«Pranzi in chiesa? Sono una ferita del senso religioso» di Luisella Scrosati

cibo«Viviamo in un mondo tutto uguale, dove c’è un appiattimento, dove si promuove solo la positività dell’uguale. In questo modo la vita si impoverisce, anche la vita di fede. Il sacro è proprio l’opposto del “tutto uguale”, perché il sacro è separazione, è altro. Ecco, viviamo proprio “L’espulsione dell’Altro“, come recita il titolo di uno scritto del filosofo coreano Bjung-Chul Han». A parlare così è padre Michael John Zielinski, abate del monastero di Lendinara (RO), autore di molti volumi sulla liturgia e per molti anni al servizio della Congregazione per il Culto Divino. Con padre Zielinski parliamo della crescente tendenza a usare in modo improprio le chiese, come testimoniata dall’inchiesta della Nuova BQ #salviamolechiese, un fenomeno che va ben oltre l’esistenza di singoli casi di abuso. Anzi questi ultimi sono proprio la punta dell’iceberg.

Padre Zielinski, recentemente il liturgista David Fagerberg, in una conferenza affermava che la liturgia è fortemente collegata al servizio dei poveri, ma a condizione che permanga liturgia, altro, sacro.

Esattamente. La religione non è nata dall’esigenza di assicurare la solidarietà sociale, come anche le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo. Ma è in questa direzione che, purtroppo, stiamo andando. C’è una posizione della Chiesa cattolica riguardo al sacro, che non si ferma ad un approccio fenomenologico e che non si adegua alle correnti delle mode contemporanee. È il Credo della Chiesa che determina la nostra posizione.

Partiamo proprio da qui. Cos’è una chiesa? Cosa significa dedicare un luogo a Dio?

La storia della Chiesa presenta molti aspetti a riguardo, ma tutti questi aspetti convergono nel ritenere la chiesa un luogo sacro, un luogo a parte, un luogo che protegge. Nelle chiese si dava anche asilo, si incontravano i propri futuri consorti, si concludevano affari, ma perché tutto questo? Perché era ritenuta una terra franca, sacra, altra, separata, una terra dove l’ascolto e l’attenzione erano al centro di tutto.

Credo che questo sia oggi quanto di più necessario: ritrovare luoghi diversi, di quella diversità data dal sacro. Nella storia delle religioni ci sono due aspetti che sono come delle costanti: la spiritualità e il sacro. Non sono mai assenti.

Perché il sacro non è mai assente nelle religioni? Perché la religione (da religio, religare) è ciò che mette in connessione l’uomo con Dio e lo spazio sacro è ciò che lega la terra al Cielo, mette insieme, ricompone.

Perciò è un luogo estremamente necessario in un mondo caotico, rumoroso. Lo spazio è una categoria dell’esperienza umana, che permette alla persona di vivere nel mondo. In tutte le ricerche fenomenologiche, il luogo sacro è un posto che mi permette di vivere nel mondo.

Cosa intende dire esattamente?

È dal luogo sacro che io mi ricompongo, mi ritrovo, ritrovo la mia identità. E così, uscendo da questo spazio sacro, particolare, io esco nel mondo, un mondo che è molto diverso, scomposto, dove regna l’anomia, cioè la mancanza di norme. Lì vado come persona ricomposta, reintegrata, agendo nel mondo alla luce dell’esperienza avuta nel luogo sacro.

Questa ricomposizione, questo ordine nasce però dall’esperienza dello spazio realmente sacro e del tempo realmente sacro, dove viene custodito il primato di Dio.

Esattamente. Questo vale nell’esperienza religiosa in generale, e ancora più specificamente nell’ambito cristiano. È in quello spazio che io sono stato rigenerato (il Battesimo), lì rimedio le rotture, le deviazioni (la Riconciliazione); lì celebriamo il Mistero e manteniamo il Mistero vivo, l’Eucaristia, la carne di Cristo, la carne della Chiesa. Tempo sacro e spazio sacro hanno a che fare con l’ordine, dare un ordine.

Dove non ci sono leggi che proteggono, che conducono, che educano in questa grande esperienza che è la vita, dove non c’è un temenos (luogo sacro, recintato, riservato al culto, n.d.a.] che protegge, allora l’uomo si perde, si disgrega. Dove non c’è un ordo, dove non ci sono leggi non c’è libertà. L’ordine non è il contrario della libertà ma è ciò che custodisce la libertà.

