Ora anche la Chiesa ricorre al vocabolario antilingua dell’Onu. Ma i termini che ora adotta sono già stati condannati.

Francesco con Ban Ki-moonChe cos’è lo «sviluppo sostenibile»? La definizione oggi universalmente accettata è contenuta nel rapporto Brundtland, elaborato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo: «Lo sviluppo sostenibile – si legge – è un processo di cambiamento», che «impone di soddisfare i bisogni fondamentali di tutti». Ora, nel concetto di «sviluppo sostenibile» è compreso anche l’accesso universale alla «salute riproduttiva», inclusa la promozione della contraccezione e l’aborto anche per adolescenti, indigenti ed emarginati.

Il tutto è stato tradotto nell’antilingua come «pianificazione familiare», assecondando così i desiderata dell’Organizzazione mondiale della Sanità, di International Planned Parenthood Federation e della Federazione Internazionale della Pianificazione Familiare.

Proprio di Obiettivi di sviluppo sostenibile parla espressamente anche l’agenda post-2015, messa a punto dalle Nazioni Unite. Il documento, che dovrà essere ratificato dai Capi di Stato e di governo, punta a 17 obiettivi.

Tra questi figura anche «l’accesso universale ai servizi di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva», nonché «i diritti riproduttivi, come concordato in conformità col Programma di azione della Conferenza sulla popolazione e lo sviluppo e la piattaforma d’azione di Pechino e dei documenti finali delle loro conferenze di revisione».

Tradotto significa: aborto, fecondazione assistita e quant’altro. Per almeno 15 anni. Il testo, infatti, varrà sino al 2030.

Dalla Conferenza del Cairo del 1994 su popolazione e sviluppo ad oggi, tali terminologie sono state pertanto sempre respinte in blocco dal Vaticano e bandite in quanto assolutamente contrarie alla Dottrina cattolica. Ancora nell’ottobre scorso la Santa Sede ricordò di non esser d’accordo su questi obiettivi specifici.

Aggiunse che il termine gender non poteva (ed in ogni caso impropriamente) riguardare altri che un uomo ed una donna. Ma i negoziati avviati dalla Nunziatura il mese scorso potrebbero – secondo l’agenzia Medias-Presse-Info – «indurre a pensare ad un cambio di strategia».

Cosa è accaduto? L’Arcivescovo mons. Bernardito Auza, osservatore permanente del Vaticano all’Onu, lo scorso 22 giugno ha colto tutti di sorpresa, dichiarando per la prima volta testualmente di sostenere il «programma di sviluppo sostenibile» in discussione alle Nazioni Unite.

Certo, pur con tutti i distinguo: ad esempio, escludendo qualsiasi sostegno a «ciò che distrugga la famiglia ed il diritto alla vita dal momento del suo concepimento».

Ma – precisa Medias-Presse-Info – «gli è stato chiaramente risposto dai funzionari dell’Onu come non sia opportuno riaprire il caso, o si accetta tutto o non si accetta niente». Del resto, le eccezioni servono a poco, quando si permetta all’antilingua di entrare nel dizionario della Chiesa.

Lo ha subito rilevato con lucidità esemplare lo stesso Card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che ha detto in proposito: «E’ sbagliatissimo che la Chiesa si permetta di usare le parole che sono usate dalle Nazioni Unite. Abbiamo un vocabolario per esprimere ciò in cui crediamo», ha detto. Meglio usare quello.

Anche perché, una volta ratificato, il testo finale dell’Onu verrà applicato indistintamente a ciascuno Stato – che abbia o meno una legislazione pro-life –, costringendolo non solo ad equipararsi agli obiettivi delle Nazioni Unite, ma anche a partecipare ai costi.

Stiamo parlando di un finanziamento previsto tra i 5 ed i 7 miliardi di dollari complessivi, non certo di pochi spiccioli.

Ma davvero possiamo parlare di una “sorpresa”? In realtà, già lo scorso 28 aprile l’Accademia pontificia di Scienze Sociali riservò una calorosa accoglienza al Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, promotore dell’aborto su scala mondiale (nella foto).

Il Cancelliere dell’Accademia, mons. Marcelo Sanchez Sorondo, argentino, ed il suo presidente, Margaret Archer, non hanno mancato di accettare i progetti di «sviluppo sostenibile», definendoli a certe condizioni conformi all’insegnamento della Chiesa, nonché di approvare termini finora tabù come «pianificazione familiare, salute sessuale e riproduttiva», ritenendo poi che la loro «interpretazione e applicazione» fosse da intendersi come “discrezionale”: «Dipende dai governi», ha tagliato corto mons. Sorondo, che non esclude per la Chiesa sull’argomento una sorta di sacro recinto, di area protetta, di «spazio riservato», di nicchia semantica. Insomma, la convinzione è di potersela cavare con qualche acrobazia linguistica. Non sarà così.

Non solo: lo scorso 30 luglio, mons. Auza, richiamandosi ampiamente all’enciclica di papa Francesco Laudato si’, ha, a sua volta, fatto per tre volte riferimento al concetto di «sviluppo sostenibile» nel messaggio inviato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, auspicandone anzi la pianificazione in particolare nei Paesi in via di sviluppo.

Certo, qui riferendolo soprattutto ai problemi energetici ed ambientali dei piccoli Stati insulari. Ma, come detto dai funzionari Onu (cosicché sia chiaro per tutti), il pacchetto o lo si prende per intero o non lo si prende. E dall’accesso ai finanziamenti saranno certamente esclusi tutti quegli Stati, che, benché poveri, non adottino politiche abortiste. Un bieco ricatto economico già attuato, nulla di cui stupirsi.

Ciò che stupisce sono piuttosto le inedite concessioni fatte all’Onu dalla Chiesa Cattolica. Anche perché è noto come usare termini eguali per esprimere concetti diversi, sia, da sempre, l’arma – purtroppo, al momento, vincente – preferita dal relativismo.

 

Fonte: NoCristianofobia