«L’agenda c’è già. È la dottrina sociale»


«L’agenda c’è già ed è per tutti: la dottrina sociale della Chiesa. Servono, invece, nuovi agenti e un nuovo sussulto di responsabilità che veda i cattolici protagonisti». Il presidente del Rinnovamento nello Spirito Salvatore Martinez guarda alla prossima campagna elettorale come a «una sfida che il 26 febbraio, all’indomani del voto, inizia, non si conclude».

 

Da Todi era partito l’auspicio di una buona politica in grado di rispondere alle esigenze di un Paese colpito dalla crisi e lacerato nella sua rappresentazione politica. Prospettiva ancora lontana?
La buona politica nascerà da una nuova identità morale e spirituale, e l’ispirazione cristiana con le sue buone prassi è la soluzione più efficace alla crisi in atto. Con il cardinale Bagnasco, anche noi riteniamo che non sia più tempo di facili e di illusorie promesse, né di proclami di autosufficienza partitica: il Paese reale è molto più piagato e sfiduciato di quanto si racconti.

C’è stata delusione, da parte di taluni, si sperava ci fosse più tempo per approfondire un giudizio e per darsi strumenti nuovi.
La riflessione richiede supplemento di merito e metodo. D’altro canto, come ci ricorda il Papa, la Chiesa non è, né potrebbe mai trasformarsi in un soggetto politico, «perderebbe la sua indipendenza e autorità morale». Essa non è chiamata alla formazione di partiti, ma a formare uomini nuovi, capaci di fare nuova anche la politica. Cattolici adulti, nel senso che il Papa ci trasmise, nel maggio scorso, incontrandoci in Piazza San Pietro.

Come giudica la scelta di quei cattolici che hanno deciso di mettersi candidarsi?
Con grande simpatia. I cristiani impegnati in politica, però, debbono sapersi distinguere per la loro coerenza rispetto ai valori enunciati. A loro guardano soprattutto i tanti giovani sfiduciati che si sentono sempre più estranei alle cose della politica. Ma nessuno da solo potrà farcela. Né c’è un partito in grado di rappresentare da solo la ricchezza dell’Agenda sociale. Urge un nuovo umanesimo politico, fondato su una sincera e duratura alleanza intorno all’uomo.

Un processo che è solo all’inizio?
Ci sono ricchezze morali inespresse, carismi e talenti dei corpi intermedi posti fuori gioco da interessi di parte. Non ci sarà vero rinnovamento – e tutti lo invocano – senza rigore morale e coerenza tra ideali e prassi, specie tra coloro che si appellano alla comune identità cristiana. Per dare vita a un nuovo stato sociale e ad una nuova moralità pubblica occorre rifondare il concetto di giustizia sociale come esigenza di carità. Avranno i nostri politici il coraggio di lasciarsi guidare dagli ultimi, esorcizzando la resistenza ad una condotta fraterna?

Il rischio di fare da fiore all’occhiello, senza cambiare le cose resta?
Purtroppo sì, non ci sono ancora otri nuovi capaci di contenere tanto vino nuovo che la vigna ancora produce. Siamo il Paese delle ricchezze negate e su di noi incombe il dettato evangelico: partire dall’altro significa non prescindere da nessuno. Vale anche per la politica, per chi vuole sedere in Parlamento o trattare nei mercati finanziari da credente. O si crede che ciò è possibile, o si cede all’insignificanza politica. Solo questa testimonianza può riformare lo spirito dell’errore e dell’inganno che hanno ammorbato la coscienza sociale del Paese.

A volte, i cattolici in politica si sono sentiti poco accompagnati dai laici impegnati nel sociale.
È vero. “Comunità ecclesiale” e “comunità politica” sono realtà distinte e devono conservare la loro virtuosa distanza, ma debbono provare a dialogare in modo nuovo, a partire dai corpi intermedi che ne sono espressione. Un dialogo fecondo, che riponga al centro la questione dello sviluppo del Paese. Non possiamo più permetterci che, in politica, la laicità cristiana sia relegata nella sfera privata. Come dice Sant’Agostino, ridurre il cristianesimo nella sfera privata, significa alla fine esserne privati. E la Nazione sarebbe orfana di solidarietà e di sussidiarietà.

La politica, intanto, sembra avvitarsi solo sui temi economici.
Ma la Chiesa ricorda che se rinunciamo a porre una questione antropologica a partire dai valori non negoziabili anche l’economia perde la sua natura e i suoi fini. C’è un idolo muto a cui molti finiscono con il soggiacere, che è la moneta, diventata il simbolo di un’antropologia mercantile che non è espressione della nostra cultura. Non possiamo dare a Cesare quel che è di Dio, cioè l’uomo e la sua intangibile e impagabile dignità. La moneta e l’economia debbono tornare ad essere al servizio dell’uomo e non più asservirlo.

E il risultato, lo vediamo, è una politica che guarda ai grandi “santuari” della finanzia e si dimentica della famiglia.
Una ripresa morale e politica è possibile solo se capace di ripartire da un progetto sociale e culturale a misura di famiglia. Se la politica terrà per mano la famiglia, la famiglia rialzerà lo Stato.

La “nuova generazione di cattolici” dovrà fare i conti con la laicità che la politica, e i partiti chiedono loro. Come se ne esce?
Il Vangelo è la migliore scuola di laicità possibile, che ci insegna come stare dalla parte della gente, come spendersi per amici e nemici. Nel loro bene è il nostro futuro di pace. Altrimenti sarà egoismo generazionale come inesorabile scuola di crudeltà. Il beato Giovanni Paolo II lo ha insegnato: «Non c’è vera soluzione alla questione sociale senza il Vangelo». Quanto ai criteri per un impegno da cristiani, ce li ricorda Benedetto XVI: “coerenza con la fede, rigore morale, capacità di giudizio, competenza e passione di servizio”. Principi che devono cominciare a valere anche fuori dal mondo cattolico.

Angelo Picariello

 

Fonte: Avvenire