Michela Marzano, la filosofa-deputata contro la festa del papà – di Marco Mancini


Roma, quartiere Africano, scuola materna “Ugo Bartolomei” (50 metri da casa mia). Data la presenza di una bambina che vive con la madre e la sua compagna lesbica, le maestre dell’asilo decidono di sostituire la festa del papà con una generica“festa della famiglia”.

 

Ma la Marzano proseguiva imperterrita, sottolineando come fino a qualche anno fa, nella laica Francia, “a nessuno sarebbe venuto in mente di parlare pubblicamente della propria fede” e che “lo Stato aveva una posizione neutra, lasciando ad ogni cittadino una piena libertà di coscienza”. Capito? Piena libertà di coscienza, ma guai a “parlare pubblicamente” della propria fede.

 

Sfugge alla povera Michela che la presunta neutralità dello Stato laico è di per sé una scelta, che di neutrale ha molto poco: escludere Dio dal discorso pubblico non significa lasciare “piena libertà di coscienza”, ma compiere una scelta ideologica ben precisa, con tutte le conseguenze del caso. Perfino i pensatori laici più intelligenti, come Habermas, hanno riflettuto sulla complessità del rapporto tra religione e sfera pubblica e ne hanno anche discusso con esponenti di rilievo del pensiero religioso, come Joseph Ratzinger; la Marzano, che pure si picca di essere “filosofa”, pensa invece di cavarsela con qualche frasetta da farmacista massone di fine Ottocento, o peggio da temino di quinta elementare.

 

Sempre in tema di matrimoni gay, volendo proseguire in questa carrellata degli orrori, spicca un post pubblicato il mese scorso dalla nostra filosofa sul suo blog personale. Il titolo sembrerebbe incoraggiante: “Basta con le confusioni e gli argomenti ideologici”… noi lo diciamo da una vita. Poi, cominciando a leggere, subentra il solito sconforto: quando si parla di matrimoni e adozioni omosessuali, osserva la Marzano, “non si vuole affatto erodere le idee di “paternità” e “maternità”, né fonderle in un generico concetto di “genitorialità”: non c’è nessuna volontà da parte degli omosessuali di negare che, perché nasca un figlio, ci sia bisogno di ovuli e di spermatozoi”.

Ah, no? E di che si tratta, allora? La risposta arriva qualche rigo più tardi: “c’è solo la voglia di uscire dagli stereotipi secondo cui esisterebbe un solo modello legittimo di famiglia”. Come dicevo sopra, qui cascano le braccia. Non vuole negare che esistano padre e madre e che i figli nascano da uomo e donna, però afferma che esistono anche altre famiglie, con due madri o due padri. Poche idee, ma confuse. Per non parlare di quando Michelina definisce la famiglia come “struttura giuridica”, che “non ha niente del “fatto naturale” invocato da molti”: so che ha compiuto studi umanistici, ma consiglierei un ripassino di Diritto costituzionale, perché è lo stesso art. 29 della nostra Costituzione a qualificare la famiglia come “società naturale”, che lo Stato non crea ma di cui si limita a riconoscere i diritti. Insomma, un vero disastro.

 

Ma veniamo alla causa scatenante di questo articolo, vale a dire l’affare “festa del papà”. Quella delle maestre di trasformare il tutto in una “festa della famiglia” è una giusta decisione, esulta la Marzano. Spesso, infatti, “per superficialità o conformismo, non si fa molta attenzione alla sensibilità e alla fragilità dei più piccoli”. Siamo d’accordo: la superficialità della madre lesbica della bambina è imperdonabile. Diventa scomodo, ora, raccontare alla bambina che un padre ce l’ha, che si tratta di uno sconosciuto che ha donato il proprio sperma perché la madre e la sua compagna potessero scimmiottare una famiglia vera e far finta che ne esista anche una omosessuale.

 

Meglio cancellare in blocco tutti i papà, allora, e fare in modo che si festeggi una generica “famiglia”, di cui si fatica a rintracciare i contorni. Come ha scritto Costanza Miriano, “la propaganda è così potente che le coppie in tinta unita sono riuscite a farsi chiamare “famiglie arcobaleno””. In nome della tutela della differenza, insomma, si cancella la specificità della figura paterna.

Giunge così al suo estremo approdo il progetto rivoluzionario del 1789, vale a dire la creazione di un individuo astratto e modellabile a piacere, privato di qualsiasi legame territoriale, culturale, sociale, familiare e persino dell’identità sessuale.

 

Cancellare la realtà, in nome di un’ideologia perversa; trasformare il corpo sociale, per sua natura stratificato e differenziato, in una poltiglia informe, in una massa di automi senza ruolo, identità e specificità. Togliere di mezzo tutto ciò che rende la vita autentica, genuina, veramente colorata e degna di essere vissuta. Questo è il disegno al quale portano acqua le Michele Marzano di turno.

 

Mia madre, cattolica e elettrice del PD, resterebbe inorridita se qualcuno le dicesse che bisogna farla finita con la festa del papà, e ancor più con quella della mamma. Vedo tanti amici che l’altro ieri hanno pubblicato su FB auguri affettuosi per il loro babbo, ma poi danno retta alla Marzano e si spendono per i matrimoni gay e vorrei chiedere loro: non vi rendete conto di dove vogliono portarci?

Fin dove arriverà questa follia? Ma la mia è vox clamantis in deserto. La Marzano, invece, è diventata deputato. E magari, tra un po’,diventa pure Ministro, nel governo “di alto profilo” che Bersani vorrebbe costruire per prendere i voti dei grillini. Povera patria.

 

Fonte: Campari & De Maistre