«Rifiuti pericolosi trasformati in pannolini»

Rifiuti speciali diventati biberon per i nostri piccoli. Mentre i roghi tossici bruciano e per fermarli, a questo punto, dovrebbe prendere in mano la situazione direttamente il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Ha idee chiare Donato Ceglie, sostituto Procuratore a Napoli con una più che ventennale esperienza d’indagini e grandi inchieste contro i crimini ambientali.
 
 
Biberon, pannolini e siringhe? Possibile? È il peggio, che è stato scoperto andando a sequestrare container nei porti di Napoli e Bari: da qui i rifiuti esportati illegalmente puntano a est. In Cina diventano materia prima secondaria, vengono trasformati e ci tornano indietro come prodotti per l’igiene e per la parafarmaceutica: biberon, pannolini e siringhe. Abbiamo le prove.
 
Questo nuovo, terrificante business dei rifiuti sarebbe quindi verso la Grande Muraglia? Esattamente.

Si capisce, dottor Ceglie, che le criminalità organizzate si dedichino quasi più a questo traffico che ad altri.
È il business più redditizio e meno rischioso. Indagini e atti giudiziari raccontano come ormai le rotte mondiali del traffico illecito di rifiuti pericolosi vadano in tutte le direzioni.

Veniamo alla terra dei fuochi. Come vi si può intervenire, ma in fretta e con efficacia?
Non si sta facendo niente, punto. Manca un coordinamento. Secondo me bisognerebbe attivare immediatamente il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica solo sulla questione dei roghi tossici. E procedere agli arresti.

Qual è il quadro complessivo e attuale della zona?
Le province di Napoli e Caserta si trovano in una situazione estremamente critica, che di anno in anno peggiora. Però le ecomafie hanno un po’ cambiato faccia.
 

Sarebbe a dire? Prima era interesse particolare della camorra, che intercettava i grossi produttori di rifiuti tossici e industriali del centro-nord, faceva loro diventare conveniente affidarglieli e li interrava; che gestiva il ciclo illecito del cemento e delle cave abusive. Adesso, con questi meccanismi di combustione illecita, il camorrista appalta e subappalta le attività criminali al rom, all’albanese, all’africano o a chi ha bisogno dei soldi per mangiare.

Intanto, appunto nella terra dei fuochi, amianto, pneumatici e rifiuti di ogni genere bruciano a più non posso.
È diventato insostenibile assistere a centinaia di roghi. Le conseguenze per la salute dei cittadini e per l’ecosistema sono devastanti. Allora, chi deve fare cosa, e che sta facendo? Quanto si fa in termini di repressione e prevenzione? Bastano le risposte – se ci sono, e sottolineo se ci sono – della magistratura e delle forze dell’ordine?

Belle domande. Quindi?
Ci vuole un fronte comune e serrato: forze dell’ordine, magistratura, istituzioni, scuola, università, prefettura.

Non c’è questo fronte?
No, nel modo più assoluto. Perché, ad esempio, non ci si rende conto della gravità del problema e della situazione.

Vengono anche in mente certi nomi di sindaci o assessori…
Non dimentichiamo che tra Napoli e Caserta abbiamo il record di comuni sciolti per camorra.

A proposito di salute dei cittadini: qualche medico minimizza.
Le indagini epidemiologiche serie e ufficiali ci dicono da tempo che abbiamo un’impennata anomala di malattie tumorali, non a caso nei triangoli dello smaltimento illecito dei rifiuti e come loro diretta conseguenza: qui si bruciano tonnellate e tonnellate di rifiuti che sprigionano diossina…

Dottor Ceglie, che i camorristi continuino ad avvelenare il terreno stesso sul quale vivono e camminano sembra allucinante.
Sono belve. Sono completamente ottusi e la gran parte di loro fa uso di stupefacenti. Gestiscono i traffici illeciti di rifiuti perché lo ritengono un interesse. Belve estremamente pericolose, che pur di fare business avvelenano se stessi e avvelenano gli altri. Assassini di persone e di un territorio.

Prescrizione in quattro anni, pene quasi solo contravvenzionali e così via: non è che la mano del legislatore sia decisamente stata morbida contro i reati ambientali?
Abbiamo un unico delitto, il traffico illecito di rifiuti, che prevede la reclusione fino a un massimo di sei anni. Ma è difficile dimostrare la stabile organizzazione con elementi probatori che poi tengano al riesame e in Cassazione. Qui bisognerebbe invece arrestare sempre chiunque proceda alla combustione o all’interramento. E comunque non sarebbe il Codice penale la soluzione al problema.
Pino Ciociola
 
Fonte: Avvenire