«L’inaccettabile adulterio sdoganato dai vescovi». Una lettera-denuncia di Luisella Scrosati

amoris-laetitiaCaro Direttore (Riccardo Cascioli),

il 23 gennaio i Vescovi dell’Emilia Romagna hanno pubblicato le indicazioni per l’applicazione del cap. VIII di Amoris Laetitia, come è stato prontamente segnalato da La Nuova BQ. Il 23 gennaio è anche tradizionalmente il giorno della celebrazione liturgica dello Sposalizio di Maria Santissima e di san Giuseppe, il matrimonio più fedele, casto e soprannaturale che sia mai esistito e mai esisterà sulla faccia della Terra. Eppure, per un certo gusto di fare dispetti di quelli “del piano di sotto”, proprio quel giorno ha inaugurato ufficialmente, qui in Emilia Romagna, dove vivo, la benedizione dell’adulterio da parte dei nostri Vescovi.

Vorrei solamente dire due parole, che rompano un po’ l’incredibile silenzio che ha accompagnato la pubblicazione del documento. A parte un parroco “guerriero” della diocesi di Bologna, che ha apertamente definito inaccettabili le indicazioni della CEER, non ci sono state altre prese di posizione pubbliche, ma solamente un grande mormorio di dissenso sotterraneo. Il motivo è ovvio: qualcuno la chiama prudenza, io la chiamo paura; comprensibile, ma pur sempre paura. E la paura è sempre cattiva consigliera.

Fatto sta che a qualsiasi persona che ha un incarico ecclesiale, i nostri bravi Vescovi e i loro immancabili vicari sventoleranno davanti al naso la professione di fede proclamata al momento dell’accettazione dell’incarico, che consiste nel credere firma fede in tutti gli articoli del Credo, in tutto ciò che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelato, sia nel suo Magistero solenne che ordinario.

Ma consiste anche nel ritenere tutto ciò che è proposto in modo definitivo circa doctrinam de fide vel moribus ed anche nell’aderire «con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio dei Vescovi propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo».

E sarà sulla base di quest’ultimo punto che si estorceranno silenzi, sottomissioni, rinunce a qualsiasi tipo di opposizione.

Non riesco a trattenermi dal domandare: ma per chi ci hanno preso? Voglio dire: fino a qualche mese fa, eravamo vincolati dal comandamento divino a ritenere firma fede che atti sessuali compiuti tra un uomo ed una donna non sposati fossero adulterio; adesso dovremmo “resettare” il nostro cervello e chiamarli “atti coniugali”, come espressamente scritto dai Vescovi dell’Emilia Romagna, giudicandoli positivi per la vita della nuova coppia ed il bene dei loro figli.

Fino a qualche mese fa, avevamo accolto con la mente e con il cuore, l’insegnamento della Chiesa «che ribadisce la prassi costante e universale, “fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati”, indicandone i motivi» e che «tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati).

Adesso invece sarebbe vincolante il fatto che tale prassi può essere modificata in base alle differenti situazioni. Ecco perché chiedo: ma per chi ci hanno preso? Per delle “canne sbattute dal vento” (cf. Mt. 11, 7)?

Per dei voltagabbana abituati a mettere a tacere la propria coscienza per opportunismo o per timore? Come si può pretendere un’adesione ad un tale pronunciamento, che rovescia apertamente il precedente?

Per un cattolico è semplicemente impossibile accettare le Indicazioni della CEER, anche se ci si viene a dire che è il papa a volerlo, anche se si viene minacciati di sanzioni. Impossibile. «Se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!» (Gal. 1, 8-9)

Aggiungo, caro direttore, un’altra considerazione, non meno dolorosa. Le Indicazioni pubblicate sono un’esortazione palese alla diserzione, e proprio da parte dei generali dell’esercito.

La vita è una battaglia e noi cristiani sappiamo di essere in guerra fino all’ultimo respiro contro la grande alleanza del mondo, del diavolo e della carne.

Anche se non ci crediamo, questi nemici esistono e ci fanno guerra e se non ci crediamo più, ci hanno già vinti.

Cosa fanno dei buoni comandanti quando la guerra diventa più dura, quando si è in trincea da anni, sapendo che l’esercito che abbiamo di fronte ha una sola intenzione, quella di annientarci?

