Lampedusa aspetta il Papa. Calice e pastorale di Francesco realizzati col legno delle barche dei migranti

C’è attesa a Lampedusa per la prima visita di un Papa, lunedì prossimo. Francesco abbraccerà il dramma sostenuto dai migranti e incoraggerà tutto il mondo alla carità. Sull’isola si stanno mettendo a punto gli ultimi dettagli ed ultimando il palco presso lo stadio dove si terrà la Santa Messa. Sarà un rito sobrio, informa la Sala Stampa vaticana, il Papa userà un calice in legno e un pastorale, messo a disposizione della Parrocchia di San Gerlando, realizzati con i pezzi di legno ricavati dalle barche dei migranti approdati sull’isola.

Tanta l’emozione dei migranti, nei loro occhi il dramma del loro viaggio. Massimiliano Menichetti ha intervistato  Awas, partito dalla Somalia e approdato proprio a Lampedusa nel 2008:

R. – Sono partito dalla Somalia e sono arrivato a Lampedusa. E’ stato un viaggio lungo, in cui ho rischiato la vita, ma alla fine ce l’ho fatta.

D. – Mi puoi descrivere, come si è svolto il viaggio?

R. – Non conoscevo la strada, quindi ho pagato i trafficanti, quelli che dovrebbero aiutarti e dirti come arrivare, ma che spesso, però, non ti danno le giuste informazioni. Mi hanno portato in Libia dal Sudan. Tra il Sudan e la Libia, però, c’è un deserto e lì ho rischiato la vita.

D. – Quanto sei rimasto in quella fascia di deserto?

R. – 24 giorni. Ci hanno dato da bere ed anche da mangiare per quattro giorni, dicendoci che saremmo arrivati in Libia in quattro giorni. Ma non è stato così: è finito tutto dopo 24 giorni.

D. – Tutti sono sopravvissuti?

R. – No, no… Eravamo undici ragazzi somali e nove sono morti. Siamo rimasti in due! Eravamo 150 persone di Paesi diversi. La maggior parte di loro è morta.

D. – Poi siete partiti dalle coste della Libia verso Lampedusa?

R. – La barca era a Tripoli. Si trattava di una barca di circa 4 metri per 45 persone: bambini, donne, anziani…

D. – Il viaggio è stato difficile anche nella barca o è stato più semplice?

R. – Grazie a Dio è stato facile, ma non sapevamo che lo fosse. I trafficanti che abbiamo pagato ci hanno detto di guidare noi la barca.

D. – Senza sapere come si faceva?

R. – Senza sapere come arrivare a Lampedusa e dove fosse Lampedusa. Essendo sera, ci hanno detto: “Dovete guardare quella stella”. Abbiamo chiesto quanto sarebbe durato il nostro viaggio e ci hanno risposto: “Venti, ventidue ore”. “Ma in ventidue ore non è sempre sera, c’è il giorno, e la stella non rimane lì per noi!” E loro: “Dovete andare sempre dritti per Lampedusa”. E noi ci siamo chiesti: “Siamo pronti a morire o a sopravvivere?”

D. – Perché l’Italia?

R. – Perché credevamo che l’Italia
rispettasse i diritti umani, i diritti di asilo, anche di asilo politico.

D. – E’ stato così?

R. – Sì, ci ha dato i documenti, ma non abbiamo mai avuto tutto il resto.

D. – Come ti trovavi a Lampedusa?

R. – Nei dieci giorni passati a Lampedusa ero molto, molto contento. I carabinieri, i militari, la polizia, le persone che sono lì ti trattano bene: ti tanno medicine, ti controllano, ti danno da mangiare, un letto, tutto.

Era tutto bellissimo. Io ero contento e ringraziavo Dio, perché quello era ciò che mi aspettavo, per quello avevo rischiato la vita e volevo vivere così. Mi dicevo: “La vita è migliore così: con una persona che pensa a te, che ti vuole aiutare, che ti dà la mano, ti stringe”.

Ma una volta che sono uscito da Lampedusa è finito tutto: le persone che mi volevano bene sono rimaste nell’isola.

