L’Expo dei record chiude in rosso. Ma il bello arriva adesso – di Matteo Borghi


Albero della vitaChi non l’ha ancora visitato si affretti, ché Expo è agli sgoccioli: restano solo tre giorni, oggi incluso, per visitarlo e due per entrare col biglietto serale da 5 euro (sabato i tornelli saranno aperti fino alle 17). E come sempre, quando qualcosa sta per finire, è tempo di bilanci. Sui padiglioni si è già detto molto, forse troppo. Belli e interessanti alcuni, molto meno altri: l’handicap più grave di molti Stati è stato quello di parlare poco di alimentazione e fare al contrario troppa propaganda di sé (fino alla vera e propria esaltazione/venerazione di sovrani e capi di governo, come nel caso della Tailandia e del Gabon, giusto per citare i casi più emblematici).

Una scelta tanto dissonante da rendere più interessanti i padiglioni all’apparenza più spogli, come quello degli Stati Uniti, che almeno sono rimasti fedeli al tema di Expo, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Più che del giudizio complessivo della manifestazione, in quest’ultima settimana è però forse opportuno parlare di dati. Piacciano o meno i padiglioni, infatti, a risaltare è stata la difficoltà ad entrarci: tanto che chi, come il sottoscritto, ha avuto la malsana idea di andarci lo scorso sabato ha dovuto sorbirsi code che, di media, s’aggiravano sulle due ore anche per i padiglioni mediocri. Per i più “belli” – Cina, Israele, Germania etc – l’attesa poteva arrivare a tre o quattro ore (caso a parte il Giappone, che dopo essere arrivato a 6-8 ore di coda ha deciso di chiudere gli accessi già in mattinata). Figurarsi che perfino per le banali, ma gettonatissime Belgian fries si doveva attendere almeno un’ora e mezza.

I numeri ufficiali degli accessi ci raccontano tutta la difficoltà a gestire un flusso sempre più grande: basti pensare che se a fine agosto si viaggiava sui 110-120mila ingressi (clicca qui), fra settembre (clicca qui) e ottobre (clicca qui) si è arrivati a superare stabilmente le 150mila persone. Dati che superano addirittura le già rosee previsioni dell’apertura della manifestazione (clicca qui) che stimavano, nel periodo compreso fra lunedì e venerdì scorsi, una media di 110 mila visitatori.

Un flusso tanto grande da risultare a tratti indigesto a una rete infrastrutturale ancora largamente inadeguata. La sera di sabato 24 la circolazione della metropolitana è rimasta sospesa per un guasto e i visitatori di Expo si sono accalcati sulla linea del passante ferroviario che collega Rho Fiera con Garibaldi: l’affollamento era tale che, a un certo punto, gli organizzatori hanno dovuto chiudere le uscite della manifestazione e gli accessi alla biglietteria per evitare ingorghi. Inoltre i lavori della metropolitana M5 sono finiti alla fine di Expo invece che all’inizio come previsto; quelli della M4 stanno appena iniziando, mentre all’inizio della manifestazione avremmo dovuto già poter usare tre stazioni da Linate a Forlanini. Come spesso accade, l’Italia si è trovata impreparata di fronte a un evento di dimensioni epocali.

Un po’ più difficile da capire è se, da un punto di vista prettamente economico, l’evento sia stato conveniente o meno. I dati ufficiali riportati dal sito Open Expo (clicca qui) dicono che i lavori per l’intera area sono costati poco meno di 620 milioni di euro, ma considerando anche le opere infrastrutturali connesse (che però rimangono utilizzabili anche oltre il termine della manifestazione) l’impegno complessivo da parte del governo e degli altri enti pubblici si aggira attorno ai 2,3 miliardi di euro.

Di questi soldi, quanto si è riusciti a recuperare coi biglietti? Expo ha comunicato che le cifre definitive degli incassi saranno oggetto di un comunicato stampa diramato al termine della manifestazione, ma in una conferenza stampa del 2 aprile scorso l’amministratore delegato Giuseppe Sala dichiarava che «per il pareggio di bilancio occorre vendere 24 milioni di biglietti» (clicca qui). Una cifra difficile da raggiungere visto che, ad oggi, siamo più o meno a 21 milioni di accessi cui va tolto circa un 10% di accrediti, pari a 2 milioni.

Diciannove milioni di biglietti per una media di 20 euro (si consideri che molti sono accessi serali a 5 euro e che molte università/associazioni hanno ricevuto biglietti scontati) fanno meno di 400 milioni, una cifra ben lontana dal costo dei lavori e, a maggior ragione, dagli investimenti pubblici complessivi.

Se si considerano anche gli investimenti internazionali (che sono però a carico dei singoli Stati) si arriva a una cifra monstre di 14 miliardi che, stando a uno studio dell’economista bocconiano Roberto Perotti, supera di gran lunga i benefici complessivi ottenuti (clicca qui).

La domanda vera che dobbiamo porci oggi, a tre giorni dalla chiusura, è però un’altra: cosa ne sarà di Expo dopo Expo? Per il momento il progetto più concreto è quello di trasformare l’area in un campus dell’università degli Studi di Milano, affiancata da un centro destinato ai servizi pubblici, un centro di ricerca agroalimentare e un polo tecnologico.

Un progetto decisamente costoso, per cui servirebbe circa un miliardo di euro. Per questo l’11 ottobre scorso il governo ha ufficializzato la volontà di entrare a far parte della società Arexpo, in modo da ricapitalizzarla e studiare il progetto insieme a Cassa Depositi e Prestiti, ma ad oggi non si è ancora intrapreso alcun passo formale in questa direzione. Un vero peccato perché sarebbe opportuno decidere in fretta.

Sì perché il contratto stipulato con i Paesi membri prevede che, al termine della manifestazione, essi si occupino di smantellare i padiglioni a proprie spese per lasciare l’area sgombra. Eppure lo statuto di Expo prevede che i padiglioni possano essere ceduti dietro uno specifico accordo, con vantaggio reciproco: il Paese che l’ha realizzato eviterebbe i costi per smantellarlo, mentre Arexpo risparmierebbe sulla costruzione delle strutture.

Peccato che per gli accordi ci voglia tempo e, allo stato attuale, sembra difficile che il governo riesca a chiuderli in tempo. Se ciò non avverrà il futuro di Expo rischierebbe di essere all’insegna dello spreco. Forse ancor più del passato.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana