Mamma Natuzza, la Bibbia della gente semplice – di Rino Cammilleri


Ormai lo sanno tutti chi sia Mamma Natuzza, la mistica di Paravati. C’è da chiedersi perché il Dio cattolico, quando decide di investire di «missioni» qualcuno, sceglie sempre personaggi assolutamente marginali. Di solito, pastorelli o pastorelle semi o del tutto analfabeti, che per questo fanno una fatica boja a farsi credere, anche perché le loro capacità espressive sono, quasi sempre, limitate. Misteri superni, su cui è vano (se non inutile) indagare.

 

Natuzza non era una pastorella, ma dal punto di vista che abbiamo illustrato era anche peggio. Nata nel 1924 in un paesino della Calabria che pure oggi si farebbe fatica a individuare sulla carta d’Italia, Fortunata Evolo detta Natuzza era non solo povera in canna e del tutto priva di istruzione, ma pure infamata.

Nel 1924 la Calabria era il Sud del Sud quanto a sottosviluppo, e infatti, come tanti (se non tutti), anche il padre di Natuzza emigrò per cercare lavoro in Argentina. E lo trovò. Anzi, si sistemò così bene che non vide per quale ragione doveva tornare indietro.

Così, lasciò la figlia di meno di un anno alla madre diciannovenne e di lui non si seppe più nulla. Il pover’uomo tutto poteva immaginare, tranne che quella figlia da lui abbandonata e praticamente mai conosciuta gli sarebbe un giorno spuntata in casa, in Sudamerica, in bilocazione.

 

Intanto, però, la sua «vedova bianca», alla fame e con una figlia da crescere, in quegli anni Venti del Sud del Sud, sbandata e disperata divenne il giocattolo di altri uomini, sei dei quali le appiopparono un figlio ciascuno. E Natuzza, bambina, si ritrovò a dover badare ai fratellini mentre la madre era in giro a cercare il pane quotidiano.

Tante le volte che rientrava a mani vuote e altrettante quelle in cui la piccola Natuzza si piazzava davanti alla porta del fornaio, in attesa della carità di qualche pagnotta. Ricevuta la quale, immancabilmente si sentiva dire che era per lei, non per quei bastardi dei suoi fratelli.

Ma già a quell’età Natuzza aveva ricevuto la visita della Madonna e del grande santo calabrese Francesco da Paola. Alla prima comunione, ricevuta l’ostia la bocca le si riempì di sangue.

Alla cresima, sulla spalla della veste le comparve una croce tracciata col sangue. Lei non ci capiva molto, ma parlava col suo angelo custode e vedeva quelli degli altri, conversava coi defunti, con Gesù e la Vergine.

 

Il parroco si rese conto che quell’anima semplice non era in grado di mentire e cercò di proteggerla. Le trovò un posto da colf in una famiglia benestante, che finì col trattarla come una figlia. Mentre continuavano i fenomeni soprannaturali e mistici.

Poiché in tanti la cercavano per avere informazioni sui loro morti, il vescovo, perplesso, stilò un dossier e lo mandò al celeberrimo padre Gemelli, che era anche psichiatra e intellettuale ascoltatissimo in Vaticano.

Il Gemelli sentenziò che quella era un’isterica e consigliò un «trattamento». A quei tempi l’unico trattamento per i problemi di mente era il manicomio, e fu là che Natuzza venne mandata. Ci stette qualche mese e ne uscì con la diagnosi confermata.

La medicina di allora usava l’isteria come cestino in cui buttare tutto quel che non riusciva a spiegare, un po’ come quella odierna fa con i «disturbi psicosomatici». E, sulla scia di Freud, decretava per le donne che ne soffrivano una attività sessuale regolare.

 

Il vescovo, persuaso, si diede da fare perché Natuzza convolasse a nozze col primo che capitava. Fu reperito un giovane falegname a cui Natuzza piaceva. Ma era sotto le armi, lontano. Tanta era però la fretta di curare l’isterica che i due furono fatti sposare per procura. Per fortuna, o per intervento divino, il matrimonio fu felice e generò tre figli. Ma il fenomeno-Natuzza crebbe anziché scemare.

Per farla breve: apparizioni della Madonna e di Gesù, colloqui coi defunti e con gli angeli e i santi, bi e anche trilocazioni con –non di rado – asporto di oggetti dal luogo visitato e misteriosi profumi, scambi di «visite» con Padre Pio, stimmate, emografie (scritti in lingue antiche o straniere e disegni col sangue, a soggetto religioso, sul corpo o su fazzoletti e lenzuoli), eccetera.

 

Per tutta la vita Natuzza ricevette anche trecento persone al giorno, distribuendo profezie, consigli sempre azzeccati, perfette diagnosi di malattie (con tanto di terminologia scientifica, lei, analfabeta).

Il tutto senza trascurare la casa, il marito e i figli. Su input della Madonna, creò cenacoli di preghiera, case per anziani e giovani, un santuario dedicato a Maria Rifugio delle Anime, fondazioni e altro, opere enormi che hanno fatto della sperduta Paravati, in quel di Vibo Valentia, un luogo di assiduo e affollato pellegrinaggio. Natuzza è morta “l’altroieri”, nel 2009.

Roberto Italo Zanini, Natuzza Evolo. Come Bibbia per i semplici (San Paolo, pp. 214).

 

articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana