Messaggio del 25 dicembre 2014

Cari figli! Anche oggi vi porto tra le braccia mio Figlio Gesù e cerco da Lui la pace per voi e la pace tra di voi. Pregate e adorate mio Figlio perché nei vostri cuori entri la sua pace e la sua gioia. Prego per voi perché siate sempre più aperti alla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.  

Le angosce del tempo presente e il soccorso di Dio

Il momento storico che stiamo vivendo provoca in molti di noi sentimenti di preoccupazione e persino di sconforto, perché talora sembra non esservi alcuna via d’uscita. Inoltre in tante famiglie regnano discordie e divisioni tali da creare situazioni umanamente insanabili. In tutti questi casi non possiamo che rivolgerci con assoluta fiducia al Signore, che in molti passi del Vangelo ha promesso il suo intervento a chiunque si rivolga  a Lui con fede e in stato di grazia.

Forse quello che ci trattiene dal fidarci è il dubbio che Dio voglia o possa intervenire per risolvere i nostri problemi, anche se conosciamo l’invito di Gesù presente in tutti e tre i Vangeli sinottici:  chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.

Oppure non crediamo fino in fondo a quello che proclamiamo nel Simbolo apostolico, Io credo in Dio Padre Onnipotente, perché non ci siamo soffermati sul significato delle parole che pronunciamo. Il Catechismo (270) riguardo a ciò spiega: “Egli mostra la sua onnipotenza paterna nel modo in cui si prende cura dei nostri bisogni (Mt 6,32) attraverso l’adozione filiale che ci dona (‘sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente’, 2Cor 6,18); infine attraverso la sua infinita misericordia, dal momento che egli manifesta al massimo grado la sua potenza perdonando liberamente i peccati.”

Seppure siamo peccatori, tuttavia il Signore ci rassicura: “Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Mt 7,11)

Il riconoscerci peccatori però non ci esime dal confessare i nostri peccati e dal chiederne perdono a Dio. A Santa Faustina Kowalska, la mistica vissuta agli inizi del ‘900, che ha diffuso il culto della Divina Misericordia e che ci ha insegnato a rivolgerci a Lui nelle nostre difficoltà con l’invocazione Gesù confido in Te, il Salvatore ha detto: “Sono tre volte Santo e il più piccolo peccato mi fa orrore”. Difatti in S. Paolo leggiamo: “Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore.” (2Tm 2,19)

Ha scritto S. Alfonso Maria de’ Liguori: “Se vogliamo dunque salvarci e farci santi, dobbiamo sempre stare alle porte della divina misericordia a pregare e chiedere per elemosina tutto quel che ci bisogna. Ci bisogna l’umiltà, domandiamola e saremo umili; ci bisogna la pazienza nelle tribolazioni, domandiamola e saremo pazienti; desideriamo l’amore divino, domandiamolo e l’otterremo.”

A Don Dolindo Ruotolo (*), il mistico vissuto nel secolo scorso, di cui P. Pio affermò che nessuno dei suoi scritti andava rigettato perché erano stati tutti ispirati dal Signore, Gesù stesso sintetizzò in un’unica frase la preghiera da rivolgergli quando le capacità umane si rivelano impotenti di fronte a delle difficoltà insolubili ed è l’invocazione Gesù pensaci tu.

Quanto alla pace del cuore S. Teresa d’Avila (1515-1582), la riformatrice del Carmelo, incitava le sue monache a non agitarsi in nessuna occasione avversa, rassicurandole con il monito nulla ti turbi, nulla ti spaventi, quando hai Dio nulla ti manca. Ci rincuora don Dolindo: “Non devi turbarti nella vita, perché le pene senza rimedio non esistono e le angustie senza conforto sono solo di quelli che non amano Dio. Il Signore è una fonte immensa di grazie, ma è una fonte alla quale bisogna andare.”

Però Gesù, sicuramente conoscendo a quali terribili prove sarebbe stata sottoposta la nostra generazione, attraverso il suo servo Dolindo ci ha rassicurato ancor di più ispirandogli l’Atto di abbandono (qui), col quale dobbiamo chiedergli aiuto nelle prove più dure.