È il senso dell’ordo liturgico, delle rubriche.

Sì. Ho trovato una cosa interessante. Nell’Istrumentum Laboris del Sinodo sull’Eucaristia del 2005, i Vescovi ed i laici che hanno partecipato danno voce allo scarso senso del sacro. Vengono segnalati diversi atti che attentano al senso del sacro: la trascuratezza nell’uso degli ornamenti liturgici; la mancanza di decenza nel modo di vestire; la somiglianza dei canti usati in chiesa con quelli profani; il tacito consenso ad eliminare alcuni gesti liturgici, perché ritenuti troppo tradizionali, come, per es. la genuflessione; una distribuzione impropria della Comunione sulla mano, priva di un’adeguata catechesi; atteggiamenti poco riverenti prima, durante e dopo la celebrazione, anche da parte dei celebranti; la scadente qualità architettonica e stilistica degli edifici e delle suppellettili sacri; casi di sincretismo, dovuti ad una inculturazione avventata delle forme liturgiche, mescolate ad elementi di altre religioni.

Questi aspetti sono stati sollevati. Papa Benedetto ha nutrito una grande speranza di riforma, insistendo sulla ars celebrandi e su quanto espresso in Sacramentum Caritatis.
La Chiesa di Roma non ha mancato nel richiamare tutti questi aspetti. Il problema grosso è nella ricezione da Roma alle Diocesi, dove i vescovi hanno educato liturgicamente poco o per nulla il popolo di Dio.

A La Nuova BQ in questo periodo stanno arrivando tantissime testimonianze di uso delle chiese a volte inimmaginabile. In questi casi la certezza di una sanzione non è forse importante, come sostegno all’educazione?

Capisco benissimo, ma a volte è proprio chi dovrebbe dare sanzioni a dover essere corretto. Io sono convinto, sulla base di quanto ho visto negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, che dove c’è una bella liturgia la gente va e fa anche chilometri. In Italia siamo stati viziati: si cade dal letto e si è in parrocchia…

Perciò penso che più che sanzioni, bisognerebbe promuovere una bella liturgia; il monachesimo, in particolare, dovrebbe riscoprire la sua vocazione alla liturgia e ritrovarsi. Basti pensare a Solesmes, dove sono passate migliaia di persone, anche non cristiane. Simon Weil, per esempio, andava a partecipare al Triduo Sacro a Solesmes.

C’è però anche un dovere di protezione del popolo…

Certamente. La serietà di un vescovo, come pastore, si vede anche in questo. Se vedo che il gregge è nutrito malamente ed educato altrettanto malamente in ciò che dovrebbe essere il centro della sua vita, devo intervenire. Il Vaticano II ha messo in chiaro che la liturgia è fonte e culmine della vita cristiana (lo si ripete tante volte…); allora, noi dobbiamo misurare tutta la nostra fatica pastorale su questo.

Il punto centrale è la liturgia: è da lì che parte tutto ed è lì che troviamo la misura del ben operare, è la liturgia che detta la road-map. La liturgia misura la nostra azione ed anche la nostra interiorità.

Recentemente stanno diventando una moda i pranzi in chiesa. Lei crede che rispettino la finalità del luogo sacro?

Il problema non è tanto dare da mangiare, ma bisogna capire che un atto, specie nella nostra società, genera un modo di fare, in un mondo dove ormai ognuno è diventato legge a se stesso. Questo avviene anche all’interno della Chiesa stessa, dove molti ritengono che le norme liturgiche siano opinabili. Questo contesto richiede ancora più serietà e attenzione verso le normative liturgiche.

Ora, lo spazio sacro qualifica le attività: la chiesa è stata costruita per la liturgia. Ci sono altri luoghi per altri scopi. Se non si rispetta la finalità del luogo sacro, si rischia di ferire la sensibilità dei cristiani, ma anche dei non cristiani. Ricordo di aver portato dei rappresentanti indiani a visitare la basilica di san Miniato, dove il pavimento è pieno di lapidi di morti; è stata un’impresa far camminare questi indiani dentro la basilica, perché per loro si tratta di spiriti viventi! Figuriamoci farli mangiare lì dentro!

