Omelia del Santo Padre Francesco in occasione della festa di S. Ignazio di Loyola


In questa Eucaristia in cui celebriamo il nostro Padre Ignazio di Loyola, alla  luce delle Letture che abbiamo ascoltato, vorrei proporre tre semplici pensieri  guidati da tre espressioni: mettere al centro Cristo e la Chiesa; lasciarsi  conquistare da Lui per servire; sentire la vergogna dei nostri limiti e peccati,  per essere umili davanti a Lui e ai fratelli.

 

1.  Lo stemma di noi Gesuiti è un monogramma, l’acronimo di “Iesus Hominum  Salvator” (IHS). Ciascuno di voi potrà dirmi: lo sappiamo molto bene! Ma  questo stemma ci ricorda continuamente una realtà che non dobbiamo mai  dimenticare: la centralità di Cristo per ciascuno di noi e per l’intera  Compagnia, che Sant’Ignazio volle proprio chiamare “di Gesù” per indicare il  punto di riferimento.

Del resto anche all’inizio degli Esercizi Spirituali ci  pone di fronte a nostro Signore Gesù Cristo, al nostro Creatore e Salvatore (cfr EE, 6). E questo porta noi Gesuiti e tutta la Compagnia ad essere  “decentrati”, ad avere davanti il “Cristo sempre maggiore”, il “Deus semper  maior”, l’”intimior intimo meo”, che ci porta continuamente fuori da  noi stessi, ci porta ad una certa kenosis, ad “uscire dal proprio amore,  volere e interesse” (EE, 189).

Non è scontata la domanda per noi, per  tutti noi: è Cristo il centro della mia vita? Metto veramente Cristo al centro  della mia vita? Perché c’è sempre la tentazione di pensare di essere noi  al centro. E quando un Gesuita mette se stesso al centro e non Cristo,  sbaglia.

Nella prima Lettura, Mosè ripete con insistenza al popolo di amare il  Signore, di camminare per le sue vie, “perché è Lui la tua vita” (cfr Dt 30, 16.20). Cristo è la nostra vita! Alla centralità di Cristo corrisponde anche  la centralità della Chiesa: sono due fuochi che non si possono separare: io non  posso seguire Cristo se non nella Chiesa e con la Chiesa.

E anche  in questo caso noi Gesuiti e l’intera Compagnia non siamo al centro, siamo, per  così dire, “spostati”, siamo al servizio di Cristo e della Chiesa, la Sposa di  Cristo nostro Signore, che è la nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica (cfr EE,  353). Essere uomini radicati e fondati nella Chiesa: così ci vuole Gesù.

Non ci  possono essere cammini paralleli o isolati. Sì, cammini di ricerca, cammini  creativi, sì, questo è importante: andare verso le periferie, le tante  periferie. Per questo ci vuole creatività, ma sempre in comunità, nella Chiesa,  con questa appartenenza che ci dà coraggio per andare avanti. Servire  Cristo è amare questa Chiesa concreta, e servirla con generosità e spirito di  obbedienza.

 

2.  Qual è la strada per vivere questa duplice centralità? Guardiamo  all’esperienza di san Paolo, che è anche l’esperienza di sant’Ignazio.  L’Apostolo, nella Seconda Lettura che abbiamo ascoltato, scrive: mi sforzo di  correre verso la perfezione di Cristo “perché anch’io sono stato conquistato da  Gesù Cristo” (Fil 3,12).

Per Paolo è avvenuto sulla via di Damasco, per  Ignazio nella sua casa di Loyola, ma il punto fondamentale è comune: lasciarsi  conquistare da Cristo. Io cerco Gesù, io servo Gesù perché Lui mi ha cercato  prima, perché sono stato conquistato da Lui: e questo è il cuore della nostra  esperienza. Ma Lui è primo, sempre.

In spagnolo c’è una parola che è molto  grafica, che lo spiega bene: Lui ci “primerea”, “El nos primerea”. E’ primo  sempre. Quando noi arriviamo, Lui è arrivato e ci aspetta. E qui vorrei  richiamare la meditazione sul Regno nella Seconda Settimana. Cristo nostro  Signore, Re eterno, chiama ciascuno di noi dicendoci: “chi vuol venire con me  deve lavorare con me, perché seguendomi nella sofferenza, mi segua anche nella  gloria” (EE, 95).