Aumentano le esortazioni, mettono in campo tutte le abilità, incitano all’amore alla patria, alla famiglia, alla vita… Fanno di tutto, tranne che invitare alla diserzione.

Che cosa hanno fatto i Vescovi dell’Emilia Romagna? Esattamente il contrario. Fanno cessare la dura guerra attraverso una resa al nemico, illudendo ed illudendosi che questa sia la via della pace.

A due persone che vivono more uxorio, dicono: è difficile? La vostra unione è a rischio? La stabilità della vostra famiglia è in pericolo? Bene, smettete di combattere e datevi al peccato, perché in certi casi il peccato è la via del bene.

Gesù nel Vangelo ha detto: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv. 14, 21); ed anche: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt. 10, 37-39).

I nostri Vescovi sovvertono l’ordo amoris, e dicono che in alcuni casi si può amare di più il figlio o la famiglia, la moglie o la compagna, che portare la croce non è la via della salvezza e che bisogna cercare di salvare la propria vita quaggiù.

A me sembra che più sovvertimento di così del Vangelo non sia possibile. Allora, non solo non si deve accettare un documento del genere (ed altri affini, da qualsiasi parte essi vengano), ma bisogna anche fare di tutto per opporvisi, senza lasciarsi intimidire da minacce, lusingare da promesse, farsi intorpidire dall’accidia, grande male del nostro tempo.

Sa che cosa temo ora, direttore? Temo la mediocrità, che finge di non vedere che l’accettazione di una posizione come quella dei Vescovi dell’Emilia Romagna è il sovvertimento completo del cristianesimo; si dirà che in fondo si tratta di un dettaglio, dimenticando che è una pia illusione quella di essere fedeli nel molto, senza essere fedeli nel poco (cf. Lc. 16, 10).

Temo la falsa prudenza di chi dirà: in fondo un sacerdote, nel segreto del confessionale, è libero di non assolvere.

E così si dimentica che si tratta sempre di più della libertà del topo nella gabbia, che non ha nulla a che fare con la libertà di seguire pienamente Gesù Cristo; è una libertà fittizia, che fa il paio con quella che “gentilmente” ci concede lo stato laicista: nella vostra coscienza, adorate pure chi volete, ma in pubblico le regole le mettiamo noi.

Ma Gesù insegna che «chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt. 10, 32-33).

Temo, infine, questo clericalismo sempre più arrogante, che minaccia di sanzioni umane quanti trasgrediscono «le tradizioni degli uomini», ed invece elogiano come spiriti liberi e menti eccelse, dandogli ormai riconoscimenti, incarichi, cattedre e persino l’episcopato, quanti «eludono il comandamento di Dio» (Mc. 7, 8-9).

Penso che soprattutto i sacerdoti debbano ritrovare il coraggio per dire: noi non accettiamo questo documento, che uccide le anime, inquinando le loro coscienze in una pacificazione mortifera con il peccato; noi non possiamo accettare delle indicazioni che rompono con il Magistero della Chiesa, nonostante facciano mostra di esserne custodi.

La continuità non si enuncia: si dimostra. Noi non possiamo accettare un insegnamento che spazza via in un attimo il primato dell’amore di Dio a qualunque costo, abbassando la nostra santa religione dall’essere la fede dei martiri, che hanno rinunciato a tutto per restare fedeli a Cristo, ad una fede imborghesita, che cerca di rappacificare le coscienze, lasciandole nella loro miseria.

Non basta dire: nel confessionale o nella mia coscienza continuerò ad essere fedele. Tacere la verità, quando essa è messa in discussione, tradita, offuscata, significa vergognarsi di Gesù Cristo.

«San Beda, monaco del IX secolo, nelle sue Omelie dice così: “San Giovanni Battista per [Cristo] diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, gli fu ingiunto solo di tacere la verità” (cf. Om. 23: CCL 122, 354). E non taceva la verità, non scese a compromessi e non ebbe timore di rivolgere parole forti a chi aveva smarrito la strada di Dio» (Benedetto XVI, Udienza generale, mercoledì 29 agosto 2012)

 

La Nuova Bussola Quotidiana