Leggiamone alcuni passi: “Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, ricco e completo abbandono in me, produce l’effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose. Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi, è invece cambiare l’agitazione in preghiera.”

E’ quanto già scritto nei Vangeli di Matteo e Luca: “Non affannatevi dunque dicendo: ‘Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?’ Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.”

Gesù prosegue: “Voi nel dolore pregate perché io operi, ma in realtà voi pregate perché io operi come voi credete, non vi rivolgete a me, ma volete che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma gliela suggeriscono.

Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater: ”sia santificato il Tuo nome”, cioè sia glorificato in questa mia necessità, ‘venga il Tuo regno’, cioè tutto quello che mi sta succedendo concorra al tuo regno in noi e nel mondo; ‘sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra’, cioè disponi tu in questa necessità come meglio ti pare per la vita nostra eterna e temporale. Se mi dite davvero ‘sia fatta la Tua volontà’, che è lo stesso che dire ‘pensaci tu’, io intervengo con tutta la mia onnipotenza e risolvo le situazioni più chiuse.”

Gesù ci ricorda la preghiera del Padre nostro invitandoci a rendere attuale l’invocazione sia fatta la Tua volontà, perché sa che di fatto noi non accettiamo che Egli non assecondi le nostre richieste e decida diversamente. Perciò nell’Atto di abbandono ci tranquillizza: “… e quando devo portarvi in una via diversa da quella che vedete voi, io vi addestro, vi porto nella mie braccia, vi faccio trovare come bimbi addormentati nelle braccia materne dall’altra riva.”

Ma anche se le cose ci sembrano peggiorare dobbiamo continuare ad avere fiducia in Lui: “ Tu vedi che il malanno incalza invece di decadere? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia ‘sia fatta la Tua volontà, pensaci tu!’. Ti dico che io ci penso e che intervengo come medico e compio anche un miracolo quando occorre. Vedi che la situazione peggiora? Non ti sconvolgere chiudi gli occhi e dì ‘pensaci tu!’. Ti dico che io ci penso e che non c’è medicina più potente di un mio intervento d’amore.”

Non è certamente casuale che nella prima metà del secolo scorso la Divina Provvidenza ci ha donato un numero di mistici mai visto in tal numero in un così breve lasso di tempo e tra gli altri la Serva di Dio Luisa Piccarreta che, ispirata da Gesù e sotto la supervisione di Sant’Annibale di Francia, ha scritto quella che possiamo chiamare la dottrina del vivere nel divin volere, cioè il vivere ogni istante stando nella Volontà Divina di Gesù come un’unica volontà, qual è quella di Dio. (cfr. qui)

Il riferimento che sorge immediatamente è all’umiltà di Maria quando rispose all’Angelo fiat  mihi secundum verbum tuum  e che al saluto di Elisabetta proruppe nel canto del Magnificat. Ci spiega infatti S. Giacomo: “Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia.” (Gc 4,6) E l’umiltà è il segreto per abbandonarsi a Dio e affidarsi alla sua volontà.

Come si possa attuare questo completo abbandono lo spiega don Dolindo Ruotolo: “Vivere abbandonati con fiducia alla volontà di Dio non vuol dire essere fatalisti e privi di qualunque iniziativa, ma significa porre noi stessi a sua disposizione; significa farsi utilizzare da Lui; significa agire «alla divina». Che cos’è l’uomo senza Dio se non una nullità? E se l’uomo rinuncia alla sua nullità e si riempie di Dio credi che sia meno attivo? Ma allora è il Signore che lo muove,  e l’azione di Dio è quella stessa volontà che con un cenno ha creato il cielo e la terra! Rinunziare alla propria volontà e al proprio giudizio non significa essere un ebete, perché si rinunzia al nulla per avere il tutto. Non si diventa incoscienti quando si fa la volontà di Dio, ma si diventa prudenti, si cerca il consiglio divino, si rimette ogni iniziativa nostra, che spesso è fanfaronismo fantastico, alla sua sapienza.