Essere conquistato da Cristo per offrire a questo Re  tutta la nostra persona e tutta la nostra fatica (cfr EE, 96); dire al  Signore di voler fare tutto per il suo maggior servizio e lode, imitarlo nel  sopportare anche ingiurie, disprezzo, povertà (cfr EE, 98). Ma penso al  nostro fratello in Siria in questo momento. Lasciarsi conquistare da  Cristo significa essere sempre protesi verso ciò che mi sta di fronte, verso la  meta di Cristo (cfr Fil 3,14) e chiedersi con verità e sincerità: Che cosa  ho fatto per Cristo? Che cosa faccio per Cristo? Che cosa devo fare per Cristo?  (cfr EE, 53).

 

3.  E vengo all’ultimo punto. Nel Vangelo Gesù ci dice: “Chi vuole salvare la  propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la  salverà… Chi si vergognerà di me…” (Lc 9, 23). E così via. La  vergogna del Gesuita. L’invito che fa Gesù è di non vergognarsi mai di Lui, ma  di seguirlo sempre con dedizione totale, fidandosi e affidandosi a Lui.

Ma  guardando a Gesù, come ci insegna sant’Ignazio nella Prima Settimana,  soprattutto guardando il Cristo crocifisso, noi sentiamo quel sentimento tanto  umano e tanto nobile che è la vergogna di non essere all’altezza; guardiamo alla  sapienza di Cristo e alla nostra ignoranza, alla sua onnipotenza e alla nostra  debolezza, alla sua giustizia e alla nostra iniquità, alla sua bontà e alla  nostra cattiveria (cfr EE, 59).

Chiedere la grazia della vergogna;  vergogna che viene dal continuo colloquio di misericordia con Lui; vergogna che  ci fa arrossire davanti a Gesù Cristo; vergogna che ci pone in sintonia col  cuore di Cristo che si è fatto peccato per me; vergogna che mette in armonia il  nostro cuore nelle lacrime e ci accompagna nella sequela quotidiana del “mio  Signore”.

E questo ci porta sempre, come singoli e come Compagnia, all’umiltà,  a vivere questa grande virtù. Umiltà che ci rende consapevoli ogni giorno che  non siamo noi a costruire il Regno di Dio, ma è sempre la grazia del Signore che  agisce in noi; umiltà che ci spinge a mettere tutto noi stessi non a servizio  nostro o delle nostre idee, ma a servizio di Cristo e della Chiesa, come vasi  d’argilla, fragili, inadeguati, insufficienti, ma nei quali c’è un tesoro  immenso che portiamo e che comunichiamo (2 Cor 4,7).

A me è sempre  piaciuto pensare al tramonto del gesuita, quando un gesuita finisce la sua vita,  quando tramonta. E a me vengono sempre due icone di questo tramonto del gesuita:  una classica, quella di san Francesco Saverio, guardando la Cina. L’arte lo ha  dipinto tante volte questo tramonto, questo finale di Saverio. Anche la  letteratura, in quel bel pezzo di Pemán. Alla fine, senza niente, ma davanti al  Signore; questo a me fa bene, pensare questo.

L’altro tramonto, l’altra icona  che mi viene come esempio, è quella di Padre Arrupe nell’ultimo colloquio nel  campo dei rifugiati, quando ci aveva detto – cosa che lui stesso diceva –  “questo lo dico come se fosse il mio canto del cigno: pregate”.

La preghiera,  l’unione con Gesù. E, dopo aver detto questo, ha preso l’aereo, è arrivato a  Roma con l’ictus, che ha dato inizio a quel tramonto tanto lungo e tanto  esemplare. Due tramonti, due icone che a tutti noi farà bene guardare, e tornare  a queste due. E chiedere la grazia che il nostro tramonto sia come il loro.

Cari fratelli, rivolgiamoci a Nuestra Señora, Lei che ha portato Cristo  nel suo grembo e ha accompagnato i primi passi della Chiesa, ci aiuti a mettere  sempre al centro della nostra vita e del nostro ministero Cristo e la sua  Chiesa; Lei che è stata la prima e più perfetta discepola del suo Figlio, ci  aiuti a lasciarci conquistare da Cristo per seguirlo e servirlo in ogni  situazione; Lei che ha risposto con la più profonda umiltà all’annuncio  dell’Angelo: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38), ci faccia provare la vergogna per la nostra inadeguatezza di fronte al  tesoro che ci è stato affidato, per vivere l’umiltà di fronte a Dio.

Accompagni il nostro cammino la paterna intercessione di sant’Ignazio e di tutti  i Santi Gesuiti, che continuano ad insegnarci a fare tutto, con umiltà, ad  maiorem Dei gloriam.

 

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