione termina qui, perché il resto della storia è noto e la figura di Garibaldi, a questo punto, è abbastanza evidente. Senza entrare nei dettagli, è necessario ricordare le false vittorie di Garibaldi in Sicilia (dovute più ai tradi­menti dei comandanti militari borbonici che all’eroi­smo garibaldino), le violenze, le rapine e gli assassini commessi dai garibaldini, soprattutto emblematici quelli di Bronte, di cui il Garibaldi fu il principale responsabile. Da ricordare anche lo sbarco avvenuto in Sicilia, subito dopo quello dei «mille», di circa 22.000 soldati piemontesi fatti «disertare» e che l’unica vera battaglia fatta dai garibaldini fu quella sul Volturno, dove solo l’insipienza del comandante borbonico impedì che tutta quella teppaglia fosse spazzata via.

 Del resto lo stesso savoiardo Vittorio Emanuele, subito dopo il presunto incontro di Teano, indica chiaramente qual era il personaggio, quando scrisse (in francese) al Cavour : «… come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attri­buirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».

E in ogni angolo delle Due Sicilie gli hanno fatto monumenti, dedicate piazze e strade …   

Antonio Pagano – Direttore della rivista Due Sicilie

 

Fonte: Eleaml

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