Se si apre il discorso ad un livello interreligioso, bisogna capire che a volte ci sono persone che vivono più attentamente la sacralità del luogo di molti cattolici in Occidente.

Il senso del religioso, del sacro, anche dei non cattolici, può essere ferito con queste attività. Bisognerebbe chiedersi: quando portiamo queste persone a mangiare dentro una basilica, che cosa passa veramente nella loro mente, nel loro cuore, quando ci vedono così dozzinali, indifferenti, incapaci di qualificare un luogo? La differenza tra i luoghi esiste e quindi deve cambiare anche l’atteggiamento.

C’è chi sostiene che Dio non fa questione di spazio: se si può pregare fuori dalle chiese, perché non mangiare dentro le chiese?

Se Dio non fa differenza di spazio, allora perché si è scomodato di far nasce a Betlemme suo Figlio, e poi farlo andare a Nazareth? Se non fa differenza di spazio e di tempo, perché è apparso in un certo momento e in un certo luogo? Cos’è che ha reso propizio un tempo e un luogo?

La nostra attesa, la nostra azione? Niente affatto: è Dio che ha reso propizio quel tempo e reso giusto quel luogo. Quello a cui stiamo assistendo è il grido di un uomo che ha perso il senso delle cose e non ha più direzione.

Quanto di vero c’è dietro a queste iniziative e quanto di ideologico? Dovremmo fermarci un po’ tutti e riflettere.

Con i pranzi in chiesa nutriamo nel corpo, ma nel contempo priviamo le persone del senso di Dio e della sacralità.

Appunto. La chiesa è il luogo più santo, dove celebriamo i Divini Misteri di Cristo. Anche se con il gesto di mangiare con i poveri in chiesa si volesse mandare un messaggio politico e sociale, ciò sarebbe comunque fuori luogo. E poi cosa rimane di questa esperienza? Vogliamo continuare a fare gesti eclatanti?

Continuiamo, ma è una forma di esibizionismo che rischia di far diventare la Chiesa come un outlet di servizi sociali e promuovere l’idea che la chiesa è edificata per incentivare il turismo.

Non voglio giudicare nessuno, ma bisogna capire che queste iniziative rischiano di creare uno scandalo.

C’è un istinto naturale nell’uomo religioso che muove l’uomo verso la cura e l’attenzione del luogo sacro, del tempo sacro, dell’azione sacra, perché tutto questo aiuta ad entrare nel Mistero e a supportare questo Mistero tremendo.

L’uomo deve custodire il Mistero, perché il Mistero lo custodisca. Se perdiamo questo, perdiamo l’anima. Per questo dico che certe azioni rischiano veramente di creare scandalo.

Dal punto di vista del segno, alcuni hanno giustificato questi pranzi in chiesa come segno della carità che scaturisce dall’altare. In realtà, non si tratta della negazione del segno liturgico? Quest’ultimo infatti prende una realtà profana e la consacra e da quel momento essa è riservata per il culto, per Dio (consacrare significa questo). Qui invece avviene il contrario: prendiamo una realtà sacra, l’Eucaristia e diciamo che il suo senso viene espresso meglio da un gesto profano.

Entrare nello spazio sacro, attraverso la porta, significa entrare in un altro mondo, in un altro tempo, dove si riceve la visione, dove si prende sempre più coscienza della propria dignità.

La nostra vita in Dio dipende da questo momento, dal vivere questo spazio, dal comprendere che la nostra vita non dipende dalla bistecca o dalla salsiccia, ma da un altro cibo. Dobbiamo cibarci di altro.

Qui stiamo sovrapponendo segni su segni, simboli su simboli e il risultato è un modo diverso di pensare i sacramenti ed un modo diverso di rapportarci con Dio. Tutta questa ansia pastorale sovrappone la pastorale alla teologia e alla liturgia e così si perde tutto il senso soprannaturale della vita.

Vorrei invitare tutti a rileggere anzitutto l’esortazione Sacramentum Caritatis, che è un testo straordinario. Sarebbe un peccato non ritornare su questa XI assemblea dei Vescovi. Ed anche il libro del card. Raymond L. Burke, Divino amore incarnato. La Santa Eucaristia sacramento di Carità, un libro che ho letto con grande apertura di cuore, dove si parla dell’attenzione e della cura, anche dal punto di vista legale.

 

La Nuova Bussola Quotidiana