Pakistan: aumentano le conversioni forzate di ragazze all’Islam. Campagna per la liberazione di Asia Bibi


Il giovane pastore cristiano imprigionato in Iran per apostasia e rilasciato nel settembre scorso, dopo quasi tre anni in carcere, è stato nuovamente arrestato il giorno di Natale. Nei mesi scorsi, diversi gruppi per i diritti umani avevano fatto pressioni per la sua liberazione. E ieri, nella festa di Santo Stefano, primo martire, il Papa ha rivolto un pensiero ai cristiani perseguitati.

 

“L’intercessione di Santo Stefano, fedele fino all’ultimo al Signore – ha detto Benedetto XVI – sostenga i cristiani perseguitati e la nostra preghiera li incoraggi”. Un problema, quello della persecuzione, quanto mai vivo in Pakistan, come testimonia il caso di Adia Bibi. Ma sono diversi i casi di violenza come ci conferma Mobeen Shahid, fondatore dell’Associazione dei Pakistani Cristiani in Italia, nell’intervista di Debora Donnini:

R. – Ringrazio il Santo Padre per aver ricordato tutti i martiri. In Pakistan, tutte le minoranze religiose della Nazione stanno subendo, insieme ad alcuni casi di musulmani, le conseguenze dell’abuso della legge della blasfemia. In particolare, finché Shahbaz Bhatti era vivo, c’erano 700 casi annui di conversioni forzate di ragazze appartenenti a minoranze religiose, ma oggi, dopo la sua morte, non si riesce più a controllare questo fenomeno, visto che il numero è raddoppiato solo nell’anno scorso…

D. – In Pakistan ci sono molti casi di conversioni forzate attraverso violenze, specialmente di ragazze, giovani donne?

R. – Sì, la strategia che viene adottata da alcuni ragazzi musulmani è quella di rapire per strada una ragazza cristiana o indù, violentarla e costringerla ad accettare la fede islamica per farsi “belli” davanti ai fondamentalisti. Le nostre ragazze, purtroppo, oggi, sono una facile preda. Già la donna in Pakistan ha molte difficoltà, ma la donna che appartiene ad un gruppo religioso di minoranza ne ha di maggiori. La verità è che le nostre ragazze vengono rapite, violentate e convertite con forza all’islam. Teniamo presente che il ministro Akram ha presentato una risoluzione al Parlamento nazionale contro le conversioni forzate, per prendere provvedimenti importanti, ma ancora non abbiamo nessuna approvazione da parte della Camera dei deputati e neanche dal Senato pakistano.

D. – Asia Bibi, la donna cristiana madre di cinque figli, è in carcere dal giugno 2009, cioè da tre anni e mezzo. E’ stata condannata a morte. Per ora non è stata eseguita la sentenza. Si moltiplicano gli appelli a suo favore, tra cui quello del quotidiano “Avvenire”, che ha fatto una campagna di raccolte firme. Come sta andando la situazione?

R. – “Avvenire”, insieme con altri organi di stampa della Conferenza episcopale pakistana, si è impegnato molto per chiedere la liberazione di Asia Bibi. La comunità internazionale si è mossa, insieme con me e Shahbaz Bhatti, quando abbiamo reso visibile questo caso a livello internazionale. Purtroppo la situazione di Asia Bibi oggi non è per niente serena e non c’è speranza per la sua liberazione, essendo diventata un simbolo per gli integralisti per tenere vivo questo discorso sulla legge della blasfemia. I gruppi fondamentalisti si sono uniti e oggi c’è proprio un movimento per la difesa del Pakistan, di cui fanno parte 40 gruppi appartenenti a movimenti religiosi, ma anche a partiti politici, che chiedono che la legge della blasfemia non venga cancellata e che non venga modificata. Oggi è difficile liberare Asia Bibi, perché sarà quasi impossibile affrontare il fondamentalismo presente sul territorio nazionale.

D. – Come sta Asia Bibi?

R. – Asia Bibi oggi sta molto male – continuo a seguire il suo caso, insieme ad altre organizzazioni – per il semplice fatto che non si trova assieme alla sua famiglia. E’ una donna semplice, di una famiglia molto semplice e povera. Il suo mondo era quello del suo villaggio, con le sue figlie. Oggi è sorvegliata 24 ore su 24. Lei vorrebbe stare insieme alle sue figlie, in particolare con quella disabile, perché ha bisogno di lei. In Pakistan, il sistema giuridico attuale non permette questo incontro con i suoi figli, anche se su basi regolari. Questa cosa le fa molto male e Asia Bibi comincia a perdere l’equilibrio mentale. Nel sistema giudiziario purtroppo, però, nessun giudice ha il coraggio di fare la prima udienza dell’Alta Corte: l’appello all’Alta Corte è stato fatto, ma nessun giudice ha il coraggio di dare luogo a questa prima udienza.

Fonte: Radio Vaticana