Il fatalista esclude la volontà e la soffoca nell’ignoto, il cristiano la cede per metterla a disposizione  di una volontà infinita dalla quale vuole farsi guidare. E siccome Dio lo ha posto nel mondo, il cristiano fa tutto quello che deve fare offrendosi a Dio, perché egli lo utilizzi e ne disponga. Quanto poco concetto abbiamo noi di Dio, e come ancora lo crediamo distante ed estraneo a noi!”

Esattamente come leggiamo nelle Sacre Scritture, infatti nella sua prima lettera S. Pietro ci insegna: “Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!” (1Pt 4,11)

E in Giovanni 15,5 leggiamo: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. – aggiungendo – Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato”. E per rimanere in Dio la mistica Suor Josefa Menendez (1890-1923), spiegava che occorre sin dal mattino offrirgli ogni azione, anche piccola, uniti a Lui e con amore per Lui, con l’intenzione di riparare le offese fatte al Signore e per salvare le anime.

“Una pena sopportata allegramente –  dice Gesù a Suor Josefa – rimargina la ferita che un peccatore mi ha fatto, ripara le offese, espia le colpe.”  Ma, le diceva anche che occorre altresì gioire insieme a Lui per le cose buone che ci capitano dandogli gloria, così la sua volontà si compirà in noi. (qui)

Madre Anna Maria Canopi (1931-2019), fondatrice dell’abbazia benedettina dell’isola di S. Giulio sul lago d’Orta (qui), insegnava che appena svegli, prima di iniziare le proprie attività, bisogna fermarsi un attimo a pregare, nel silenzio, per mettersi alla presenza di Dio e creare nel cuore “come una cella interiore, di modo che ogni azione della giornata avvenga alla presenza di Dio nel chiostro interiore” (qui)

Per raggiungere perciò la perfezione dell’abbandono alla volontà di Dio e ottenerne grazie, il primo mezzo è la preghiera. “La preghiera – diceva infatti don Dolindo – è l’unica arma degli uomini e l’unica debolezza di Dio”, che fa breccia nel cuore di Gesù.

Difatti S. Paolo ha scritto nella lettera agli Efesini: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi” (Ef 6,18) e parimenti nella prima ai Tessalonicesi: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.” (1Ts 5,16-18)

Non possiamo dimenticare poi che abbiamo tutti un Angelo custode, il quale contribuisce alla nostra difesa e alla nostra totale realizzazione; ci aiuta nelle “imprese quotidiane” come nella crescita spirituale, come Padre Pio ribadiva a una figlia spirituale. “Prendete la bella abitudine di pensar sempre a lui. Che vicino a noi sta uno spirito celeste, il quale dalla culla alla tomba non ci lascia mai un istante, ci guida, ci protegge come un amico, un fratello (…). Sappiate che questo buon angelo prega per voi: offre a Dio tutte le vostre buone opere che compite, i vostri desideri santi e puri.

Nelle ore in cui vi sembra di essere sola e abbandonata, non vi lagnate di non avere un’anima amica, a cui possiate aprirvi ed a lei confidare i vostri dolori: per carità, non dimenticate questo invisibile compagno, sempre presente ad ascoltarvi, sempre pronto a consolarvi.

Abbiate continuo timore di offendere la purezza del suo sguardo. Invocate spesso questo angelo custode, quest’angelo benefico, ripetete spesso la bella preghiera: “Angelo di Dio, che sei custode mio, a te affidata dalla bontà del Padre celeste, illuminami, custodiscimi, guidami ora e sempre”. (Lettera a Raffaellina Cerase del 20 Aprile del 1915)

Questi dunque sono i mezzi per mantenere la pace del cuore nelle tribolazioni, per santificarci attraverso di esse coll’offrirle per le anime che vogliamo salvare, vive o defunte, e per ottenere da Dio le grazie che ci occorrono.

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(*) Tutti i testi di Don Dolindo Ruotolo citati sono tratti dal libro di Grazia Ruotolo con Luciano Regolo Gesù, pensaci tu, ed. Ares.

 

Paola de Lillo

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