PAKISTAN – Rimsha assolta: altri 36 casi fra condannati a morte o all’ergastolo per blasfemia


Islamabad (Agenzia Fides) – E’ stata assolta Rimsha Masih, la ragazza cristiana disabile mentale, accusata falsamente di blasfemia, arrestata il 16 agosto e poi liberata su cauzione l’8 settembre. Il Giudice capo dell’Alta Corte di Islmabad, Iqbal Hameedur Rehman, ha emesso questa mattina il verdetto di assoluzione piena, dichiarando “nulla” la denuncia (First Information Report) che conteneva le accuse a carico della ragazza.

Il giudice si era riservato di decidere dopo l’udienza del 14 novembre, quando le parti avevano depositato le conclusioni della fase dibattimentale del processo. Questa mattina il giudice, davanti agli avvocati delle parti, ha letto le decisione, ma dovranno ancora essere pubblicate le motivazioni della sentenza. La Corte ha accolto la tesi della difesa, basate sulle dichiarazioni rese da tre testimoni musulmani che accusano l’imam Khalid Jadoon Chishti, indicandolo come l’uomo che ha fabbricato le prove per incastrare Rimsha. Il pubblico ministero ha cercato di smontare le accuse, facendo ritrattare i tre testimoni, adottando una strategia “ostruzionistica” per dilazionare al massimo i tempi del processo. Ma tale strategia è fallita.

A capo del collegio difensivo di Rimsha c’era l’avvocato musulmano Rana Hamid, che ha manifestato la sua soddisfazione e ha ricevuto le congratulazioni di tutti. Del collegio faceva parte anche l’avvocato cattolico Tahir Naveed Chaudry, che ha detto a Fides: “Il giudice ha riconosciuto l’innocenza di Rimsha e la macchinazione ai suoi danni. E’ la prima volta che, nella storia del Pakistan, un procedimento giudiziario per blasfemia si conclude in questo modo.

Questa sentenza costituirà un precedente e sarà molto utile per il futuro ma anche per altri casi di blasfemia presenti oggi nei tribunali”. L’avvocato ha comunicato immediatamente la notizia alla famiglia di Rimsha, attualmente in un luogo segreto, che ha espresso “felicità e commozione, per la fine del calvario”. La “All Pakistan Minorities Alliance”, Ong guidata dal ministro cattolico Paul Bhatti, che ha seguito il caso di Rimsha, ora rilancia la proposta di formare una “Commissione mista”, con leader cristiani, esperti, avvocati e leader musulmani che possa esaminare in via preventiva i casi di supposta blasfemia. Il fine è evitare che vicende dolorose come quella di Rimsha possano ripetersi, perché nessuno possa più abusare della legge sulla blasfemia, colpendo innocenti di qualsiasi religione. (PA) (Agenzia Fides 20/11/2012)

Se un caso, quello di Rimsha Masih, è stato risolto con un esito felice, vi sono tanti altri casi di presunta blasfemia in cui vittime innocenti soffrono in carcere e sono sottoposte a un lungo calvario legale. Come riferito all’agenzia Fides da fonti locali, oggi in Pakistan 16 persone sono nel braccio della morte, in attesa di esecuzione, per blasfemia; altri 20 imputati stanno scontando l’ergastolo, molti altri sono in attesa di processo o hanno fatto appello dopo una condanna in primo grado.

“Nel 95% dei casi, le accuse sono false”, dice a Fides un avvocato musulmano che chiede l’anonimato. Per questo l’esito del caso di Rimsha Masih, la minorenne cristiana assolta ieri dall’Alta Corte di Islamabad, riporta all’attenzione la controversa legge sulla blasfemia, composta da due articoli del Codice Penale, il 295b e il 295c, che puniscono con l’ergastolo o con la pena di morte il vilipendio al Corano o al Profeta Maometto.

Parlando a Fides, Naeem Shakir, avvocato cattolico che difende molte vittime di blasfemia, nota che “la legge è così vaga che è facilmente usata per regolamenti di conti personali. L’abuso di questa legge terrorizza le minoranze religiose, in particolare, costringendole a lasciare il paese in quanto non si sentono più al sicuro”. Secondo Wilson Chaudry, leader della “British Pakistan Christian Association”, “la sentenza pro Rimsha non porterà un immediato cambiamento.

La volatilità e l’instabilità all’interno della società pakistana non consentono l’abrogazione della legge sulla blasfemia, utilizzata come strumento per discriminare le minoranze e per la persecuzione. Questa legge – nota Chaudry a Fides – è ancora fortemente sostenuta dalla maggioranza dei musulmani e necessita di una riforma graduale. Vittime come Asia Bibi e Younis Masih sono ancora in carcere per false accuse di blasfemia, e mostrano i numerosi fallimenti del sistema giudiziario in Pakistan”. In un comunicato inviato a Fides, la Commissione Usa per la Libertà Religiosa, elogia la decisione del tribunale su Rimsha come “risultato positivo per affrontare la cultura dell’impunità e intolleranza che affligge il Pakistan e dare risalto all’importanza dello Stato di diritto”. Ricorda però che la legge sulla blasfemia è usata per “abusare della libertà religiosa o eseguire vendette private”.

Per questo il caso Rimsha “segnala la necessità di riformare o annullare la legge sulla blasfemia, che alimenta l’estremismo religioso e minaccia la libertà di religione e i diritti umani per tutti in Pakistan”. In una nota inviata a Fides l’Ong “Christian Solidarity Worldwide” (Csw) ricorda le ombre tuttora presenti: “Una sentenza della Corte non garantisce la sicurezza personale di Rimsha e della sua famiglia”, inoltre “questa decisione può ancora essere messa in discussione” con un ricorso alla Corte Suprema. Resta da vedere se l’uomo accusato di aver incastrato Rimsha, l’imam Khalid Jadoon Chishti, sarà ritenuto responsabile. “Se lo sarà – afferma Csw – sarà un segno del progresso compiuto dal Pakistan”. (R.P.)
(Agenzia Fides 21/11/2012)

Fonte: Agenzia Fides