D. – E poi che cosa è successo?

R. – Arrivato a Lampedusa ci sono rimasto per dieci giorni, ho chiesto asilo e mi hanno portato a Roma. Ricordo che era l’agosto del 2008. Sono andato in un centro di accoglienza e, appena ho ottenuto i documenti, mi hanno detto: “Roma è grande! L’Italia è grande!”. E quella è stata davvero – non so come dire – una delusione.

D. – Il Papa va a Lampedusa e deporrà una corona di fiori in mare. Cosa pensi di questo gesto?

R.
– Penso che sia importante ricordare le persone che sono morte in mare. Ha pensato bene di ricordare agli italiani che ci sono persone che vogliono venire in Italia e muoiono durante il viaggio. E’ una cosa importante e sono contento che l’abbia pensato.

D. – Se tu potessi, cosa gli chiederesti?

R. – Al Papa… chiedo di aiutare i poveri. Io sono un povero, ma non sono solo. Non lo chiedo per me, non dimentichi i poveri. Ho sentito che lui aiuta sempre i poveri. Non ho una richiesta specifica, speciale.

D. – Cosa pensi di fare nella tua vita?

R. – Sto pensando di migliorare la mia vita, grazie alle mie amiche suore, che mi aiutano sempre. Anche se lo Stato italiano mi ha dimenticato – tutti noi rifugiati siamo per strada – cerco di cambiare: studio e per fortuna ho trovato anche un lavoro part-time. Sto pensando, insomma, di riavere quello che ho perso.

D. – Perché sei venuto via dalla Somalia?

R. – Perché il gruppo al Shabab, che fa parte di Al Qaeda, voleva uccidermi.

D. – Perché?

R. – Perché avevo un negozio dove vendevo dvd e cd e per loro era vietato. Mi hanno detto, quindi, di chiudere il negozio. Io però ho detto: “Non posso chiuderlo, perché questo è il mio lavoro”. E allora loro hanno risposto: “Ti uccidiamo, perché vai contro le nostre regole e non puoi stare qui con noi”. Sono scappato.

D. – Hai lasciato quindi tutta la tua famiglia, tutti i tuoi amici, tutti…

R. – Ho perso tutto: amici, amore, famiglia, tutto.

D. – Potevi chiudere e fare un’altra cosa, eppure hai scelto un percorso molto pericoloso, cioè quello di partire per l’Italia…

R. – Se fossi rimasto in Somalia, non avrei potuto chiudere il negozio, perché era l’unico lavoro. Ma soprattutto non sapevo che il viaggio per arrivare in Italia sarebbe stato così difficile e rischioso. Se l’avessi saputo, sarei rimasto in Africa, in un altro Paese. Non sapevo che la vita in Italia sarebbe stata così difficile.

D. – Molti dicono: “Andiamo in Italia, andiamo in Europa, in Germania, in Francia”, pensando che sia facile. C’è un po’ questo pensiero?

R. – Nel nostro Paese, in Africa, pensiamo che in Europa ci siano tante cose. La parola “Europa” per noi è qualcosa di grande. “Se andiamo in Europa troviamo tutto: troviamo lavoro e così via” Invece no: è un sogno.

D. – Ma non c’è nessuno di voi che vi avverte?

R. – Sì, ma non ci crediamo. Per esempio, io se oggi chiamo mio fratello e gli dico: “Fratello, si rischia la vita, è meglio che tu vada in un altro Paese!”. Lui risponde: “Ma anche tu ci vivi!Che ci fai lì? Se lì non c’è niente, perché stai lì? Vieni tu qui!”

D. – Perché non torni allora?

R. – Se torno, rischio di nuovo la vita. Qui non c’è sistema, ma non rischio la vita.

D. – Che cosa diresti alle persone del tuo Paese, sapendo che vorrebbero venire in Italia?

R. – Direi che quello del venire in Italia è un sogno. “Levatevelo dalla testa, perché in Italia, e non solo in Italia, in Europa, non c’è niente”. Direi loro di cercare un’altra vita in un altro Paese, dove poter vivere, finché nel nostro Paese non ci sia la pace. Quando nel nostro Paese ci sarà la pace, tutti noi torneremo. La Somalia, infatti, è nel nostro cuore.
 
Testo proveniente dal sito di Radio Vaticana